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L’invasione del tempio

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La presidente dell’ADi esprime alcune considerazioni non ritualistiche nei confronti delle frasi pronunciate da Berlusconi al Congresso dei Cristiano Riformisti. E prende lo spunto per riaffrontare la questione scuola statale e scuola pubblica.

Di Alessandra Cenerini
Presidente ADi, Associazione Docenti italiani

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Mi sono chiesta più volte in questi giorni perché io non abbia provato l’impulso immediato di unirmi al coro di indignazione che si è levato contro le frasi pronunciate da Berlusconi al Congresso dei Cristiano Riformisti Il 26 febbraio 2011 contro la scuola di Stato e i suoi insegnanti , quella stessa scuola che lui si vanta di avere riformato.

So di non potere tacere oltre, pena il rischio di generare sconcerto in molti bravi, bravissimi colleghi che si riconoscono  nell’ADi e che si sono sentiti offesi da quelle parole sconsiderate (“i cittadini non devono essere costretti a mandare i loro figli nella scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare nei loro figli”).
Così, scrupolosamente, ho risentito l’intero discorso, compreso il commiato, già ascoltato il giorno del misfatto,e chiedo anche a voi di risentirlo negli spezzoni di video che sotto proponiamo.

Forse come me, riascoltandolo, proverete una sorta di rifiuto a rincorrere le esternazioni di questo personaggio grottesco, che passa da uno show all’altro, per poi smentire tutto ciò che ha detto e fatto.

E’ così è stato: dopo l’esibizione dai Cristiano Riformisti, ha cambiato abito e si è presentato, lo stesso giorno, al Congresso dei Repubblicani, recitando la parte del laicista. Infine successivamente, come da copione, ha dichiarato di essere stato frainteso dai soliti giornali di sinistra.

Ma non solo, il 5 marzo, in un intervento telefonico ad una convention pdl ad Avezzano ha dichiarato: “Noi abbiamo difeso in modo concreto la scuola pubblica con la riforma e riteniamo che gli insegnanti abbiano un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli e che però ricevano uno stipendio assolutamente inadeguato per questo ruolo…” Quindi agli “inculcatori” non solo attribuisce un ruolo fondamentale, ma afferma che sono anche mal pagati!

Per tutto questo non ho sentito l’urgenza di intervenire: la più grande offesa per un attore è smettere di parlare di lui.

[stextbox id=”warning” image=”null”]Il tempio invaso[/stextbox]

Ma torniamo al video del Congresso dei Cristiano Riformisti. Se lo avete riguardato vi accorgerete che c’è qualcosa che  procura fastidio e disagio, molto più del teatrante. Sono i plaudenti mercanti del tempio. Uomini e donne, i così detti cristiano riformisti, proni ad applaudire  pur di compiacere l’attore e trarne beneficio. Loro i paladini della famiglia, una costola del family day,  li rivedi lì, in piedi nel grande applauso finale mentre il commediante li invita tutti a partecipare al bunga bunga.

E ora  immaginiamo che il tempio, la scuola pubblica, non sia insidiato dai mercanti ma  da milioni di studenti.

Che fare? Non possiamo arroccarci a difenderlo così com’è. Come ci ha detto il grande sociologo François Dubet nel recentissimo seminario dell’ADi: il tempio è già invaso. Non servono retoriche per salvarlo. Dobbiamo capire e immaginare quello che, senza dirlo, questi milioni di sani invasori ci chiedono: una scuola diversa, con altri tempi, spazi e modi di imparare.

Dobbiamo percorrere altre vie, tutte le vie, compreso il superamento dello statalismo e l’avvio di forme di gestione più  autenticamente autonome, capaci di costruire una scuola più giusta.

Questa è la finalità che l’ADi tenta di perseguire, cercando anche di vincere tabù e conservatorismi che sono ancora pesantemente presenti fra noi insieme ad acritiche difese della scuola pubblica, dimenticando che pubblica non vuole dire statale.

Vorrei citare un solo episodio. Nella mia città, Bologna, le scuole dell’infanzia comunali sono state un gioiello. Insieme a quelle di Reggio Emilia e ad altre scuole comunali hanno ispirato gli Orientamenti del 1991, una delle cose migliori prodotte nella scuola italiana del dopoguerra. Come noto le scuole comunali sono scuole paritarie. Ebbene, ora, in mancanza di adeguati finanziamenti statali (quelli contro cui si scagliano i difensori della scuola statale), i cittadini bolognesi che manderanno i propri figli alle scuole comunali dovranno pagare una retta più alta rispetto a chi li iscrive alle scuole dell’infanzia statali, che però non coprono l’intero fabbisogno. Ma non solo, alle insegnanti comunali è stata  tagliata parte della retribuzione.

Anche sulla scuola pubblica non statale bisognerà dunque superare qualche tabù.

[stextbox id=”warning” image=”null”]La legge 62 /2000 sulla parità: luci e ombre[/stextbox]

Bisogna dare atto al ministro Berlinguer del tentativo fatto con la legge 62/2000 di ridefinire ciò che nel servizio dell’istruzione debba essere considerato pubblico. Ma quella legge non riuscì  a superare il vincolo “ senza oneri per lo stato”, perché sdoganò come “pubbliche” anche scuole di tendenza ideologica.  Il comma 3 dell’art. 1 così recita:

“3. Alle scuole paritarie private è assicurata piena libertà per quanto concerne l’orientamento culturale e l’indirizzo pedagogico-didattico. Tenuto conto del progetto educativo della scuola, l’insegnamento è improntato ai principi di libertà stabiliti dalla Costituzione repubblicana. Le scuole paritarie, svolgendo un servizio pubblico, accolgono chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi, compresi gli alunni e gli studenti con handicap. Il progetto educativo indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale e religioso. Non sono comunque obbligatorie per gli alunni le attività extra-curriculari che presuppongono o esigono l’adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa.

Cito da una relazione del giurista Carlo Marzuoli a un seminario dell’ ADi del lontano 2002:

 Nel nostro sistema costituzionale l’istruzione pubblica deve essere esercitata in condizioni di neutralità ideologica. L’unico pluralismo possibile è quello contestuale , perché mette a confronto e dunque materializza e ricorda l’esistenza del diverso (quanto al  pensiero, ai costumi, ecc.)
Il punto è fuori discussione: la legge, ad esempio, n. 176/1991 (di esecuzione della convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, New York 1989) è chiarissima, anche se un po’ semplicistica: “gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: (…) b) di inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite”. Il pluralismo si può avere solo se ogni insegnante può operare in condizione di libertà (di insegnamento). Da questo punto di vista possiamo dire che la libertà di insegnamento è strumento per il servizio di istruzione pubblica.”

E ancora:

““Quando, in materia,  si parla di tendenza, occorre distinguere fra tendenza di tipo “ideologico” e autonomia tecnico-scientifica e culturale. Per quanto possa in concreto essere difficile, la separazione deve essere comunque fatta (…) é ovvio che la tendenza e l’autonomia tecnico-scientifica-culturale sono  indispensabili: si tratta  proprio di ciò che si vuole sviluppare attraverso la libertà di insegnamento, e dunque è  benvenuta. Il problema  si pone per la tendenza ideologica: questa  è incompatibile con la libertà di insegnamento e dunque contrasta con l’essenza del servizio di istruzione pubblica. (…) eliminiamo pure una barriera  (l’assoluta generalizzata necessarietà della ” statualità “) e largo a chi ha interesse. Ma senza barare;  carte eguali per tutti, altrimenti, non di libertà si tratterebbe, bensì di privilegio;  e, oggi, le carte eguali per tutti, con la legge n. 62/2000, non vi sono.”

E’ un problema dunque tuttora irrisolto. E noi crediamo che debba essere risolto e che si debba in un nuovo contesto superare anche il vincolo “senza oneri per lo Stato.

D’altra parte perché nessuno degli oppositori al finanziamento della scuola non statale non ha mai detto una parola contro i finanziamenti agli enti privati che impartiscono la istruzione-formazione professionale? Qual è la differenza? Forse perché evocando il lavoro non è considerata istruttiva, formativa ed educativa? O forse perché le Regioni, pur essendo parte della Nazione sono diverse dallo Stato? Ma gli studenti sono sempre italiani, o no? E ancora, perché una Regione come l’Emilia Romagna, da sempre a governo di sinistra, ha promulgato una legge in cui prevede addirittura che a impartire l’istruzione-formazione professionale siano anche organismi privati a fine di lucro finanziati dalla Regione? (“1. Gli organismi pubblici e privati erogatori di servizi di formazione professionale, aventi o meno scopo di lucro, devono essere accreditati dalla Regione al fine di beneficiare di finanziamenti pubblici. Detti organismi devono avere quale attività prevalente la formazione professionale” Comma 1 Art. 33 legge regionale 30 giugno 2003, n. 12, invariato nel Testo coordinato con le modifiche apportate dalla L.R. 23 luglio 2010 n. 7).

Come si vede le condizioni sono mature per un serio ripensamento delle forme dell’istruzione pubblica e del suo finanziamento.

[stextbox id=”warning” image=”null”]Finalità della scuola e funzione docente[/stextbox]

Tutto questo porta con sé un altro problema fondamentale: qual è nel XXI secolo la finalità dell’istruzione pubblica e quale conseguentemente la funzione docente? E’ sufficiente oggi citare la Costituzione per avere chiare le finalità che la scuola deve perseguire e che gli insegnanti devono rispettare? Noi crediamo che per quanto fondante, essa non sia più sufficiente a definire oggi le finalità dell’istruzione.

Solo per fare un esempio, crediamo che il principio espresso dall’art. 34 secondo cui “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, sia da considerare limitativo, una sorta di “egualitarismo meritocratico” che è stato messo in discussione da più avanzate ed adeguate teorie dell’equità, come esaminammo in modo approfondito nel seminario internazionale dell’ADi  L’equità nella tormenta delle riforme scolastiche” .

Si tratta allora di approfondire l’elaborazione e cercare di arrivare a sintesi condivise che riescano a tratteggiare un plausibile scenario verso il quale avanzare. Compito arduo, poichè ci troviamo sbalzati da una modernità definita e vincolata da legami nazionali, territoriali, solidi e duraturi a una modernità fatta di legami mutevoli e fragili, che racchiude in sé gli effetti della globalizzazione, del nomadismo, delle reti virtuali; una modernità caratterizzata dalla multiculturalità e dalla complessità.

Ma ora per concludere, ritorniamo molto più modestamente da dove siamo partiti. Deve la scuola inculcare solo principi che siano in sintonia con la famiglia? La nostra risposta è no. E’ del tutto evidente che gli insegnanti devono ricercare tutti i possibili contatti con le famiglie, per procedere con un’educazione il più possibile condivisa, ma deve essere altrettanto chiaro che le famiglie possono anche trasmettere disvalori, egoismi, opportunismi, xenofobia, discriminazioni di vario tipo, e che la scuola non solo non può seguirle, ma deve fondarsi su propri principi, finalità e valori, che possono anche essere in contrasto con quelli espressi dalla famiglia.

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