L’ATLANTE DELL’INFANZIA 2019 DI SAVE THE CHILDREN
Una fotografia aggiornata dell’infanzia nel nostro Paese

Sul sito ADI un interessante dettagliato  resoconto della 10^ edizione dell’Atlante dell’infanzia  2019 di Save the Children,  a cura di  Antonella Portarapillo, Presidente ADI Regione Campania, ed Elena Scanu Ballona, coordinatrice ricerca di Save the Children.

Se nei due anni precedenti il focus era stato sulla scuola  (2017) e sulle periferie (2018), l’Atlante 2019 è dedicato al “tempo dei bambini e dei ragazzi” alla luce  dei principali cambiamenti che hanno attraversato l’Italia nell’ultimo decennio. L’Atlante è sostanzialmente diviso  in 3 parti: 1) Il tempo nuovo, 2) il tempo perduto, 3) il tempo ritrovato.  

Il tempo dei bambini: bambini nel tempo nuovo

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Il “tempo nuovo”, evocato nella prima parte dell’Atlante, è quello  della massiccia mobilitazione giovanile in favore della protezione dell’ambiente, della lotta ai cambiamenti climatici e alle diseguaglianze.

Molto c’è da fare in Italia per rendere sostenibile  l’ambiente in cui i bambini  e i ragazzi vivono. Più di 8 minorenni su 10, nel nostro Paese, vivono in Comuni con più di 5 mila abitanti e il 37% si concentra nelle 14 città metropolitane. Città sempre più inquinate, in cui il verde pubblico è talora sotto la media; in cui la mobilità alternativa e sostenibile paga il prezzo allo sviluppo ridotto di metropolitane e tram, in cui l’utilizzo dell’automobile sulle strade è in crescita, tanto da portare l’Italia in cima alla classifica europea, con 616 vetture per 1000 abitanti.

Se poi consideriamo gli edifici scolastici, su un totale di poco più di 40 mila edifici censiti dall’anagrafe dell’edilizia scolastica, 7 mila sono considerati “vetusti”; oltre 15 mila sono privi di collaudo statico, oltre 21 mila del certificato di agibilità.

In questa situazione anche l’istruzione deve fare la sua parte, e assumere nel proprio curricolo la questione della sostenibilità.

Il tempo dei bambini: bambini nel tempo perduto

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Il “tempo perduto”  è quello  dovuto all’inazione politica nei confronti delle povertà minorili incredibilmente cresciute negli ultimi 10 anni, o della persistente grave dispersione scolastica, o ancora del “degiovanimento” dovuto al calo demografico.

La gravissima crisi economica ha avuto un impatto fortissimo  sulla vita di molti bambini e ragazzi.  Si sono alimentati gli squilibri esistenti a livello di servizi e prestazioni per l’infanzia, condannando proprio i bambini e le famiglie in maggiore difficoltà a fare fronte quasi da sole agli effetti della crisi.

E niente è più paradigmatico, sul fronte della tutela dell’infanzia, del “tempo perso” dell’inazione politica nei confronti delle povertà minorili.

Se nel 2008 era relativamente povero un bambino o un ragazzo su 8 (il 12,5 del totale, pari a circa 1 milione 268 mila), 10 anni dopo, nel 2018, questa condizione concerne oltre 1 bambino o ragazzo su 5, il 22% del totale, quasi 2,2 milioni. La povertà assoluta, quella che priva anche del minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa, nel corso del decennio è cresciuta di tre volte tra i bambini e ragazzi, divenendo una questione grave e urgente per moltissimi giovani. Come ha ricordato Chiara Saraceno, a capo delle Commissioni di indagine sulla povertà e l’emarginazione, “Malgrado la pubblicazione di rapporti sempre più puntuali, la povertà minorile è rimasta tenacemente fuori dall’agenda politica”.

C’è poi il fenomeno del “degiovanimento” della popolazione residente. Dati alla mano, nel decennio registriamo la diminuzione di bambini e ragazzi sia in valore assoluto (i minorenni sono passati dagli oltre 10 milioni del 2008 ai 9,8 milioni del 2018) che in valore percentuale sul totale della popolazione (se nel 2008 rappresentavano il 17,1% del totale dei residenti in Italia, nel 2018 il 16,2%). Uno dei fattori del “malessere demografico” che attraversa l’Italia è dovuto alla denatalità, con un calo progressivo e costante di nuovi nati: se gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2008 erano quasi 577 mila, 10 anni dopo non si tocca quota 440 mila, un nuovo record negativo dall’Unità d’Italia. L’indice di vecchiaia, che misura il rapporto fra le fasce più giovani e quelle più anziane della popolazione, registra una vera e propria impennata, passando da 143,4 a 173,1.

Un freno alla deriva demografica italiana è costituito dall’aumento di bambini e ragazzi di origine straniera. Nel decennio appena trascorso, infatti, l’Italia è divenuta più multiculturale: se nel 2008 i bambini e ragazzi di origine straniera erano poco meno di 700 mila (il 6,9% della popolazione minorenne residente), 10 anni dopo la presenza supera il milione di unità, e bambini e ragazzi di cittadinanza straniera rappresentano il 10,6% della popolazione minorile.

Il “tempo perduto” è anche quello dei ragazzi e delle ragazze che non concludono gli studi: coloro che li abbandonano prematuramente (calcolati sulla percentuale di 18-24enni con al più la licenza media, che non sono impegnati in attività di istruzione o formazione) in Italia sono, nel 2018, il 14,5%, circa 1 su 7. Per quanto rispetto a 10 anni fa si siano registrati progressi positivi (visto che la percentuale, allora, era del 19,6%, quasi 1 su 5), è fondamentale non abbassare la guardia. Guardando oltre l’orizzonte della media nazionale, emerge inoltre uno scenario molto disomogeneo a livello territoriale: se in alcune regioni (Trentino, Umbria, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia) la percentuale degli Early School Leavers è inferiore al 10%, in altre (Sardegna, Sicilia, Calabria) è drammaticamente superiore, attestandosi oltre il 20%.

Ancora, il “tempo perduto” delle giovani generazioni emerge drammaticamente se si guarda al triste primato italiano nella classifica europea dei NEET, coloro che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi; il loro numero, pur in misura variabile, è cresciuto nel decennio in tutte le regioni, ad ulteriore dimostrazione di come siano stati proprio i giovani a pagare il prezzo più alto della crisi. Nel 2018, era in questa condizione in Italia il 23,4% dei 15-29enni, quasi 1 giovane su 4 (nel 2008, erano il 19,3%, meno di 1 su 5), ma in alcune regioni (Sicilia, Calabria, Campania) la percentuale vola oltre il 35%, più di 1 su 3.

Il tempo dei bambini: bambini nel tempo ritrovato

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Nel bilancio del decennio appena trascorso non emergono solo criticità. Accanto all’infanzia perduta della crisi economica, della carenza di politiche e della mancanza di servizi, spicca infatti l’infanzia ritrovata dalla comunità educante, dall’intervento e dalla ricerca sociale, ovvero da coloro che, in questi anni, si sono adoperati con passione per promuovere e far rispettare i diritti dell’infanzia. Un contingente vario e composito di dirigenti scolastici, insegnanti, pediatri, associazioni di genitori, operatori e assistenti sociali, psicologi, amministratori accorti, volontari impegnati in associazioni o comitati di quartiere, attivisti, mediatori e operatori culturali che in maniera diversa, spesso facendo i salti mortali per fare fronte a tagli di bilanci, chiusure di servizi, difficoltà organizzative, si sono impegnati in prima persona, ovunque nel nostro Paese, per stare a fianco dei più giovani e delle loro famiglie per insegnare, accogliere, integrare, prendersi cura di migliaia di bambini e ragazzi.

Anche sul versante dell’adozione di sani stili di vita fin dall’infanzia si registrano dei progressi, segno che le campagne e le iniziative condotte in tal senso nel corso degli anni stanno facendo breccia nel comune sentire. Diminuiscono nel corso del decennio i giovanissimi sedentari: se nel 2008 i 6-17enni che non praticavano attività sportive erano più di 1 su 5 (il 21,6%), 10 anni dopo la quota cala di 4 punti percentuali, attestandosi al 17,9%..

Uno dei cambiamenti che ha caratterizzato l’ultimo decennio, in molti aspetti della comune esistenza, è la rivoluzione digitale. Giovani e giovanissimi nativi digitali, con sempre maggiore frequenza, si destreggiano tra notebook, tablet e smartphone per comunicare, studiare, informarsi, giocare, ascoltare musica, esprimersi. Nel corso del decennio crolla la quota degli adolescenti che non utilizzano internet: se nel 2008 la connessione alla rete era ancora una chimera per quasi un 14-17enne su quattro, 10 anni dopo a non connettersi sono poco più di 5 su 100. In tutte le ripartizioni geografiche, da Nord a Sud dello stivale, aumentano i bambini e ragazzi che accedono alla rete tutti i giorni, con una quota che raggiunge o supera il 50% in quasi tutte le regioni.

Last but not least, è da sottolineare che le analisi e ricerche condotte sull’infanzia in questi anni hanno trovato buona base sulla sempre maggiore diffusione e disponibilità di dati statistici specificamente dedicati a bambini e ragazzi. Grazie alla produzione e diffusione di nuovi strumenti di indagine, ricerche e disaggregazioni in base all’età, soprattutto grazie al lavoro dell’Istat, è stato possibile progettare e costruire interventi sociali ed educativi che poggiano su solide basi informative, che hanno consentito di individuare aree e priorità di intervento ed elaborare progetti e policy a partire da una conoscenza più approfondita dei fenomeni.

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