A. CENERINI – QUALE EDUCAZIONE PER LA GENERAZIONE ALPHA

Atti del VII Congresso Nazionale ADi 25-26 febbraio 2023

LA PRIMA PAROLA: GIOIA

Buon pomeriggio a tutte e tutti.

L’Inno alla gioia di Schiller, musicato da Beethoven e diventato l’inno europeo che abbiamo appena ascoltato, comincia così: “ O amici, non più questi suoni, intoniamone altri più piacevoli e più gioiosi, gioia, gioia, gioia”. Ecco, consentitemi oggi, in questa mia ultima relazione,  di non usare termini e toni consueti e di intonarne altri.

Vi consegnerò tre parole.

La prima è per l’appunto gioia.

Gioia non è un termine effimero. Secondo la lontana etimologia sanscrita, significa unione dell’anima individuale con lo spirito universale. E’ un sentimento profondo che invade tutto l’essere e connette ‘l’alto’ con ‘il basso’, lo spazio interno con quello esterno, il soggetto con l’oggetto, l’individuo con gli altri.

In questo senso gioia e scuola dovrebbero essere un binomio indivisibile. Gioia è più di benessere, perché contiene in sé la fratellanza, un’altra parola desueta ma bellissima .

Se i ragazzi vivessero  la  scuola con gioia, le relazioni sarebbero più solide e durature e l’apprendimento più profondo. Quando metteremo in pratica quello che le neuroscienze ci insegnano da tempo? Quando ci convinceremo  che gli aspetti cognitivi non sono separabili da quelli sociali ed emozionali?

Chiarita la prima delle tre parole, prima di passare alle due successive diamo  insieme uno sguardo ai bambini e ai ragazzi che popolano la scuola oggi. Ci troviamo nel mezzo di due generazioni. Da un lato la Generazione Z, i  nati dal 1997 al 2012, dall’altro la generazione Alpha, i nati dopo il 2010, l’anno del primo Ipad e di Instagram .

LA GENERAZIONE Z

Cominciamo dalla generazione Z. Una generazione contrassegnata dall’insicurezza.

Sono bambini e giovani che hanno vissuto un aumento della depressione, dell’ansia, delle malattie mentali  e  una drammatica crescita del numero dei suicidi. I suicidi rappresentano in Italia la seconda causa di morte dei giovani fra i 14 e i 18 anni.  E’  una generazione più povera dei propri genitori; una generazione  che ha sperimentato l’aumento dell’intolleranza e dell’estremismo violento. E insieme ha vissuto e vive problemi  mondiali drammatici come i cambiamenti climatici, le migrazioni di massa e ultimamente la pandemia.

Una generazione rispetto alla quale la scuola di massa, oggi più che in passato, ha palesato i propri fallimenti.

Il primo fallimento della scuola

Il primo fallimento: la scuola non ha prodotto emancipazione sociale, non ha mitigato le disuguaglianze. La dispersione scolastica, i drop out, i neet sono in Italia in un numero vergognoso. E come ci dicono le indagini nazionali e internazionali si tratta in grandissima maggioranza di alunni e studenti che provengono dalle situazioni più deprivate.

Il secondo fallimento della scuola

Il secondo fallimento ce lo ricorda spessissimo il sociologo francese Dubet, tante volte relatore ai nostri seminari internazionali, e  riguarda  le virtù dell’educazione. Afferma Dubet :” Lo sviluppo dei moderni sistemi scolastici è stato basato sulla convinzione che l’istruzione renda gli uomini migliori e le società più civili. Non è stato così. I tanti che la scuola respinge, diventano dei perdenti, odiano la scuola e gli insegnanti, detestano la cultura. La conseguenza è che mentre pensavamo che lo sviluppo dell’istruzione scolastica avrebbe creato cittadini più tolleranti, aperti e buoni, constatiamo che le società stanno diventando più brutali, razziste, cattive.”

LA SECONDA PAROLA: CONSAPEVOLEZZA

Se tutto questo è vero dobbiamo chiederci: la scuola e noi donne e uomini di scuola ne abbiamo consapevolezza?

C’è un bel saggio di Yuval Noah Harari, lo storico israeliano, dal titolo Politics of Consciousness, in cui argomenta e definisce che cos’è la consapevolezza.

Ed è questa la seconda parola che voglio consegnarvi.

La consapevolezza, dice Harari, è la capacità di soffrire,  è l’opposto della pura osservazione. La consapevolezza è il fenomeno meno neutrale dell’universo, ci fa sentire le cose, ci fa  soffrire e ci dà la volontà di cambiare e  perseguire ciò che non c’è. La consapevolezza ha pertanto un grandissimo impatto sull’etica e sulla politica. A differenza dell’intelligenza, la consapevolezza è solo degli umani. In dieci anni l’intelligenza artificiale è aumentata in modo esponenziale e ha superato l’intelligenza umana. Ma la consapevolezza dei robot è rimasta pari a zero. Quindi, dice Harari, non serve l’intelligenza se non c’è consapevolezza.

Ebbene,  consapevolezza, per noi gente di scuola, significa innanzitutto essere consapevoli che la povertà non è un destino , che non è un destino che i poveri debbano andare sempre male a scuola.

Leggiamo  le statistiche, ma rimaniamo indifferenti  rispetto ai quotidiani disastri educativi, siamo bravi osservatori neutrali, convinti che le responsabilità siano sempre altrove. Non è così, oggi ci sono conoscenze e strumenti per istruire/educare tutti. Di questo dobbiamo avere consapevolezza.

Ma non solo. La scuola non può chiamarsi fuori rispetto ai disagi psicologici e mentali di tanti bambini e ragazzi, perché la scuola spesso ne è la concausa. Anche su questo ci guidi dunque una nuova consapevolezza.

LA GENERAZIONE ALPHA

Passiamo ora all’altra generazione, la gen ALPHA, quella costituita dai ragazzini nati dopo il 2010.

Le analisi di cui disponiamo, poche in verità, poiché si riferiscono a un numero limitato di anni, ne parlano con ottimismo.

Afferma Joe Nellis, Professor of Global Economy alla Cranfield School of Management in Inghilterra,  che sarà una generazione più istruita, più dinamica e più intelligente delle generazioni precedenti, capace di abbracciare la complessità.

Una generazione molto sensibile ai grandi problemi planetari: l’ambiente, la sostenibilità, gli squilibri, la povertà, le disuguaglianze; su cui, come nessun’altra generazione vorrà avere un impatto.

I  Gen Alpha, nati in famiglie più piccole,    potenzialmente   staranno economicamente meglio della generazione precedente.  Rimarranno più a lungo nell’istruzione, entreranno più tardi nella forza lavoro,  avranno figli più tardi. Vivranno più a lungo, molti fin oltre i 100 anni.

Per quanto riguarda l’istruzione, gli Alfa  eviteranno l’eccesso di nozioni, preferendo lo specialismo e   la profondità. Prendere un master sarà la norma.

Un nuovo ottimismo?

Dunque, pare aprirsi una speranza all’ottimismo.

Un ottimismo che anche Robert Putnam ha espresso nel suo libro Upswing del 2020.

Secondo Putnam negli ultimi 125 anni gli USA sono passati dall’individualismo al  comunitarismo e di nuovo all’individualismo. Una curva che chiama  “IO- NOI- IO” . All’apice della curva , NOI, c’è il divario più basso tra ricchi e poveri , il livello più alto di  salute, la più alta spesa sociale, la più bassa polarizzazione politica, e  la più alta volontà di andare avanti insieme. L’apice della curva, dice Putnam si è verificato a metà del XX secolo e da allora  ha cominciato a scendere di nuovo verso l’IO .

Oggi, secondo Putnam, c’è però la possibilità di invertire la curva e passare di nuovo  al “Noi”, a una società più cooperativa, più generosa, più concentrata sulle responsabilità reciproche, meno focalizzata sui ristretti interessi personali.

Se in questo vogliamo credere, se vogliamo credere cioè che ci stiamo avviando verso una società in cui il NOI diventerà più importante dell’IO, allora  dobbiamo chiederci come attrezzarci perché anche nella scuola da subito si cominci ad esercitare questo forte e benefico potere del noi,  The Power of Us, che è il titolo di un libro lungimirante dell’inglese David Price, che abbiamo avuto come relatore al nostro ultimo seminario internazionale.

LA TERZA PAROLA: NOI

Ed è NOI la terza parola che vi consegno. Il potere del noi, The power of us,  è il titolo di un importante libro di David Price, che abbiamo avuto come relatore al nostro seminario internazionale di ottobre 2022.

Proverò a esaminare come costruire  il “potere del noi” nella scuola, in relazione a tre componenti:

  1. gli insegnanti,
  2. gli istituti scolastici autonomi
  3. gli studenti

IL “POTERE DEL NOI” DEGLI INSEGNANTI

Cominciamo dagli insegnanti. Per prima cosa dovremmo sbarazzarci di quelle idee perverse e inefficaci che Andy Hargreaves,  con sano sarcasmo, chiama “idee stravaganti”, ad esempio pagare meglio gli insegnanti più bravi, il merit pay, penalizzare i meno bravi, mettere gli insegnanti in competizione tra loro.

Che fare allora? Ce lo spiegò molto bene  10 anni fa proprio Andy Hargreaves a un nostro seminario internazionale: bisogna costruire il Capitale professionale, Professional capital, che è anche il titolo di un suo libro di successo.

Il capitale professionale comprende tre componenti:

  1. il capitale umano,
  2. il capitale sociale
  3. il capitale decisionale.

Il capitale umano

Il capitale umano è  costituito dalle qualità dei singoli insegnanti, dalle loro conoscenze, dalla durata della loro formazione, dall’efficacia delle loro competenze, dalla loro intelligenza emozionale, dalla loro empatia, dalla loro capacità di capire una popolazione studentesca variegata e di mettersi nei loro panni, ecc..

Per costruire un buon capitale umano occorre:

  1. saper attrarre nella scuola persone in gamba,
  2. fare una selezione iniziale severa,
  3. attuare una rigorosa formazione iniziale e continua,
  4. dare retribuzioni decorose,
  5. disporre di un ambiente di lavoro collaborativo e attraente,
  6. valorizzare il loro status sociale.

C’è un punto cruciale però. Se tenete conto di tutti questi fattori, la costruzione di un corpo insegnante qualificato richiederà almeno 10 anni, Invece è importante agire subito, non aspettare.

Quindi che fare in attesa che si crei questo nuovo corpo insegnante? La risposta, afferma Hargreaves,  è il capitale sociale.

Il capitale sociale

Il capitale sociale si riferisce a quello che si può fare fin da ora, stabilendo una rete positiva di relazioni con i colleghi, con le persone che si hanno attorno, dentro e fuori la scuola.

Si tratta di costruire  rapporti improntati alla fiducia, fra colleghi, fra insegnanti e dirigente, fra insegnanti e studenti, fra insegnanti e genitori. Il gruppo è infatti molto più potente del singolo individuo. I singoli insegnanti non cambieranno mai il sistema se non collaboreranno e non svilupperanno un’impresa collettiva.

In sintesi: capitale umano e capitale sociale sono entrambi importanti, ma il capitale sociale ha una prerogativa in più, aumenta il capitale umano. In una scuola collaborativa, un cattivo insegnante può diventare un insegnante accettabile, un insegnante discreto un bravo insegnante, un bravo insegnante un insegnante eccellente.

Quindi soprattutto nel breve periodo, finché non riusciremo ad attrarre un migliore capitale umano nella scuola, finché non si saranno realizzate politiche efficaci sulla formazione e il reclutamento degli insegnanti, in questa attesa che durerà anni, la cosa veramente importante da fare è aumentare il capitale sociale nella scuola, accrescere la fiducia e la collaborazione.

Tuttavia, capitale umano e capitale sociale non sono sufficienti. C’è un terzo aspetto, dice Hargreaves, che dobbiamo considerare e che proviene dal campo della giurisprudenza, è il capitale decisionale.

Il capitale decisionale

Il capitale decisionale è il cuore del capitale professionale; consiste nella capacità di giudicare e assumere collegialmente decisioni conseguenti pertinenti in situazioni complesse.

Valutare non è cosa semplice, le prove non sono sempre incontrovertibili, i dati non parlano da sé,  eppure alla fine si devono sempre prendere decisioni, non solo e non tanto rispetto al singolo studente ma rispetto a tutto quanto si fa e che è necessario per individuare gli interventi di miglioramento. Queste decisioni richiedono esperienza, l’analisi dei casi propri e di altri colleghi, la riflessione individuale e collegiale. La responsabilità delle decisioni per tutta la scuola deve essere sempre collegiale, aperta ai feedback e improntata alla trasparenza.

Andy Hargreaves sostiene che è proprio il capitale decisionale, più del capitale umano e sociale, che mette in evidenza  l’esigenza improcrastinabile di avere una diversa struttura della carriera dei docenti, con più chiari percorsi di leadership e cita i tre percorsi professionali degli insegnanti di Singapore, che tante volte ADi ha illustrato.  Figure che, in totale sintonia con il potere del noi, dovranno avere le caratteristiche della servant leadership, esprimendo  innanzitutto la capacità di valorizzare gli altri.

IL “POTERE DEL NOI” DELLE SCUOLE AUTONOME

Abbiamo fin qui chiarito come si può costruire il potere del noi riferito agli insegnanti, vediamo ora il potere del noi riferito alle scuole autonome.

Michael Fullan, che peraltro ha scritto insieme ad Andy Hargreaves Professional Capital, ci indica con chiarezza la strada.

E’ quella che lui definisce autonomia  connessa, connected autonomy, due parole solo apparentemente antinomiche, ma che esprimono un solo concetto: per funzionare bisogna essere contestualmente indipendenti ma in relazione, autonomi ma collaborativi. E questo  è esattamente il contrario delle scuole in competizione tra loro.

Prefigura infatti istituti scolastici che condividano la responsabilità dell’educazione dei bambini e dei ragazzi di un intero territorio, indipendentemente dalla scuola che frequentano, realizzando un efficace capitale sociale  fra gli istituti.

Dobbiamo immaginare scuole che non hanno più pareti, per parafrasare il titolo del nostro ultimo seminario internazionale, perché solo cosi riusciremo a costruire un ecosistema di apprendimento capace di connettersi a livello locale, nazionale e globale, ove gli studenti si misurano con sfide autentiche e  apprendono in contesti reali, tali da rendere  l’apprendimento motivante, rigoroso  e approfondito  e sviluppare  nella pratica di tutta la scuola la cultura del Noi .

Tutto questo richiede  il coraggio di dare autentica autonomia alle scuole, con la possibilità di modificare curricoli e orari, di assumere direttamente il personale, pur mantenendo alta la valutazione nazionale e la partecipazione alle indagini internazionali.

Mentre si deve cercare di rimuovere da tutto il sistema  ostacoli e impedimenti, diventa necessario sperimentare  da subito situazioni di autonomia avanzata  laddove ci siano  idee e volontà di innovazione, pensiamo in particolare ai bisogni posti dalla filiera dell’istruzione tecnico/ professionale e  dai licei quadriennali, ma non solo. Dobbiamo dare ali a chi vuole volare.

A questo scopo è importante sostenere e diffondere la proposta di legge dell’ADi sugli ISAS, Istituti Scolastici ad Autonomia Speciale, a gestione pubblica ma non solo statale

Se vogliamo davvero aggredire la vergogna della dispersione scolastica in Italia e la drammatica situazione dei NEET,  dobbiamo avere il coraggio di tentare  anche forme  nuove di autonomia sul tipo delle Charter Schools americane  con finanziamento attraverso i voucher o buoni scuola, che sono un modo più efficace e controllabile rispetto al finanziamento diretto agli istituti. Non ci si scandalizzi di fronte a questa mia affermazione, il vero scandalo in Italia è avere tutta l’istruzione e formazione professionale affidata a centri privati, con la sola eccezione, credo, del Trentino. Ma di questo nessuno parla,  quando si tratta di filiere dell’istruzione in cui si assolve l’obbligo di istruzione, frequentate di norma da ragazzi con un background socio economico deprivato.

L’obiettivo dichiarato e controllabile deve essere quello di dare anche alla popolazione più deprivata forme alte di cultura, pensiamo alle tante scuole di tipo charter che abbiamo avuto ai nostri seminari internazionali, come la High Tech High di San Diego e la ESBZ di Berlino.

IL “POTERE DEL NOI” DEGLI STUDENTI

E veniamo ora al potere del noi riferito agli studenti

Per delinearlo farò riferimento a Sugata Mitra, che tantissimi di voi conoscono come autore dell’esperimento the hole in the wall. Negli anni ‘90 quando i computer non erano diffusi come ora,  Sugata Mitra, che vive in Inghilterra ma è indiano, fece questo esperimento  nei sobborghi di Nuova Delhi, dove vivevano ragazzi poveri che non conoscevano il computer.

Mise in alcuni buchi nel muro dei computer abbastanza grandi e osservò cosa succedeva. I ragazzini si radunavano a gruppi e imparavano a utilizzare il computer da soli. Non sapevano l’inglese, ma riuscivano non solo a manovrare il computer senza che nessuno glielo avesse mai insegnato, ma anche a capire le spiegazioni scritte  in un’altra lingua. Sugata Mitra  afferma che la prima lezione che ha appreso da questo esperimento è che l’assenza di un insegnante può essere un fattore pedagogico fortissimo per favorire l’apprendimento e, riferendosi all’oggi, dice che i bambini possono imparare da soli attraverso Internet se si danno tre  condizioni:

  • non essere sorvegliati,
  • lavorare in gruppi eterogenei, maschi e femmine di età diverse,
  • avere accesso a internet attraverso uno schermo abbastanza grande, ben visibile in un luogo pubblico e sicuro.

Mitra chiama questo insieme di condizioni ambiente di apprendimento auto organizzato, Self Organized Learning Environment, SOLE.
Gli insegnanti mantengono comunque un compito molto importante:  guidare l’apprendimento di alunni e studenti ponendo le  giuste domande, via via sempre più complesse.  Sugata Mitra ha direttamente  verificato che i ragazzini sanno rispondere a domande anche molto difficili.  In una bellissima intervista, The future of learning,  racconta di aver fatto ad alcuni  bambini di nove anni questa domanda: “ Può esserci qualcosa che sta in due posti nello stesso momento?” I bambini l’hanno guardato stupiti “ Ma come si fa a essere in due posti nello stesso momento?” Sugata ha detto loro: “Cercate, andate a vedere se è possibile”. Dopo soli 15 minuti i bambini sono tornati e gli hanno detto: ”Sugata hai mai sentito parlare di engagement quantistico?” E proprio di questo si trattava. Sugata Mitra è dunque assolutamente convinto che i bambini e i ragazzi abbiano la capacità di auto apprendere, purché abbiano dei grandi schermi, lavorino in gruppi eterogenei e non siano sorvegliati.

Ci sono comunque dei problemi tra cui il principale riguarda la valutazione.  Ciò che si deve fare , dice Sugata Mitra, è immaginare  una valutazione che prepari i ragazzi al mondo reale, a quello dominato da internet e dall’intelligenza artificiale. Finora tutta l’istruzione, e di conseguenza la valutazione, è  stata basata sul just in case, è necessario passare al just in time.

Cosa vuol dire? Nel campo della produzione  just in time  significa produrre  solo quanto  viene di volta in volta richiesto dal consumatore. Il modello  just in case prevede invece che i beni vengano prodotti e stoccati in magazzino, per coprire tutte le successive eventuali richieste .

Nell’educazione ha finora, notoriamente, dominato il  just in case, con la bulimia dei curricoli e un sovrabbondante accumulo di nozioni. Occorre passare dal just in case al just in time.

Mitra spiega la questione con vari esempi.  “Tutti voi” dice “avete dovuto apprendere prima o poi  le equazioni quadratiche, con l’idea che un giorno vi sareste imbattuti in una pazzesca equazione quadratica. Ma se vi capitasse non ci sarebbe bisogno di fare ricorso a nozioni immagazzinate in passato, dovreste semplicemente dire:  “ Alexa aiutami a risolverla”. Dobbiamo allora preparare i bambini a imparare just in time anziché just in case, per un futuro in cui ciò che dovranno  sapere non è  più evidente”.  E  continua “Fra poco quando telefonerete in Giappone non sarà necessario conoscere il giapponese perché il vostro stesso smartphone tradurrà simultaneamente dal giapponese nella vostra lingua.”

Ebbene l’ovvia conseguenza di tutto ciò, tornando alla valutazione, è che si deve consentire l’uso di Internet durante gli esami. E conclude “ Così come non abbiamo bisogno di persone che sappiano leggere l’ora senza guardare l’orologio, non abbiamo bisogno di persone che sappiano rispondere a qualsiasi quesito o problema senza usare internet”.

Ma a chi gli chiede se in futuro ci sarà ancora bisogno di scuola, Sugata Mitra  non ha dubbi, la scuola continuerà ad esistere anche se  magari assumerà un altro nome. E’ fondamentale infatti per i bambini e i ragazzi trovarsi insieme, lavorare insieme, discutere, confrontarsi, vivere insieme. Abbiamo visto, d’altra parte, cosa è successo durante la pandemia,  quando abbiamo toccato con mano il bisogno insostituibile dei ragazzi di avere un luogo sicuro in cui  incontrarsi.

CONCLUSIONE

Mi avvio alla conclusione.

Vi ho consegnato tre parole: Gioia, consapevolezza e noi, il potere del noi. Vi invito ad usarle con coraggio. Abbiate, per dirla con Barak Obama  the audacity of hope, l’audacia della speranza.

E con audacia ponete sempre obiettivi alti. Non deve succedere che nell’illusione di mitigare la dispersione si abbassino  obiettivi e livelli di apprendimento. E’ la cosa peggiore che possiamo fare e ce lo dice uno abituato a guardare in alto:

Il più grande pericolo non sta nel fatto che i nostri obiettivi siano troppo alti e non li si raggiunga, ma che siano troppo bassi e li si raggiunga. Parole di Michelangelo.

Con questo vi lascio. Ho cominciato con un inno termino con un canto che è un invito a salire e a guardare sempre più in alto.

.

Ecco siamo giunti alla fine, è il momento di  congedarmi.

Grazie per questi 25 anni in cui ho avuto il privilegio di vivere gioia, consapevolezza e  con voi   il potere del noi.

Grazie a tutti voi che siete oggi in questa sala, e grazie ai tanti che non  sono qui presenti  ma senza dei quali l’ADi sarebbe stata e sarebbe tutt’altra cosa.

Tre fra tutti, Norberto Bottani,  Rosario Drago e Carlo Marzuoli,  veri, autentici  pilastri del mio lungo viaggio.

Infine un augurio e un ringraziamento davvero di cuore a Mimma Siniscalco, che ha accolto con generosità l’invito unanime del direttivo e mio personale a candidarsi alla Presidenza dell’ADI e che domani verrà eletta e sarà, ve lo assicuro, una grande Presidente.

Auguri Mimma e grazie a tutti voi.

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