Tēnā koutou katoa, ngā mihi nui ki a koutou e whakawhaiti nei i runga i tēnei kaupapa. Inizio con un saluto tradizionale della mia cultura nativa in Nuova Zelanda.
Tēnei te mihi ki a koutou mai i te moana nui akiwa. Vi porto i calorosi saluti del Pacifico, conosciuto anche come il grande oceano di Kiwa.
Ko Hikurangi me Aoraki aku maunga, le mie montagne, Hikurangi e Aoraki, chiamano le vostre montagne.
Ko te Waiapu me te Waitaki aku awa, i miei fiumi, Waiapu e Waitaki, parlano ai vostri fiumi.
A ko ngā iwi katoa o Aotearoa e hono ana ki a koutou o tēnei whenua. E il mio popolo è legato al vostro popolo, poiché condividiamo un passato, un presente e un futuro.
Nō reira, huri noa i tō tātou rūma, tēnā koutou, tēnā koutou, tēnā tātou katoa. Quindi, a tutti noi qui presenti, possa questa essere un’occasione per condividere le nostre conoscenze, la nostra identità, la nostra lingua e la nostra cultura.
Vorrei ringraziare l’ADi, l’attuale presidente, Mimma Siniscalco e tutti voi.
Desidero inoltre ringraziare i miei colleghi relatori. È stata un’esperienza straordinaria per me vedere e ascoltare le loro esperienze.

Potete vedere dove ci troviamo sulla mappa. Abbiamo l’Australia come scudo e se vi perdete la Nuova Zelanda, la fermata successiva è l’Antartide quindi programmate bene il vostro viaggio per aver chiaro dove state andando!
Vorrei parlare un po’ di me, di quello che ha determinato la mia candidatura in Parlamento e il mio operato come Ministro dell’Istruzione. Sono una neozelandese indigena di origine maori. Quando sono fuori dal mio Paese, sono neozelandese.
Quando sono a casa, sono una neozelandese maori. Quando sono tra i maori, sono Ngāti Porou, un gruppo tribale dell’East Cape dell’Isola del Nord. Sono cresciuta in una comunità molto povera in termini di benessere economico, ma ricca di cultura, storia, legami e relazioni.
Sono una di dieci figli. Sono nata in un tempo in cui avere famiglie numerose era una cosa normale e ordinaria. Sono cresciuta con una madre che apparteneva alla generazione a cui era stato proibito di parlare la lingua maori ed erano state approvate leggi per cercare di cancellare il veicolo chiave della nostra cultura, ovvero di poter parlare la nostra lingua tra di noi. E sono cresciuta con un padre che ha combattuto qui in Italia nel battaglione Māori durante la seconda guerra mondiale. Anche mio nonno ha combattuto qui, e la Nuova Zelanda mantiene vivi questi legami. Mio marito e mia figlia sono venuti al 75° anniversario della battaglia di Cassino. Questa parte d’Italia è dove il 28° battaglione Maori è stato di stanza in diversi periodi. E i nomi di questi luoghi sono i nomi dei bambini con cui sono andata a scuola. Firenze, Cassino, Anzac (Australian and New Zealand Army Corps). Questa tradizione, di dare ai bambini nomi legati a un momento particolare, è molto forte nella mia cultura.
L’istruzione ha dato a me, alla mia famiglia, alle nostre comunità, a tutti noi, la possibilità di fare delle scelte nella nostra vita. Con l’istruzione, possiamo cogliere opportunità che altrimenti non avremmo. Sono una funzionaria pubblica di professione. Ho servito i governi della Nuova Zelanda negli ultimi 43 anni.
Ho lavorato per il governo neozelandese e alla fine mi sono candidata in Parlamento perché ero esasperata dal fatto che i ministri non avessero il coraggio di investire in modi che ritenevo importanti, in modo cioè da dare a tutti i bambini neozelandesi l’opportunità di ricevere una buona istruzione, anche quando facevano parte di minoranze. Il nostro sistema era invece sbilanciato verso la “norma”, la maggioranza della popolazione.
È una cosa abbastanza ovvia. Il peso numerico degli studenti è ciò che determina l’attenzione. Ma nella comunità da cui provengo, sono cresciuta con la consapevolezza che era mia responsabilità soddisfare le esigenze della mia generazione. Era il motto della scuola che frequentavo: “Cresci, soddisfa i bisogni della tua generazione, approfitta delle competenze tecniche di altre culture e comunità e ricorda sempre che sei maori”, che quello è il tuo posto nel mondo, che è così che interagisci con il mondo.
Il nostro Paese aveva risultati molto deludenti quanto al successo scolastico per i maori, per gli studenti delle isole del Pacifico, per gli studenti delle comunità più povere.
Essendo una neozelandese appassionata, volevo che tutti i nostri bambini avessero la migliore istruzione possibile. Così mi sono candidata in Parlamento perché ero stanca di lavorare per ministri che non sembravano affrontare i problemi difficili.
Sono entrata in Parlamento nel 2008 e ho iniziato come Ministro per le Donne, concentrandomi su come aumentare il numero di donne nei consigli di amministrazione, perché i dati dimostrano chiaramente che la diversità porta a risultati migliori. Sono stata Ministro per gli Affari Etnici, il nostro Paese è multiculturale e io celebro questa diversità e questa distinzione e il modo in cui diamo voce e spazio a questo. Poi sono diventata Ministro dell’Energia e delle Risorse. È fantastico essere un Paese così piccolo, si possono fare tante cose diverse, quindi ho dovuto imparare tutto sulle energie rinnovabili, sul costo del petrolio, sui Paesi produttori di petrolio e da dove potremmo importarlo.
Durante il mio mandato, abbiamo avuto un grave crollo del nostro gasdotto che ha lasciato senza gas la metà superiore della Nuova Zelanda. Era mio compito personale ripristinare il collegamento del gasdotto, perché questo è ciò che i cittadini si aspettano dai loro ministri: che portino a termine il lavoro.
In ogni caso, è stata un’ottima palestra per diventare finalmente Ministro dell’Istruzione. Quel giorno ricevetti una telefonata dal nostro Primo Ministro. Sapevamo tutti che stavano distribuendo gli incarichi ministeriali e lui mi ha chiesto se volessi diventare Ministro dell’Istruzione, cosa che tutti sapevano nel nostro partito e nel nostro governo. Gli ho risposto gridando così forte che gli ho praticamente perforato il timpano. Mi disse che non aveva mai visto un tale entusiasmo per l’incarico al ministero dell’Istruzione (o a quello della sanità).
Così mi misi al lavoro e iniziai cercando di capire cosa dicessero i dati sulla qualità e la distribuzione dei risultati della nostra scuola. Perché, come ha detto Tho poco fa, ciò che viene misurato è ciò che conta.
E volevo capire se avessimo dati validi sull’apprendimento. Il Ministero dell’Istruzione raccoglieva dati sulle presenze e sulle assenze, sugli edifici, sui campi da gioco, sugli insegnanti, sulla valutazione… ma nessuno di questi dati diceva quanto fosse bravo questo bambino, di cosa avesse bisogno questo studente e quando e come aiutarlo in modo che continuasse a progredire nell’apprendimento.
Non esisteva un quadro di riferimento basato sui dati, così l’abbiamo costruito. Abbiamo creato un sistema di dati che è diventato il mio principale strumento di lavoro.
Tutti noi abbiamo enormi sfide globali da affrontare. Ogni generazione deve affrontare una crisi. Le scuole sono sia il microcosmo di queste crisi sia il fulcro della ricerca di soluzioni, investendo nella mentalità e nelle capacità dei propri studenti.

Quella è la mia montagna, il Monte Hikurangi. È il primo pezzo di terra al mondo dove inizia il nuovo giorno. Il primo raggio dell’alba di ogni nuovo giorno inizia proprio sulla nostra montagna. Sappiamo che questo è un dato di fatto, sia scientificamente che culturalmente, perché ci crediamo, e perché nel 2000, la piccola e vecchia isola di Pitcairn, nel mezzo dell’Oceano Pacifico, ha cercato di sostituirci e dire che è lì che sorge il sole per primo. C’erano altri che competevano con noi, quindi abbiamo dovuto chiedere agli scienziati di effettuare misurazioni accurate, e ora questo è accettato nella cultura occidentale, mentre noi lo sapevamo fin dall’inizio.
Il motivo per cui do tanta importanza alla cultura è perché è davvero importante, per noi che lavoriamo o abbiamo lavorato nel sistema educativo, vedere quel bambino con il suo nome nella sua lingua, cultura e identità. Perché gli insegnanti, che sono coloro che creano la magia dell’apprendimento, hanno davvero il potere di agire, anche se si parla di più dell’agency degli studenti che dell’agency degli insegnanti. Ma non costruiamo una vera relazione di rispetto se non partiamo dal rapporto personale, che tiene conto di chi sei nel mondo, di come ti vedo, di come conosco il tuo nome, del fatto che so che cosa significa nella tua famiglia, nella tua comunità, nella tua cultura,. Questa relazione crea una base per l’apprendimento che è più potente del semplice fatto di fare l’appello e segnare la presenza in classe.
Ho avuto dei problemi nella mia prima settimana come Ministro dell’Istruzione. Le mie prime telefonate come Ministro sono state alle associazioni professionali degli insegnanti e ai loro sindacati, alle associazioni professionali dei presidi e ai loro sindacati. Quelle sono state le mie prime telefonate, i miei primi incontri, perché sapevo che non ero io sul campo a promuovere l’apprendimento. Non potevo essere efficace nel mio lavoro se non avevo un rapporto con le persone che rendono possibile questo processo di apprendimento. Purtroppo, provenivo dal partito di centro-destra al governo e quindi non godevo immediatamente della fiducia del settore dell’istruzione, ma sono felice di dirvi che sono stata la ministra dell’istruzione più longeva della Nuova Zelanda e dopo che me ne sono andata mi hanno detto quanto mi apprezzassero.
La lingua, la cultura e l’identità sono le risorse principali di qualsiasi Paese. Non vogliamo essere tutti uguali. Vogliamo la nostra unicità, la nostra storia, la bellezza di questa sala del seminario, il modo in cui i ciottoli riempiono il percorso che si fa camminando in questa città. È qualcosa di unico per voi e, come ha detto Tho, è rappresentativo di una cultura più ampia, più profonda e più ricca che è l’Italia.
In Nuova Zelanda, siamo intrepidi navigatori oceanici. I miei antenati navigavano seguendo le stelle per arrivare da dove erano a dove siamo noi. In Nuova Zelanda c’è un dibattito su quante canoe giganti abbiano portato tutti questi gruppi tribali in Nuova Zelanda. Sette, a quanto pare.
La nostra tribù non se ne preoccupa perché noi siamo sempre stati lì. Eravamo lì su quella montagna e davamo il benvenuto alle persone che arrivavano, dicevamo: ” Haere mai, haere mai! “. Benvenuto! Benvenuta! Cantavamo a coloro che arrivavano sulle nostre coste.Lo annunciavo alle riunioni dove c’erano molti altri Maori e loro rispondevano: “No, già, certo”.
Comunque, penso che abbiate visto un’istantanea del sistema neozelandese. Non siamo molto diversi da voi.
Non c’è nulla di particolarmente diverso nel modo in cui siamo organizzati. La somiglianza dei nostri sistemi scolastici sta nel fatto che sono ancora basati su una concezione dell’era industriale. Sono ancora basati su una catena di montaggio che si sviluppa lungo gli anni di scuola e ancora molto incentrati sulla valutazione e sugli esami. Abbiamo smussato un po’ gli angoli, ma ci sarebbe davvero bisogno di una revisione radicale in cui iniziamo a concentrarci sugli studenti e sui loro risultati.
Mi è stato chiesto di parlare brevemente delle Tomorrow Schools, che abbiamo lanciato nel 1989, perché quando le abbiamo progettate lavoravo nel gruppo consultivo del Primo Ministro. L’idea era quella di affidare la governance ai genitori, al preside e al personale dirigente delle scuole con il sostegno finanziario del governo.
Ci sono stati aspetti positivi e negativi. Tra gli aspetti negativi, la riforma ha introdotto la competizione tra le scuole ed è stato davvero difficile ripristinare la collaborazione.
Ha anche portato a divisioni in termini di ricchezza economica, tra comunità che potevano permettersi miglioramenti e altre che non potevano. Tra gli aspetti positivi c’è che i genitori gestiscono davvero la scuola come un consiglio di amministrazione. Scelgono e assumono davvero i loro insegnanti.
Sono coinvolti nella progettazione del programma di studi e vengono eletti ogni tre anni dalla loro comunità.
A mio parere l’apprendimento è una questione che riguarda tutti e quello a cui siamo arrivati è che l’investimento più intelligente che un’economia possa fare è nelle competenze e nelle qualifiche della sua gente e che il miglior ritorno sull’investimento è investire nella qualità dell’insegnamento e della leadership nelle nostre scuole. Dunque, il mio obiettivo e quello del mio governo era quello di aumentare il livello di rendimento di tutti i bambini. Per farlo, ho stabilito delle misure pubbliche. La mia responsabilità era quella di far ottenere all’85% dei diciottenni neozelandesi il nostro National Certificate of Educational Achievement, che consente di proseguire la formazione, trovare un lavoro o andare all’università. Si trattava dell’85% di tutti i diciottenni, indipendentemente dal fatto che frequentassero la scuola o che lavorassero o avessero una qualche forma di sussidio. E ho negoziato che fosse l’85% di tutta la nostra popolazione dei diciottenni, perché le medie nascondono coloro che falliscono, dietro ai dati di coloro che ottengono risultati superiori alla media.
Il mio obiettivo era quello di migliorare i risultati scolastici di tutte le comunità. Ne ho fissato anche un altro, perché tutti conosciamo l’importanza dell’educazione nella prima infanzia, e cioè quello di far sì che il 98% di tutti i bambini di 5 anni all’inizio del percorso scolastico abbia partecipato a un’istruzione prescolare di qualità perché, se non facciamo questo investimento, passeremo il tempo a recuperare coloro che non hanno avuto questa opportunità. Se riusciamo, come nel settore sanitario, a investire nell’assistenza primaria, se investiamo precocemente nei nostri bambini più piccoli, allora non dovremo continuare a spendere così tanti soldi per recuperare il ritardo scolastico man mano che avanzano nel sistema educativo.
Per sapere se stessimo raggiungendo ciò che era nelle nostre intenzioni, abbiamo creato questo quadro di riferimento basato sui dati. Esso raccoglieva le informazioni sul numero di diciottenni presenti nel Paese e sulla loro situazione. Abbiamo puntato a passare dai numeri ai nomi e dai nomi alle esigenze, in modo da poter lavorare con le scuole sulle loro sfide specifiche e non su quelle generali. E siamo arrivati al punto in cui i dati erano così robusti che sono successe un paio di cose.

Le scuole mi hanno cercato, non avevano mai lavorato con un ministro come me. Come politico ero inutile, non ero in parlamento per fare la vita di politico, ero lì perché volevo essere coinvolta nell’istruzione. Questo significava che ogni venerdì delle 40 settimane dell’anno scolastico andavo in cinque o sei scuole in diverse parti del Paese. E ciò che volevo sapere era: quali sono i vostri dati sull’apprendimento? Cosa vi dicono? Quali progressi state facendo? Di cosa avete bisogno per riuscire meglio? Andavo per incontrare il presidente del consiglio scolastico o chiunque fosse responsabile dei dati, e chiedevo loro di iniziare a raccoglierli, e che li avremmo aiutati. Passavo il tempo nell’ufficio del preside dicendo: “Wow, vedo che i vostri bambini di sei anni stanno facendo grandi progressi. Perché c’è questo grande calo qui per i bambini di otto e i nove anni?”. Questo era il tipo di ministro che ero.
Quando sono andata dal primo ministro a dire che me ne sarei andata alla fine dei nove anni di mandato, mi ha chiesto: “Che cosa intendi dire?”. E io ho risposto: “Ho fatto quello per cui sono stata eletta”. E lui ha detto: “Sapevo che non eri un vero politico. Sei una delle persone più efficienti ma anche una vera seccatura perché dicevi sempre: Ma, signor Primo Ministro, i dati non confermano ciò che lei vuole fare“.
Ero disposta a chiudere una scuola per scarso rendimento. Non capivo perché dovessimo condannare i bambini a frequentare una scuola fallimentare. Naturalmente una decisione così drastica si prende dopo un lungo periodo di osservazione sui dati, non è una decisione avventata.
Un’altra questione che mi stava a cuore è che le scuole non possono fare tutto ciò che la società si aspetta da loro senza conoscerne i bisogni. E così ho anche istituito dei forum comunitari in tutto il Paese.
Erano composti dal sindaco, dal capo della polizia, dall’imprenditore locale, dal ministro locale, da chiunque fosse in posizioni di leadership. Erano incaricati di sostenere le scuole delle loro zone affinché avessero i risultati attesi. E quei forum continuano ancora oggi.

Abbiamo pubblicato questi dati ogni sei mesi, sia in percentuale che in numeri assoluti, perché non tutti sanno leggere i dati. I report erano stilati ogni sei mesi per i bambini dai 5 ai 18 anni, in base all’etnia, suddivisi per livelli socioeconomici. E restituivamo i risultati alle scuole: “siete passati da qui a lì. Come possiamo aiutarvi ad andare oltre?”.
Volevo che ci fosse un’esplosione di entusiasmo per l’apprendimento e i risultati e che gli studenti si divertissero il più possibile.
Quindi abbiamo organizzato festival dell’istruzione in tutto il Paese. Abbiamo lanciato una campagna perché ciascuna/o inviasse un biglietto di ringraziamento online all’insegnante che aveva fatto una differenza significativa per lei/lui. Anche il Primo Ministro e io abbiamo inviato la nostra cartolina all’insegnante che ritenevamo avesse fatto la differenza per noi.
Ho convinto il Primo Ministro a istituire i Premi di Eccellenza per la leadership, l’insegnamento, l’impegno nella comunità e la partecipazione degli studenti con tanto di tappeto rosso durante le celebrazioni. Abbiamo sovvenzionato le scuole che sono state valutate da commissioni che hanno verificato il rispetto di questi particolari requisiti.
Abbiamo finanziato iniziative e innovazioni guidate dagli insegnanti. Abbiamo creato nuovi percorsi di apprendimento e sviluppo professionale basati sulle esigenze specifiche degli insegnanti e abbiamo coinvolto i genitori e le famiglie.
Insomma, c’era un’atmosfera di grande entusiasmo e io ne ero la principale sostenitrice.

Quando siamo andati al governo, i Maori avevano un tasso scioccante di abbandono, del 43%. In cinque anni, sono arrivati a completare gli studi il 73,5% di loro. Inizialmente solo il 50% dei Pasifika completava il percorso. Alla fine dei cinque anni, si diplomava il 77,6% di loro. I neozelandesi di origine europea che erano al 73% sono passati all’83% di successo scolastico. E i nostri neozelandesi asiatici, che siano benedetti, sono passati dall’84% al 93%. Questo è ciò che possono fare i dati. I dati aggregati, nelle mani degli insegnanti, possono avere questo tipo di risultato a livello nazionale.
E così il mio mantra principale quando visitavo le scuole era duplice. Lo scopo fondamentale di una scuola è da una parte quello di far sì che l’apprendimento avvenga e, dall’altra, di sapere che è avvenuto. Il suo scopo fondamentale non è quello di valutare, esaminare e tutte le altre cose che vengono imposte, è quello di far sì che l’apprendimento avvenga, in particolare per quel bambino, quel gruppo di bambini, e poi sapere che è avvenuto. Se si riesce a farlo, si diventa chirurgicamente precisi su quali cambiamenti devono avvenire all’interno della propria scuola.
“Ko te tamaiti te putake o te ao. Il bambino è il centro dell’universo”. Lo diciamo spesso nell’ambito dell’istruzione, ma genitori, datori di lavoro, insegnanti, revisori, accademici spesso hanno voci discordanti. Il mio approccio è stato quello di concentrarmi sempre sul bambino. Da un lato aumentare la felicità, assolutamente. Ma non si trattava solo di come sorridere di più, bensì di cosa implichi questo per il nostro benessere. Aumentare la produttività aumenta la prosperità, perché essere felici e poveri significa comunque essere poveri, ma dobbiamo concentrarci su come possiamo migliorare questa possibilità per tutti.

Abbiamo iniziato all’alba sulla mia montagna, finiamo ora al tramonto dalla mia montagna. Grazie. Ngā mihi.
Grazie mille.