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Il 16 luglio, nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, l’INVALSI ha presentato il rapporto sui risultati delle rilevazioni nazionali 2026, alla presenza del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara – che ha svolto l’intervento conclusivo –, del direttore generale Carmela Palumbo e di altri responsabili dello stesso Ministero.
Ricordiamo a margine che le rilevazioni INVALSI hanno il merito di essere censuarie, avvengono cioè sull’intera popolazione di studenti nelle classi seconda e quinta primaria, terza secondaria di primo grado e seconda e quinta secondaria di secondo grado. Questo significa che danno informazioni non solo attendibili ma anche capillari, a livello delle singole scuole, restituendo una fotografia granulare del territorio nazionale, e significa anche che, per la loro periodicità annuale, costituiscono in qualche modo un incentivo a tenere la barra alta. Non solo la barra dei risultati medi, ma anche quella della vocazione della scuola di portare avanti tutti, facendosi carico in modo appropriato degli studenti più fragili.
Proprio da qui è partita la presentazione di Roberto Ricci, Presidente dell’INVALSI. Tra i moltissimi dati della rilevazione INVALSI 2026 ha cominciato presentando quelli che mostrano i buoni risultati della scuola italiana sul piano della dispersione scolastica. La percentuale degli ELET (Early Leavers from education and Training) – cioè i 18-24enni che hanno completato al massimo la scuola secondaria di primo grado e che non stanno frequentando una scuola o un corso di formazione professionale – ha continuato, anche quest’anno, a diminuire, confermando la tendenza degli ultimi anni: la stima è che nel 2026 siano scesi dall’8,2% (la cifra che ISTAT ha pubblicato per il 2025) al 7,3%. Con il loro impegno quotidiano, gli insegnanti e i dirigenti italiani sono riusciti a fare diminuire la dispersione scolastica ben oltre il traguardo del 9% stabilito dall’UE per il 2030, e ogni anno la quota di chi lascia la scuola troppo presto continua ad assottigliarsi.
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Buoni risultati anche per quanto riguarda la dispersione implicita, cioè l’insufficiente padronanza degli apprendimenti di base da parte di chi termina la scuola secondaria superiore: la percentuale di chi non raggiunge almeno il livello 3 sulla scala di competenza di italiano, matematica e inglese diminuisce infatti dall’8,7% nel 2025 al 6,3% nel 2026. Oltre due punti percentuali che corrispondono a decine di migliaia di ragazzi in più che raggiungono un traguardo adeguato alla fine del percorso scolastico. Un dato migliore anche rispetto a quello pre-Covid (7.5%).
Naturalmente il dato medio nasconde considerevoli differenze geografiche, come mostrato dalle due cartine dell’Italia, quella sul rosso che mostra a livello di provincia le dimensioni della dispersione implicita, speculare a quella verde, che mostra invece le dimensioni dell’eccellenza accademica.

Il dato sintetico (perché considera chi ha un risultato inadeguato sia in italiano, sia in matematica, sia inglese) della dispersione implicita è poi precisato quando si considera l’aumento della percentuale di studenti di quinto anno della scuola secondaria di secondo grado che raggiunge almeno il livello 3 sulla scala di competenza rispettivamente per l’italiano (dal 52% al 54% tra il 2025 e il 2026), e per la matematica (dal 49% al 52%). E in inglese il 63% raggiunge il livello obiettivo B2/B1+ in Reading (rispetto al 55% nel 2025 e al 60% nel 2024) e il 48% raggiunge tale livello in Listening (rispetto al 44-45% nel 2024 e 2025).
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La percentuale di chi raggiunge traguardi accettabili negli alti gradi in cui si è svolta la rilevazione (secondo anno delle superiori, terzo anno della scuola secondaria di primo grado e seconda e terza primaria) è invece stabile o in diminuzione, con tre punti percentuali in meno per la matematica nella primaria. Le ipotesi qui sono varie, dall’incidenza del periodo del Covid in anni in cui si costruiscono le competenze di base e le capacità di studio, all’impatto di social media e schermi – la cui presenza è esplosa con il Covid – in anni fondamentali della crescita. Sono ipotesi da verificare, perché questi dati sono indicatori di una tendenza preoccupante, che deve essere invertita.
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Positivi invece, per gli studenti delle superiori, i risultati della competenza digitale, misurata non semplicemente attraverso le autodichiarazioni dei ragazzi, ma attraverso prove che mettono in gioco la loro competenza in 4 delle 5 aree del DigComp 2.2[1]: alfabetizzazione su informazioni e dati, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti digitali e sicurezza. Le competenze digitali sono state rilevate per la prima volta nell’a.s. 2024-2025 nelle classi campione del grado 10, mentre nel 2025-2026 la rilevazione è stata estesa all’intera popolazione del secondo anno delle superiori e al campione della rilevazione nazionale per l’ultimo anno delle superiori (grado 13). I risultati sono espressi su tre livelli (Base, Intermedio e Avanzato) in una scala verticale unica per i gradi scolastici, che permette il confronto non solo nello stesso grado da un anno all’altro, ma anche tra gradi diversi.

Nel secondo anno delle superiori i risultati sono stabili tra il 2025 e il 2026, con l’80%-90% (a seconda delle aree) dei ragazzi che raggiungono almeno il livello Intermedio.

Nell’ultimo anno delle superiori una buona percentuale di studenti (tra il 64% e il 74% a seconda delle aree) raggiunge il livello Avanzato, con la segnalazione che l’area che richiede maggiore attenzione è quella della “Sicurezza”.
E la verticalità della scala ha permesso di stabilire che all’ultimo anno del secondo ciclo di istruzione (grado 13) i risultati sono considerevolmente più alti di quelli del grado 10, in tutte le aree.
Di qui il grazie del Ministro a insegnanti e dirigenti scolastici italiani, che ha fatto seguito al grazie di Roberto Ricci alle scuole per l’impegno nello partecipare alle rilevazioni nazionali.
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