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EURYDICE: DATI CHIAVE SULL’ISTRUZIONE IN EUROPA 2012

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Il 10 febbraio u.s. è stato presentato il Rapporto UE sull’istruzione 2012 , organizzato in 7 capitoli : 1) Contesto, 2) Organizzazione ( con un capitolo sulla valutazione), 3) Partecipazione, 4) Risorse, 5) Insegnanti e personale dirigenziale, 6) Processi educativi, 7) Titoli e transizione al lavoro. Ha fatto scalpore la denuncia dell’invecchiamento del corpo docente, di cui l’Italia detiene il primato, non rimpiazzato da nuove leve.

Il Rapporto in 7 capitoli

Rapporto Eurydice 2012E’ stato presentato a Bruxelles il 10 febbraio 2012 il Rapporto UE sull’istruzione dal titolo ‘Dati chiave sull’istruzione in Europa nel 2012’, che è alla sua ottava edizione.

Il Rapporto comprende 33 Paesi europei (e 37 sistemi educativi, considerato che alcuni Paesi hanno al loro interno sistemi educativi diversi). Si tratta dei Paesi coinvolti nel Lifelong Learning Programme 2007-2013.

In particolare il Rapporto è organizzato in 7 capitoli intitolati:

1) Contesto

2) Organizzazione (con un capitolo sulla valutazione)

3) Partecipazione

4) Risorse

5) Insegnanti e personale dirigenziale

6) Processi educativi, con informazioni sull’istruzione prescolare (ISCED 0), sull’istruzione primaria (ISCED 1), sull’istruzione secondaria di 1° e 2° grado (ISCED 2-3), sull’istruzione superiore, terziaria (ISCED5-6).

7) Livelli delle qualificazioni e transizioni al lavoro.

Il rapporto analizza gli sviluppi nei sistemi di istruzione negli ultimi 10 anni

Il Rapporto completo è attualmente disponibile solo in inglese, mentre è reperibile una versione parziale in Italiano.

Organizzazione: più obbligo, più autonomia, più valutazione

Secondo i dati riportati gli aspetti più significativi delle riforme strutturali e organizzative sarebbero:

  1. l’estensione in alcuni paesi europei dell’obbligo di istruzione,.
  2. un maggiore livello di autonomia scolastica,
  3. lo sviluppo dei sistemi di valutazione, che si differenziano nei vari Paesi. Ad essere valutati possono essere il sistema d’istruzione,  le singole scuole o gli insegnanti. I Paesi europei hanno adottato politiche differenziate in riferimento all’accountability delle scuole basate sui risultati degli studenti, e alla publicizzazione dei dati

Risorse economiche: media europea su PIL 5%, Italia 4,6%, con la percentuale più bassa per l’istruzione terziaria

Nella maggioranza dei Paesi europei gli investimenti per l’istruzione sono rimasti pressoché immutati, circa il 5% del PIL fino al 2008, ossia fino a poco prima della crisi economica. L’Italia è al 4,6%. In risposta alla crisi, alcuni Governi hanno assunto specifiche misure per evitare di diminuire i fondi per l’istruzione e  salvaguardare le riforme implementate nell’ultimo decennio, ma non è stato ovunque così.

Nella figura sotto sono riportate le percentuali di spesa sul PIL per i diversi gradi dell’istruzione, da quella prescolastica (ISCED 0) a quella terziaria universitaria e non (ISCED 5 e 6), da dove risulta che l’Italia è fra i tre Paesi che spende meno per l’istruzione terziaria, solo lo 0,8.

Spesa pubblica complessiva per l’istruzione per i diversi gradi dell’istruzione (ISCED da 0 a 6) in percentuale sul PIL, 2008

Insegnanti: un’impietosa fotografia di professoresse senescenti

Tutta la stampa italiana si è soffermata soprattutto sulla parte del Rapporto che mette in evidenza l’invecchiamento e la femminilizzazione del corpo docente, non rimpiazzato da giovani leve di insegnanti,  con la prospettiva di gravi carenze di insegnanti nel prossimo futuro.

Nel 2009 la femminilizzazione del corpo docente, dalla primaria alla secondaria superiore inclusa, riguardava complessivamente nella UE circa il 60%, in Italia il 75,8%, con un dimezzamento nel nostro Paese nell’istruzione terziaria ( 35,6%), con la solita evidente esclusione delle donne dove i lavori si fanno più prestigiosi

La situazione dell’Italia in quanto a senescenza dei docenti è la più preoccupante, e lo sarà sempre di più, vorremmo aggiungere, con le nuove norme sulle pensioni.

L’Italia è il Paese che ha la più alta percentuale (57,8%) di professori ultracinquantenni nelle scuole secondarie, segue la Germania con il 50,7%.

Contemporaneamente l’Italia ha la percentuale più bassa di docenti under 30 (0,5%), rispetto alla Germania  3,6%, alla Bulgaria  5,5%, all’Austria e Islanda 6% e alla Spagna  6,8%.

Figura: distribuzione degli insegnanti per gruppi di età nell’istruzione secondaria di 1° e 2° grado, pubblica e privata, 2009

Vi sono molte altre notizie sugli insegnanti che vale la pena di esaminare leggendo l’intero Rapporto: formazione iniziale, discipline in cui c’è carenza di docenti, tipologia dei contratti, retribuzioni,   progressione in base all’anzianità (l’Italia rimane fra i Paesi che impiegano più  anni in assoluto per raggiungere il massimo retributivo), avanzamento di carriera, orario di lavoro, ecc…., nonché notizie sui dirigenti scolastici

C’è, come sempre, preoccupazione nei confronti della professione docente, ma in realtà sono pochi i Paesi che hanno adottato misure efficaci per migliorarne la qualità e rendere attrattivo questo mestiere.

Orario di servizio degli insegnanti 

Nella maggior parte dei Paesi europei le ore di servizio degli insegnanti sono aumentate negli ultimi 10 anni. Nel 2010-2011 l’orario di lezione in classe registra una media tra le 19 e le 23 ore settimanali, un po’ di più del 2006-2007 quando la media era tra le 18 e le 20 ore settimanali. Ci sono comunque considerevoli variazioni tra i Paesi. In generale l’orario settimanale di insegnamento nella secondaria di 1° e 2° grado è inferiore a quello della primaria. Soltanto in Bulgaria, Danimarca e Croazia il numero delle ore di insegnamento aumenta passando dalla primaria alla secondaria. In circa 12 paesi gli insegnanti hanno lo stesso orario di insegnamento nella primaria e nella secondaria.

In pochissimi Paesi europei, comunque, l’orario di servizio degli insegnanti si limita all’insegnamento in classe. Nella maggioranza dei Paesi i contratti stabiliscono un numero di ore settimanali da svolgere oltre all’insegnamento.  In linea di massima l’orario complessivo di lavoro oscilla tra le 35 e le 40 ore settimanali nella maggioranza di questi Paesi. Diciasette Paesi o Regioni definiscono inoltre il numero di ore in cui gli insegnanti devono essere disponibili a scuola. Questo numero complessivo di ore a scuola non eccede di norme le 30 settimanali, eccetto in Portogallo, Svezia e Regno Unito, e anche in Islanda e Norvergia ma solo per la primaria e secondaria di 1° grado.

Nella figura sotto sono indicati gli orari di lavoro settimanali degli insegnanti della scuola primaria (ISCED 1) secondaria di 1° grado (ISCED 2) e secondaria di 2° grado (ISCED 3) nel 2010-2011, distinti in:

Legenda Tabella

Orari di lavoro settimanali degli insegnanti della scuola primaria (ISCED 1) secondaria di 1° grado (ISCED 2) e secondaria di 2° grado (ISCED 3) nel 2010-2011

Per l’Italia, come si può notare dalla figura, non sono state incluse le 80 ore annue di attività funzionali all’insegnamento, né l’orario svolto fuori dalla scuola per le “attività non quantificabili” (es. correzione compiti, preparazione lezioni ecc..).

Ciò premesso, quello che si nota nell’orario italiano, tranne che per la scuola primaria, non c’è disponibilità obbligatoria di orario a scuola oltre l’insegnamento, che spesso negli altri Paesi significa disponibilità ulteriore con gli alunni e gli studenti, per supplenze o sostegno individuale o per piccoli gruppi.

In Francia la campagna elettorale di Sarkozy sta puntando molto sulla linea del maggiore orario complessivo a scuola,  maggiori stipendi, bilanciato da un minor numero di insegnanti (già tagliate 60.000 cattedre).

In Italia  nessun governo, né tecnico, né di centrosinistra né di centrodestra, ha mai saputo esprimere una politica sugli insegnanti. Chi governa la scuola è da tempo il MEF non il MIUR, e il Ministero dell’Economia e della Finanza ha un unico obiettivo: risparmiare e tenere sotto controllo il MIUR (meglio sarebbe dire sotto commissariamento). D’altra parte come può essere altrimenti di fronte a un ministero in balia di tutte le spinte corporative che finora ha avuto in mente solo la salvaguardia o l’incremento degli organici, la salvaguardia delle graduatorie ad esaurimento centenarie, assieme all’incapacità, o meglio al rifiuto consapevole, di reclutare giovani leve selezionate e preparate, di predisporre una carriera degli insegnanti, di accorciare la progressione economica di tutti i docenti che è fra le più lunghe in Europa, e in quel contesto di ripensare l’orario di servizio, prevedendo una maggiore disponibilità a scuola, anche per la copertura delle supplenze.

Crescono i giovani con livelli alti di istruzione

Il 79% dei giovani europei fra i 20 e i 24 anni ha completato l’istruzione secondaria superiore (ISCED 3) nel 2010, confermando il trend che si registra in tutta Europa a partire dal 2000, Italia compresa che passa dal 69,4% al 76,3%.

Figura: percentuale della popolazione dai 20 ai 24 anni che ha completato almeno l’istruzione secondaria superiore (ISCED 3), 2010

Fra i 24-64enni cresce, per ciascuno dei gruppi di età considerati dal 2000 al 2010 (v. figura sotto), la media europea di persone con un titolo terziario  universitario e non. La crescita più grande riguarda il gruppo 35-39enni, con una variazione positiva di quasi il 7%. Nonostante l’aumento medio di giovani con titolo terziario, rimangono differenze significative fra i vari Paesi. In alcuni ( Danimarca, Irlanda, Cipro, Lussemburgo,Finlandia, Svezia e Norvegia) la proporzione di 30-34enni con titolo terziario è ben al di sopra del 45%, mentre in altri (Italia, Malta, Romania e Turchia) è al di sotto del 20%.

Come noto la bassissima percentuale italiana è dovuta principalmente al deplorevole mancato sviluppo del settore terziario non universitario. Si sta ancora, come noto, cercando di lanciare gli ITS, collocati peraltro al livello ISCED 4 e non 5.

Figura: percentuale della popolazione tra i 24 e i 64 anni con un titolo terziario (ISCED 5 e 6), 2010

L’istruzione pare un buon antidoto contro la disoccupazione.

I giovani con un titolo di livello terziario (laurea o postdiploma) entrano nel mercato del lavoro due volte più velocemente dei giovani con la sola licenza media. A livello europeo, la durata media della transizione al primo impiego significativo  è di  5 mesi per chi è in possesso di titolo terziario, di circa 7,4 mesi per i diplomati della scuola secondaria superiore, e fino a 9,8 mesi per chi ha livelli di istruzione inferiori.

Ma  1 su 5 dei laureati o diplomati di livello terziario svolge un lavoro sotto-qualificato

Ma  nonostante questo aumento complessivo di laureati e diplomati di livello terziario, uno su cinque risulta occupare u n posto sottoqualificato rispetto al titolo posseduto. E si tratta di una percentuale in aumento dal 2000.

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