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IL GANGNAM DEI PROGRAMMI ELETTORALI SULLA SCUOLA E L’AGENDA MONTI

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Le prime bozze dei programmi elettorali sulla scuola si presentano ancora una volta come una sorta di Gangnam scolastico, musica facile ridondante di elenchi di buone intenzioni. Programmi “tutto fini e niente mezzi”. In questo panorama, l’Agenda Monti fa esercizio di modestia, ma sulla scuola manca un’idea guida. Per dare corpo alla sua proposta di “autonomia e responsabilità” occorre avviare senza più indugi la decentralizzazione.

IL GANGNAM DEI PROGRAMMI ELETTORALI SULLA SCUOLA

Le prime bozze dei programmi elettorali

GangnamLe prime bozze dei programmi elettorali sulla scuola si presentano ancora una volta come una sorta  di Gangnam scolastico, musica facile: l’innalzamento dell’obbligo scolastico (fin dagli asili nido), l’edilizia (i famosi piani “straordinari”), la difesa della scuola pubblica, intesa come scuola statale nel sistema scolastico più statale d’Europa, la  lotta alla dispersione, per la quale il milione che sta in trincea non basta mai,  il mitico “organico funzionale” una favola bella a cui non crede nessuno, il tempo pieno per tutti, l’azzeramento del precariato, salari in linea con quelli europei, l’anno sabbatico e, dulcis in fundo, come spesso avviene in questa epifania delle buone intenzioni, il richiamo alla Costituzione: “É scritto tutto nella Costituzione”, scrive Marina Boscaino su Micromega di dicembre. Come se questo bastasse.

Programmi ideologici “tutto fini e niente mezzi”, per dirla con Salvemini, che rendono inutile il confronto elettorale.

L’Agenda Monti

Agenda MontiAlmeno, l’Agenda Monti fa esercizio di modestia, ma sulla scuola manca assolutamente un’idea guida e quel poco che dice è in larga misura contraddetto da ciò che il suo governo ha praticato. La “qualità” degli insegnanti, per fare un esempio, non si persegue  con un “premio” a chi è già bravo (“un premio economico annuo agli insegnanti che hanno raggiunto i migliori risultati”, di nuovo Valorizza?), ma in primis reclutando i migliori,  e ponendo fine a inqualificabili sanatorie, come i TFA speciali, che pure il ministro Profumo e l’apparato ministeriale hanno sostenuto.

Forse il vero messaggio politico di Monti sta scritto da un’altra parte.

Nell’Agenda si legge una semplice constatazione: l’azione del Governo in carica (risparmi, sacrifici, tagli lineari e non, spending review, ecc.) ha consentito un introito netto di 12 miliardi; nella pagina dopo veniamo  informati che ogni anno ne paghiamo 73 di interessi  sul debito.

Lì sta scritto il nostro destino anche come gente di scuola: sapere “fare meglio con meno” o, come dice Monti: non solo meno spesa, ma migliore spesa”.

Forze politiche serie dovrebbero declinare questa proposizione, senza paura di perdere i voti degli insegnanti. Gli insegnanti, famiglie comprese, hanno un peso elettorale statisticamente rilevante, stimato in cinque milioni di voti, ma il loro voto non è orientato sulla base delle offerte o delle promesse di politica scolastica. Gli insegnanti fanno parte del ceto medio (sempre più medio-basso),  e condividono con questa fascia sociale le preoccupazioni di oggi: la pressione fiscale, il costo dei servizi pubblici, l’incertezza del lavoro per i figli, l’inefficienza del Welfare, il costo dei mutui per la casa, e perfino … l’andamento dello spread, perché gli insegnanti sono risparmiatori come tutti gli italiani.

Da dove partire allora? Decentralizzazione!

Decentralizzaione!C’è un modesto consiglio che si può dare al presidente Monti e agli altri esperti di offerte elettorali. Si legge nell’Agenda Monti “Il modello organizzativo deve cambiare puntando su autonomia e responsabilità. Come?  Orbene per realizzare questo programma, un programma adeguato alle sfide del momento, il sistema scolastico deve avviarsi senza più ambiguità sulla strada della  decentralizzazione, a cominciare dal personale scolastico. Senza decentralizzazione dell’amministrazione del personale non esiste decentralizzazione del sistema istruzione.

Gli Enti Locali devono responsabilmente assumersi, insieme alle autonomie scolastiche, tutti i compiti  relativi alla pubblica istruzione, fatte salve, ovviamente, le norme generalissime che rimangono costituzionalmente al Centro, tra cui la fissazione e la valutazione dei livelli essenziali delle prestazioni e degli apprendimenti, oggi solo in parte gestite dall’INVALSI.

I cittadini comincerebbero a votare direttamente anche su questioni scolastiche.

Si dovrebbe creare una situazione in cui ognuno sia chiamato ad assumersi, e possa assumersi, le proprie responsabilità, a nessuno dovrebbe più essere concesso di nascondersi dietro alle procedure, ai muri di gomma della burocrazia.

La scuola finirebbe  una volta per tutte di essere concepita – secondo il vezzo ideologico oggi di moda- come un generico “bene comune”, cioè proprietà di nessuno, o non si sa di chi, rispetto alla quale le responsabilità sono sempre “altrove”, in un continuo irresponsabile “scaricabarile”.

La nostra scuola è piena di ostacoli, di divieti di assumersi delle responsabilità, di decidere pragmaticamente. Oggi ciò che conta-  tra cui i giudizi di merito sull’operato dei professori e degli amministratori- è relegato alla sfera dei pettegolezzi da corridoio. Vi aleggia un padrone misterioso, verso il quale c’è timore, deferenza e maldicenza. Una scuola come la nostra – al di là della qualità del lavoro di molti che vi operano – insegna a concepire la libertà come la facoltà di sottrarsi ai controlli, di aggirarli; poiché i meccanismi decisionali sono farraginosi. Siamo abituati a fidarci della improvvisazione, impropriamente detta creatività italiana.

Per questo nei programmi elettorali contano le belle parole, il numero delle proposte e le contrapposizioni più o meno demagogiche.

Bisogna avere il coraggio di superare il modello che, nonostante alcune “conquiste”, ci ha portato al vicolo cieco in cui ci troviamo.

Basta con la musica facile

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