La dispersione scolastica non è soltanto il risultato di studenti che lasciano precocemente la scuola. È spesso l’esito di traiettorie più lunghe e complesse: fragilità accumulate nel tempo, disuguaglianze sociali che precedono l’ingresso nel sistema educativo, difficoltà relazionali e organizzative che si intrecciano nei percorsi scolastici.
Come leggere e interpretare questa complessità? E soprattutto: come intervenire in modo efficace?
A queste domande prova a rispondere il volume La scuola che legge sé stessa. Il valore dei dati e della ricerca educativa per l’analisi e il contrasto della dispersione scolastica, curato da Veronica Mobilio, Responsabile per la Ricerca in Fondazione per la Scuola, e pubblicato da Il Mulino. Il libro è stato presentato il 20 gennaio 2026 presso la Biblioteca “Aldo Visalberghi” di INVALSI a Roma, in un incontro che ha riunito ricercatori, esperti e rappresentanti del mondo della scuola.
Il volume raccoglie quattordici contributi di trentatré autrici e autori provenienti da università e enti di ricerca dislocati sul territorio nazionale. I contributi sono stati selezionati attraverso una call for paper e sottoposti a doppio referaggio anonimo, a testimonianza dell’impostazione scientifica del volume.
Le analisi utilizzano fonti diverse — dai dati INVALSI a quelli ISTAT, fino ai dati amministrativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito e dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti — e riflettono una pluralità di prospettive disciplinari, tra cui sociologia, economia dell’educazione, statistica, pedagogia e psicologia. Il libro raccoglie analisi macro-analitiche del fenomeno ma anche contributi di taglio operativo e progettuale, segnalati nel volume da un sistema di icone che distingue i diversi approcci e mette in dialogo ricerca ed esperienze educative. Questa varietà di dati, competenze e approcci restituisce la natura profondamente multidimensionale del fenomeno della dispersione scolastica.
Alla base del progetto editoriale vi è una convinzione condivisa: i dati possono diventare una bussola per comprendere meglio la scuola e orientare politiche educative più efficaci. Come osserva la curatrice del volume, «i dati non sono solo numeri o strumenti di controllo: se interrogati con attenzione, rigore metodologico e sensibilità pedagogica, possono aiutare le scuole a leggere sé stesse, comprendere meglio la propria popolazione studentesca e a individuare con maggiore consapevolezza le sfide educative da affrontare».
Cosa è emerso dal dibattito
L’incontro di presentazione, ospitato da INVALSI e aperto dal presidente Roberto Ricci, ha rappresentato un’occasione di confronto tra ricerca educativa, sistema scolastico e istituzioni. Ricci ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sviluppare una visione culturale coerente del sistema educativo, capace di affrontare il paradosso di una riduzione della dispersione esplicita accompagnata dalla crescita di forme più nascoste di dispersione implicita.
Le quattro sezioni del volume sono state discusse attraverso un dialogo tra autori e discussant:
– Laura Giuliani, prima ricercatrice INAPP, ha presentato la prima sezione del volume evidenziando il forte legame tra dispersione scolastica e disuguaglianze sociali. Le ricerche presentate nel testo mostrano come molti studenti che interrompono gli studi provengano da contesti familiari caratterizzati da bassi livelli di istruzione e fragilità socioeconomiche, confermando il peso della trasmissione intergenerazionale dello svantaggio. Nel suo commento, Patrizia Falzetti, responsabile del settore della ricerca valutativa presso INVALSI, ha sottolineato il carattere multifattoriale della dispersione: famiglia, territorio, scuola e relazioni sociali contribuiscono a determinare i percorsi educativi. Per questo motivo, ha osservato, gli interventi efficaci richiedono politiche integrate e una forte collaborazione tra scuola, servizi territoriali e comunità educanti.
– La seconda sezione, presentata da Luca Andrighetto, professore associato presso l’Università di Genova, ha approfondito il ruolo dei fattori psicologici e relazionali, evidenziando come dimensioni come autostima, senso di autoefficacia e percezione di appartenenza alla scuola possano influenzare in modo significativo il rischio di abbandono. Nel suo intervento di discussione, Roberto Trinchero, professore ordinario e segretario SIRD, ha richiamato l’attenzione su ciò che la scuola può concretamente cambiare: le pratiche didattiche e l’organizzazione dell’apprendimento. Metodologie cooperative e ambienti di apprendimento basati su una didattica attiva possono contribuire a sostenere gli studenti più fragili e rafforzare il senso di comunità nelle classi.
– La terza sezione, illustrata da Dalit Contini, professoressa ordinaria presso l’Università di Torino, ha analizzato il ruolo di ritardi scolastici, posticipazioni e bocciature. I risultati mostrano come questi fenomeni siano più frequenti tra studenti con background migratorio o provenienti da famiglie con minori risorse educative e come la ripetizione dell’anno aumenti significativamente il rischio di abbandono nei successivi anni scolastici. Nel suo intervento di commento, Francesca Borgonovi, professoressa onoraria presso University College London e Analista Principale presso l’OCSE, ha sottolineato le conseguenze di lungo periodo della dispersione scolastica, che si riflettono sulle opportunità occupazionali, sui redditi e sulle condizioni di benessere nella vita adulta. Ha inoltre richiamato l’importanza di sistemi di monitoraggio e di early warning in grado di individuare precocemente situazioni di rischio.
– La quarta sezione, presentata da Tommaso Agasisti, professore ordinario presso il Politecnico di Milano, ha affrontato il tema della definizione e misurazione della dispersione scolastica e il crescente utilizzo di modelli predittivi basati sui dati. Alcuni contributi esplorano il potenziale dei dati per costruire sistemi di identificazione precoce del rischio di abbandono, utili a supportare scuole e decisori pubblici nella progettazione di interventi tempestivi, pur sollevando questioni etiche legate alla tutela della privacy e al rischio di etichettatura degli studenti. Nel suo commento, Barbara Baldazzi, prima ricercatrice ISTAT, ha ribadito il ruolo dei dati come bussola per comprendere la dispersione scolastica, sottolineando l’importanza di integrare fonti informative diverse e sviluppare indicatori territoriali più granulari per orientare meglio le politiche pubbliche.

Dalla conoscenza all’azione
Dal confronto tra relatori e discussant sono emersi alcuni messaggi trasversali che aiutano a leggere la dispersione scolastica in modo più articolato.
In primo luogo, la dispersione non nasce “a scuola”, ma spesso arriva a scuola: è il risultato di condizioni sociali, familiari e territoriali che precedono e accompagnano i percorsi educativi.
Allo stesso tempo, le difficoltà che emergono durante il percorso scolastico non possono essere interpretate come fallimenti individuali, ma come discontinuità nei percorsi formativi che riflettono dinamiche più ampie del sistema educativo. Se i percorsi si costruiscono nel tempo, anche gli interventi devono essere pensati in una prospettiva preventiva e tempestiva.
In questo quadro, i dati assumono un ruolo centrale. Se utilizzati con rigore metodologico e letti alla luce dei contesti educativi e territoriali, possono contribuire non solo a descrivere i fenomeni, ma anche a individuare precocemente situazioni di fragilità, orientare le politiche pubbliche e monitorare l’efficacia degli interventi.
Per questo motivo, nel corso del dibattito è stata più volte richiamata l’importanza di rafforzare la data literacy dei principali attori del sistema educativo. Dirigenti scolastici, docenti e decisori pubblici sono sempre più chiamati a interpretare e utilizzare informazioni complesse: sviluppare competenze nella lettura e nell’uso dei dati diventa quindi una condizione essenziale per comprendere i fenomeni educativi e intervenire in modo più consapevole.
La scuola non può agire da sola
Un messaggio ricorrente nel dibattito è che la scuola, da sola, non può affrontare un fenomeno complesso come la dispersione scolastica. Il contrasto richiede strategie multilivello, capaci di integrare l’azione delle istituzioni scolastiche con quella delle famiglie, dei servizi sociali, degli enti locali e delle comunità educanti.
In questa prospettiva, la ricerca educativa può svolgere un ruolo decisivo come ponte tra conoscenza e azione, contribuendo a trasformare i dati e le evidenze empiriche in strumenti utili per comprendere meglio i contesti educativi e progettare interventi più efficaci.
La scuola che legge sé stessa invita proprio a questo: guardare ai dati non come semplici numeri, ma come strumenti di conoscenza capaci di aiutare le scuole a interrogarsi e a costruire politiche educative più consapevoli ed eque.
| IL VOLUMELa scuola che legge sé stessa. Il valore dei dati e della ricerca educativa per l’analisi e il contrasto della dispersione scolastica a cura di Veronica Mobilio, Il Mulino, 2026.
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