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RAPPORTO SVIMEZ 2014

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RAPPORTO SVIMEZ 2014. Il dramma giovanile e femminile
Il 28 ottobre è uscito il Rapporto SVIMEZ 2014. Per le nuove generazioni del Mezzogiorno continuano a essere sbarrate le porte d’accesso al lavoro, la durata della disoccupazione si è allungata, così come la transizione scuola-lavoro. E il numero dei NEET cresce. In questo drammatico contesto il Governo, con il documento La Buona Scuola, continua colpevolmente a sottovalutare il problema dell’istruzione e formazione professionale

Il dramma giovanile e femminile

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Il 28 ottobre è uscito il Rapporto SVIMEZ 2014.

SVIMEZ,  associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, è un ente privato senza fini di lucro istituito nel 1946. L’obiettivo principale dell’Associazione è “lo studio dell’economia del Mezzogiorno, per proporre a istituzioni centrali e locali concreti programmi di sviluppo delle Regioni meridionali, arrivando così a realizzare “l’unificazione anche economica dell’Italia”.

Del rapporto ci interessa in particolare il capitolo “Il dramma giovanile e femminile”. L’analisi presenta una situazione più che allarmante, di fronte alla quale non ci stancheremo mai di ribadire con tutta la forza possibile che il Governo non sta facendo nulla per rilanciare l’istruzione professionale soprattutto nelle regioni meridionali. La Buona Scuola è ben lontana dal considerarla una priorità assoluta. Si continua ad ignorare il fallimento della riforma dell’istruzione professionale statale operata con la legge 40/2007 che ha omologato gli Istituti professionali agli Istituti Tecnici. L’ADI sottolinea ancora una volta come sia indispensabile superare la contrapposizione-sovrapposizione tra Istruzione professionale statale e Istruzione e formazione professionale regionale, a vantaggio di quest’ultima, che si è dimostrata più inclusiva e in grado di offrire maggiori opportunità occupazionali. Per tutto questo l’ADI da tempo propone che gli Istituti Professionali statali siano riconvertiti in parte in Istituti Tecnici, in parte in Istituti che, in regime di sussidiarietà, svolgano i curricoli della formazione professionale regionale. Il Rapporto SVIMEZ dimostra ancora una volta come ciò sia particolarmente importante al Sud, dove esistono pochissimi centri di formazione regionali.

Riportiamo il capitolo “Il dramma giovanile e femminile”

Testo tratto dal Rapporto SVIMEZ

Il dramma giovanile e femminile

br4-svi2Per le nuove generazioni del Mezzogiorno continuano a essere sbarrate le porte d’accesso al lavoro, la durata della disoccupazione si è allungata, così come la transizione scuola-lavoro.  Si è innescata una spirale di depauperamento del capitale umano che  unisce emigrazione, lunga permanenza in uno stato di inoccupazione allo scoraggiamento a investire nella formazione più avanzata. Al dualismo territoriale si unisce insomma anche quello generazionale: dal 2008 al 2013 sono andati persi in Italia 1 milione e 800 mila posti di lavoro fra gli under 34, mentre per gli over 35 nello stesso periodo l’aumento è stato di oltre 800 mila unità.

 Il tasso di disoccupazione degli under 35 è salito nel Mezzogiorno nel 2013 al 35,7%.

br4-svi3Dei 3 milioni 593 mila Neet (Not in education, employment or training) registrati nel 2013, 2 milioni sono donne e quasi 2 milioni si trovano al Sud. La quota dei Neet sul totale della popolazione è arrivata nel 2013 al 27%. In questo senso la tendenza del Centro-Nord è la meridionalizzazione: anche se nel 2012 il 55% dei Neet italiani è al Sud, dal 2007 al 2013 nel Centro-Nord i Neet sono cresciuti del 47%, quattro volte più del Sud (12%). Con la crisi, la condizione di Neet si è estesa anche ai giovani con titoli di studio più elevati: fra gli inattivi al Sud i diplomati sono il 37,5% e i laureati il 32,4%, contro rispettivamente il 21% e il 17% dell’altra ripartizione. E se il 60% dei Neet è in una condizione di “figlio”, crescono in cinque anni del 32% anche i single o conviventi in questa situazione.

br4-svi4Peggiora poi il processo di transizione scuola-lavoro: i giovani residenti al Sud lasciano la scuola nello stesso anno dei loro coetanei del Centro-Nord, ma entrano nel mercato del lavoro sette anni dopo di loro.

In relazione ai tipi di contratto, la flessibilità sembra funzionare più per trovare posti di lavoro precari e poco formativi piuttosto che favorire il recupero del gap esperienziale.

Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. Non ci si iscrive quindi più all’Università: i tassi di passaggio dalla scuola superiore all’istruzione terziaria nell’anno scolastico 2012-2013 sono scesi al 51,7% al Sud e al 58,8% al Centro-Nord, riportando il Paese ben al di sotto dei livelli di dieci anni fa.

Cosa propone la SVIMEZ 

br4-svi5Ben oltre la crisi, come emerge dal Rapporto 2014, si sta disegnando una geografia del lavoro nel nostro Paese che rischia di escludere strutturalmente il Mezzogiorno, e con il Mezzogiorno soprattutto i giovani e le donne.

Ben oltre le rigidità del nostro mercato del lavoro e i problemi di disallineamento tra domanda e offerta, la radice di queste emergenze va ricercata nella scarsa innovazione del nostro sistema economico, poco posizionato sulla frontiera competitiva e prevalentemente basato su prodotti e sistemi produttivi tradizionali.

 Questo ulteriore allargamento dei divari rischia di configurare mutamenti sociali di carattere strutturale che necessitano di risposte organiche oltre la congiuntura. La priorità per il lavoro resta una politica economica complessiva che favorisca l’aumento della domanda e il miglioramento del modello di  specializzazione del nostro sistema produttivo con un impegno specifico per le regioni del Sud, unita a una rinnovata strategia di politiche attive del lavoro e della formazione, anche continua e per adulti.

Occorre inoltre mettere in campo un coerente insieme di politiche per i giovani di istruzione e formazione, occupazione e sicurezza sociale, industriali e di sviluppo regionale. Non si può affrontare il problema solo con la flessibilità delle regole. In particolare, occorre migliorare e agevolare la transizione scuola-lavoro; rilanciare l’istruzione tecnico-professionale; rilanciare i contratti di tirocinio formativo e di apprendistato; rendere effettiva la riforma dei servizi pubblici per l’impiego: tutti obiettivi da perseguire con uno sforzo attuativo e di coordinamento tra i diversi livelli di governo che hanno la competenza nel settore, a iniziar dalla costituenda Agenzia  nazionale per l’occupazione prevista dalla “Delega Lavoro”, se davvero riuscirà ad essere lo strumento di diffusione delle migliori pratiche.

Quanto alle politiche passive del lavoro, il sistema di protezione sociale del nostro Paese non consente una protezione dal rischio povertà ed esclusione sociale estesa alla generalità dei cittadini, ed è indubbia la difficoltà di reperire in questo momento non trascurabili risorse finanziarie da destinare a un rinnovato sistema di protezione. Secondo una valutazione SVIMEZ lo strumento universale di contrasto alla povertà (SIA) allo studio del Ministero del Lavoro dovrebbe costare circa 5,6 miliardi l’anno, interessare 1,3 milioni di famiglie, di cui il 52% residenti nel Mezzogiorno.