“Nostra scuola quotidiana”

Gianluca Argentin, docente di Sociologia, Università di Milano Bicocca

Sempre più scuola sempre più a lungo

Grazie per l’opportunità di essere qui con voi oggi. E sono più che curioso, sono impaziente di sentire gli scambi che avremo. Inizio col dire che il titolo di questo intervento, così come il titolo del volume a cui si ispira, non è merito mio, ma della eccezionale editor Francesca Bertuzzi del Mulino. “Il mutamento necessario” è il sottotitolo: avvertiamo un’urgenza di senso e avvertiamo un’urgenza di mutamento. Se fossimo non già docenti, studiosi di educazione, dirigenti, bensì l’ufficio marketing della scuola italiana, in realtà saremmo molto tranquilli. I nostri clienti stanno comprando sempre più il nostro prodotto e lo stanno facendo sempre più a lungo. Qui avete dei grafici.

Da un’indagine recente che ricostruisce i percorsi di vita e di istruzione degli italiani. sono stati ricavati i grafici sopra. Riportano l’anno di nascita e la percentuale, in proporzione, di quanti si sono fermati e hanno avuto solo la licenza media, di quanti hanno avuto un titolo secondario, quanti un titolo universitario e quanti un titolo post terziario. Come vedete sempre più scuola per sempre più persone. Quindi, se fossimo un ufficio marketing non avremmo un problema di senso. In realtà, però, abbiamo moltissimi discorsi pubblici, moltissime narrazioni sulla crisi della scuola. Ne ho sintetizzate tre.

Tre narrazioni sulla crisi della scuola

Un primo argomento è che la scuola non è apprezzata, non è riconosciuta socialmente. Sentiamo da molti anni che prestigio degli insegnanti è in calo. I dati che abbiamo però ci dicono il contrario. I dati dicono che il prestigio occupazionale dell’insegnamento è rimasto stabile nell’ultimo trentennio e dicono anche che la fiducia nelle istituzioni scolastiche è calata meno rispetto alle altre istituzioni.

C’è poi un secondo argomento, che ha avuto molta eco negli anni recenti, secondo cui la scuola non funzionerebbe e a provarlo sarebbero due elementi. Da un lato la diminuzione delle competenze degli studenti. La narrazione corrente è che “ogni anno vediamo studenti sempre meno preparati, sempre meno capaci. E quindi occorre abbassare il livello”. Dall’altro lato si fa riferimento ai risultati delle indagini internazionali: “beh, si vede che l’Italia va male, basta guardare i risultati dei test internazionali”. Queste sono due affermazioni che danno al secondo argomento un po’ più di fondamento rispetto al precedente. Tuttavia la prima affermazione, la diminuzione delle competenze degli studenti, dimentica completamente il dato citato prima. Abbiamo, dentro la scuola, sempre più studenti e sempre più eterogenei, con provenienze sempre più diverse. Fare confronti nel tempo, già per questa semplice ragione, non è semplice. Tipicamente il confronto lo fanno gli insegnanti che, quando erano a scuola, rappresentavano la parte alta della distribuzione e laddove abbiamo dei dati che misurano – purtroppo quasi mai come vorremmo – l’andamento delle competenze nel tempo, questi dati non ci mostrano così chiaramente un declino delle competenze. È curioso osservare che nei Paesi in cui si usa da più tempo lo strumento di test standardizzati, ad esempio gli Stati Uniti, ci sono degli articoli già dalla fine degli anni ‘70 che dicono che occorre smettere di parlare di declino delle competenze. Mi convince ancora meno la seconda affermazione, ovvero l’idea delle basse performance in chiave comparata. E qui mi appoggio a un bel lavoro che hanno fatto recentemente Giancola e Salmieri sulla povertà educativa. Giancola e Salmieri ci ricordano che non solo l’Italia è un Paese con il più basso livello di istruzione tra i Paesi europei, quindi che i nostri studenti abbiano basse competenze tutto sommato non sorprende perché la scuola è un pezzo della formazione delle competenze, ma soprattutto collocano storicamente quelle basse competenze. Non possiamo pensare che la scuola oggi non funziona perché oggi gli studenti hanno basse competenze. C’è un portato storico nei processi, c’è un portato storico nell’istruzione che non dobbiamo dimenticare.

Una terza versione nella narrazione della crisi della scuola è che la scuola fallisca nel promuovere uguaglianza. Si dice: ”è vero che c’è espansione, ma non c’è equalizzazione”. Ecco, di tutti gli argomenti, questo è quello che trovo più convincente. Molto rapidamente qui vedete i grafici sull’espansione di prima, dove le linee sono differenziate in base all’istruzione dei genitori.

Se escludiamo il gruppo degli azzurri chiari (i figli dei genitori che avevano solo la primaria), effettivamente c’è nel tempo una disuguaglianza stabile. E in più c’è – e questo sta emergendo molto fortemente in letteratura grazie ai dati che abbiamo oggi e non avevamo in passato – un insieme di meccanismi che riguardano il funzionamento delle scuole, il modo di lavorare dei docenti, che tendono a confermare il fatto che la scuola fa fatica a contrastare le disuguaglianze e a volte proprio le riproduce. Parlo di segregazione scolastica, di segregazione nelle classi, di abbinamento insegnanti-studenti. Parlo dei modi in cui diamo i voti, di modi in cui facciamo consiglio orientativo. Parlo di dati che abbiamo sull’interazione tra insegnanti e genitori, insegnanti e studenti. C’è una letteratura che dice la scuola fa fatica a contrastare le disuguaglianze perché è immersa in un mondo diseguale e tende a riprodurle.

I dilemmi fondamentali dell’insegnante

Se parliamo di crisi, un altro dato interessante che ha fatto emergere il collega Abbiati, è che parliamo di crisi dell’insegnamento e della scuola da quando ci occupiamo, con indagini, degli insegnanti della scuola in Italia.

Il primo testo sugli insegnanti italiani da una prospettiva sociologica è del ’69. Cesareo dice che il ruolo del docente di scuola media è attualmente in crisi. Qui mi rifaccio all’introduzione di Mimma Siniscalco. Abbiamo nostalgia di un passato mitico che forse è veramente un passato mitico e Giovanni Abbiati argomenta molto bene questo punto. Il fatto è che la scuola è strutturalmente in condizione di crisi e su questo ha scritto delle pagine molto belle la collega sociologa Besozzi. Lei dice “la scuola – e gli insegnanti, di conseguenza – sono costantemente alle prese con dei dilemmi fondamentali che permeano il loro lavoro quotidiano”. Quanto dobbiamo innovare e quanto dobbiamo preservare la tradizione? Quale autore sacrificare quest’anno a favore di un autore più contemporaneo? Quanto spazio dare alla storia contemporanea sacrificando un pezzetto dell’Ottocento? Gli insegnanti sono costantemente alle prese col dilemma selezione/integrazione Quanto devo integrare tutti nella mia classe? Quanto devo portare tutti a un livello minimo accettando di sacrificare aspetti di selezione verso l’alto, aspetti di promozione dell’eccellenza. Quanto devo trattare ugualmente tutti e quanto devo personalizzare? Quanto differenzio e quanto mantengo una base comune uguale per tutti? Gli insegnanti lavorano costantemente a cavallo di questi dilemmi. In più la scuola ha una pluralità di funzioni, manifeste e latenti, che devono essere composte nel lavoro quotidiano degli insegnanti. La scuola sostanzialmente deve educare ai valori dello stare insieme, deve dare regole di comportamento. La scuola deve istruire e trasmettere conoscenze. La scuola deve formare, preparare al lavoro. La scuola deve poi selezionare, che è una funzione di quelle non manifeste, latenti. Ci sono altre funzioni, che sarebbe meglio tacere, che abbiamo visto emergere durante il covid: la scuola è un grande ammortizzatore sociale di conciliazione e, se consideriamo la storia della scuola, sappiamo che la scuola è stata un grande ammortizzatore sociale di contrasto della disoccupazione intellettuale.

Nella scuola gli insegnanti hanno tutte queste funzioni, devono metterle assieme, quindi non è così strano che si sentano in crisi. Sono a cavallo di più dilemmi, strattonati su più funzioni.

I mutamenti sociali

E la scuola è intrecciata ad un mondo sociale che oggi è senza dubbio in condizioni di crisi. Intendo dire che ci sono stati mutamenti sociali profondi che hanno di fatto reso più difficile perseguire quelle funzioni della scuola. Prendiamo l’educazione.

Oggi abbiamo una società molto più differenziata e meno coesa sul piano valoriale, c’è frammentazione. Abbiamo una società molto più multiculturale e minore fiducia nelle istituzioni, anche se le ricerche dell’istituto Toniolo ci mostrano che la scuola è una delle istituzioni in cui i giovani hanno più fiducia. Come istituzione abbiamo sempre più educazioni specifiche demandate alla scuola, perché non ci sono molti altri spazi di educazione al di fuori. Pensate banalmente alla trasformazione che ha avuto lo sport per i giovani. Lo sport in passato era una grande camera di socializzazione, con tempi distesi, interi pomeriggi a calcetto. Oggi lo sport è fruito accanto al tennis, al nuoto, in piccoli slot di consumo. È difficile fare educazione lì dentro.

Abbiamo meno figli e genitori più istruiti, quindi più esigenti e meno deferenti verso gli insegnanti. Questo rende più difficile trovare patti educativi tra generazioni, e abbiamo distanze generazionali crescenti. La forza lavoro insegnante italiana invecchia più in fretta dell’altra forza lavoro e la distanza con i giovani cresce.  Se chiedessimo ai giovani ”Quanto pensi che un insegnante ipotetico sarebbe capace di rendere piacevole la sua materia ai tuoi occhi?” e presentassimo insegnanti ipotetici di diverse età, ci risponderebbero: “Beh, al crescere dell’età è meno probabile che questo insegnante riesca a coinvolgermi”. La distanza generazionale esiste, gli studenti la sentono.

Pensate alla funzione di istruzione. Abbiamo meno fiducia nei saperi esperti. Allo stesso tempo abbiamo bisogno di più saperi, sono necessari più saperi per stare al mondo rispetto al passato e abbiamo una grande incertezza su cosa servirà in futuro.

Pensate all’intelligenza artificiale oggi, a quanto ci stia interrogando su che cosa devono studiare i nostri giovani. Abbiamo una trasformazione con la digitalizzazione delle fonti di sapere, non più una pluralizzazione. Abbiamo un mondo che cambia velocemente e non abbiamo certezze sul sapere che dobbiamo dominare e trasmettere.

Pensate alla formazione dopo la disintegrazione del modello fordista. È molto difficile per la scuola stabilire raccordi stabili con il mondo del lavoro ed è molto difficile capire come formare i futuri lavoratori. È molto difficile plasmare le aspettative dei giovani, che sono aspettative basate sui rendimenti dell’istruzione del passato e non del presente. Faccio una piccola digressione sulla funzione di selezione che negli anni ‘70 chiamavamo funzione latente, funzione nascosta. Oggi è più che una funzione manifesta, è una funzione sbandierata. Oggi, in una società tardo capitalista, esplicitiamo la necessità per la scuola di essere al contempo uno spazio di competizione, uno spazio di merito e uno spazio di equità.  Triplo salto mortale carpiato per la scuola. E siccome siamo in una società tardo capitalista, lo vogliamo fare spendendo il meno possibile. Il pubblico non è così efficiente e quindi introduciamo il New public management sperando che in questo modo si riescano a tenere insieme queste tre cose che sono concettualmente molto poco integrabili, come ad esempio ha mostrato per l’Italia molto bene il testo di Barone sulle trappole della meritocrazia. Tutto ciò porta all’acuirsi di quei dilemmi e di quelle tensioni, di quella crisi strutturale che riguarda la scuola. È più difficile fare gli insegnanti oggi che in passato, è più difficile avere chiara la direzione, più difficile integrare tutto questo. E credo che parte del nostro sentirsi dispersi derivi dal fatto che proprio questa mutevolezza, questa controversia costante sugli elementi di fondo di che cosa sia la scuola, di che cosa sia l’insegnamento, ci porti a essere strattonati di emergenza in emergenza, di micro crisi in crisi, di notizia su un quotidiano o sull’altro ma anche di scuola in scuola. Quindi ci sono scuole che seguono una direzione e scuole che ne seguono altre e l’insegnante che si sposta da una all’altra trova scuole diverse, mondi diversi.

Si sommano poi altri fattori:

  1. Un’espansione totalmente senza pianificazione, a singhiozzo, con grandi fasi di assunzione e fasi di stagnazione.
  2. Un’espansione a risorse costanti. Non è esistito in Italia nessun piano come il “no child left behind” statunitense, nessun grande investimento in istruzione. Il PON è per alcune regioni, ma non è mai esistito un grande piano di investimento di risorse nell’istruzione. E anche il PNRR stesso sta diventando semplicemente un grande investimento in risorse digitali.
  3. Un reclutamento che è sempre stato lontanissimo dall’attrarre i migliori nell’insegnamento. Non c’è stata mai un’attenzione a questo aspetto.
  4. Per non parlare della formazione iniziale prima assente poi intermittente e adesso improvvisata.
  5. Abbiamo una storia di riforme e controriforme, riforme che hanno minato profondamente la nostra fiducia nel fatto che la scuola sia riformabile.
  6. Abbiamo un’autonomia scolastica – che è stata forse l’ultima grande riforma del sistema di istruzione – che, per come nel tempo abbiamo sedimentato la sua interpretazione, è di fatto depotenziata e più di forma che di sostanza.
  7. Abbiamo avuto un’espansione delle scuole del sistema scolastico ma paradossalmente all’insegna della funzione unica dell’insegnamento. Scuole sempre più grandi, delle dimensioni di una media impresa con molte sedi dislocate ma con un’organizzazione assolutamente piatta e con professionisti di fatto sempre più trattati da burocrati.

Una storia del genere non ci aiuta a trovare senso in quello che facciamo.

Insegnanti, fattore determinante

Su quale leva possiamo agire per ritrovare il senso della scuola? Possiamo e dobbiamo agire sugli insegnanti. Non solo perché gli insegnanti rappresentano l’80% delle risorse dell’istruzione ma anche perché tutti gli studi che abbiamo sull’efficacia degli insegnanti ci dicono che loro sono il secondo fattore più importante accanto le origini sociali degli studenti nel determinare i loro apprendimenti. E ci dicono anche che gli effetti degli insegnanti durano a lungo nella vita degli studenti. Avere un insegnante anziché averne un altro comporta diverse probabilità di conseguire una laurea, generano ricadute a lungo termine sugli studenti ma anche sul sistema.

Se investiamo sugli insegnanti, che sono coloro che restano più a lungo dentro il sistema, quell’investimento renderà per più tempo. Allo stesso tempo non abbiamo alternativa perché gli insegnanti sono il più grande filtro o il più grande amplificatore implementativo di qualsiasi riforma, di qualsiasi decisione. Alla fine sono gli insegnanti che se il ministro propone una riforma, dicono “ok, questo è qualcosa di sensato”. Dobbiamo investire su tutti gli elementi a supporto degli insegnanti, quelli che possono sostenere gli insegnanti nei compiti difficili di cui abbiamo parlato sopra. L’obiettivo può essere specificato in maniera molto circoscritta: servono insegnanti soddisfatti e che sentano di essere efficaci. Abbiamo una bella mole di studi che stanno mostrandoci che la soddisfazione degli insegnanti, il senso di autoefficacia degli insegnanti, e l’apprendimento vanno a braccetto. Quali leve abbiamo a disposizione per fare tutto questo? Abbiamo moltissimi margini di manovra perché abbiamo una leva che stiamo trascurando ed è la massa enorme di dati di cui disponiamo.

Non abbiamo mai avuto così tante informazioni sulla scuola, così tanti dati, così tanto spazio su cui apprendere, ragionare. Ad esempio abbiamo dati di un’alta soddisfazione degli insegnanti. L’insegnamento è uno dei meaningful job, è uno dei lavori che hanno senso di per sé, è stato detto nell’introduzione, anche se questo ha elementi di ambivalenza. Gli insegnanti sono costantemente tra le occupazioni qualificate più soddisfatte del loro lavoro e abbiamo una quota rilevante del corpo docente che tiene talmente tanto al proprio lavoro che fa gratis le funzioni di middle management.

Quindi abbiamo spazio, abbiamo le idee, abbiamo un quadro di autonomia scolastica che, come già detto, è da sfruttare e potenziare. Abbiamo un’enorme massa di innovazione nelle scuole che non è valorizzata. Io ogni volta che entro in una scuola sono stupito dalla quantità di idee che circolano in quegli ambienti. Siamo un paese con bassi livelli di istruzione e le scuole sono le organizzazioni che forse hanno la più alta concentrazione di laureati nel Paese. Che ci siano tante idee, tante innovazioni non stupisce. E abbiamo una formazione in servizio che continua ad attrarre molti docenti.

Ricapitolando come attiviamo queste leve?

  • Soddisfazione degli insegnanti.
  • progressioni di carriera su funzioni di leadership scolastica specializzate, definite a livello di singole scuole
  • Autonomia scolastica
  • potenziare l’autonomia scolastica attraverso la specializzazione degli istituti scolastici sulla base dei bisogni della propria utenza; maggiori vincoli agli spostamenti dei docenti; possibilità di stabilire contratti di supplenza pluriennali
  • Innovazione diffusa
  • valutazione rigorosa di pratiche innovative, con costruzione di repository di risorse basate su evidenze empiriche , come quello della britannica Education Endowment Foundation
  • Formazione in servizio          
  • valutazione rigorosa della formazione finalizzata alla specializzazione dei singoli dentro gli istituti scolatici, una formazione bottom-up!

Tutto questo basterà per risolvere la crisi di senso? Non credo che basterà, ma credo che aiutare gli insegnanti a sentirsi valorizzati, a sentirsi efficaci, a sentirsi soddisfatti del proprio lavoro, sia il passo preliminare per affrontare le tante crisi di senso che abbiamo alle spalle e che ci aspettano in futuro.

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