Il potenziale critico dell’amore sociale: spunti e prospettive per la scuola – Silvia Cataldi e Gennaro Iorio

SCUOLA, L’AUDACIA DI VOLARE ALTO - Bologna, 21-22 febbraio 2025

In questo seminario c’è il tema dell’audacia e abbiamo parlato di relazioni, abbiamo parlato anche di emozioni e ora parliamo di amore. Di solito questo è un tema che fa saltare dalle sedie un po’ tutti perché in effetti siamo abituati culturalmente a espungere l’amore in particolare dalla dimensione pubblica, dalla dimensione civica, e questo è l’esito di processi di razionalizzazione e civilizzazione. Tuttavia, dobbiamo dire che invece l’amore – e noi ne facciamo esperienza quotidianamente – fa muovere “il sole e le altre stelle” ma anche la nostra vita, e ha tantissimo a che fare con il mondo dell’educazione.
È  proprio questo l’esercizio audace, quello di rivalutare la dimensione sociale, la dimensione pubblica, la dimensione civile dell’amore. L’abbiamo relegato alla dimensione privata e le femministe ci hanno detto molto su questo, l’amore l’abbiamo relegato ai rapporti con il partner, ai rapporti familiari, già con gli amici non si parla più di amore, eppure ha una dimensione civica e politica molto rilevante. Proviamo a capirlo insieme e proprio per questo parlerò di dimensione sociale dell’amore utilizzando quella che noi chiamiamo l’immaginazione sociologica.

Quando la realtà supera l’immaginazione sociologica: tre esperienze

In ambito educativo ce ne sono tanti di questi esempi, ma partiamo da tre esperienze per capire che dimensione sociale ha l’amore.

Ecco questa è una foto che ha fatto il giro del mondo in questi giorni, è Israa Abu Mustafa, siamo a Gaza, e lei ha trasformato in maniera audace la devastazione di una guerra terribile in un’opportunità di educazione. “Sotto le bombe”, come si suole dire, ha allestito una scuola improvvisata, ha fatto una tenda tra le macerie e continua a insegnare ai bambini del suo quartiere. Di fronte a risorse limitate e difficoltà immense offre l’istruzione o quantomeno una possibilità di continuità – piccolissima, soltanto per i bambini del suo quartiere – per coloro che ha vicino. Ricordiamo che 625.000 bambini, a causa del conflitto, dal giorno dopo il 7 ottobre del 2023 sono privi di istruzione. Noi ci lamentiamo della routine burocratizzante, spersonalizzante ma per loro l’istruzione è un’opportunità vitale di sopravvivenza e anche di potersi aggrappare alle piccole cose come quelle di routine.

Questo è un altro caso, qui siamo a Deming nel New Mexico. Le scuole di Deming accolgono quotidianamente circa mille studenti provenienti da Palomas in Messico perché sono proprio sul confine. Questa città di fatto è stata separata dal confine e questi ragazzi, mille studenti ogni giorno, fanno su e giù dal confine. Ci sono stati degli accordi che sono nati negli anni ‘40 per far sì che gli studenti messicani possano passare questo confine con gli Stati Uniti. Molti di loro oltretutto hanno la cittadinanza americana ma vivono in Messico e devono attraversare il confine per andare a scuola.

Si è creato spontaneamente un servizio comunitario, c’è un’intera comunità che si muove, dato che c’è il servizio di trasporto, poi ci sono gli insegnanti, la polizia di frontiera e altri membri della comunità che tutti i giorni si fanno cintura di sicurezza per questi minori che passano da una parte all’altra del confine. Recentemente, per gli effetti delle politiche di Trump, il confine è stato chiuso e diversi di questi ragazzi sono rimasti negli Stati Uniti, un giorno sono andati a scuola e si sono trovati all’improvviso dall’altra parte del confine senza possibilità di tornare a casa. La comunità si è mossa, ha dato loro supporto in maniera coraggiosa e oggi continuano a varcare quel confine.

Infine, l’ultimo esempio che vi presento ma ce ne sarebbero molti altri.

Qui siamo in Italia, il progetto si chiama “Voci di dentro voci di fuori”. Dei giovani di Treviso ben 23 anni fa hanno cominciato ad andare in carcere a fare attività extrascolastiche soprattutto per volontariato, per attività di dopo scuola, peer to peer e finalmente questa esperienza è stata istituzionalizzata e oggi è diventato un progetto strutturato, attivo da 23 anni, che coinvolge il Centro di Servizio per il Volontariato (CSV) Belluno Treviso in collaborazione con l’ufficio scolastico territoriale e diverse associazioni locali tra cui Amnesty international e Caritas.

Quali caratteristiche accomunano queste esperienze

Che cosa ci dicono queste tre esperienze? Sono soltanto tre ma hanno qualcosa in comune. Nascono da soggetti diversi, una è un insegnante coraggiosa, l’altra è un’intera comunità, e l’ultima nasce dagli studenti di 23 anni e si è istituzionalizzata. Che caratteristiche hanno?

Le caratteristiche comuni sono queste: prima di tutto sono azioni eccedenti, sono delle azioni sociali, come le definiremmo noi sociologi, di eccedenza perché non sono dettate soltanto dal dovere, nessuno fa soltanto il proprio dovere ma mettono in campo talento e agency di diverse persone e sono generative, escono al di fuori delle aspettative sociali condivise. Per questo sono eccedenti.

Seconda cosa, si parla del potenziale critico, sono atti di critica, sono degli atti in cui l’amore ha una dimensione di critica. Sono delle azioni concrete quindi pragmatiche però allo stesso tempo di critica verso la logica della violenza della guerra, la logica della competizione, la logica dell’esclusione e anche della strumentalità, del calcolo, della standardizzazione. Insomma, rompono le aspettative sociali condivise e in alcuni casi sono persino di disobbedienza civile come nel caso del New Mexico.

Ultimo punto, hanno una dimensione pubblica, non possiamo relegarla al privato, certo sono atti dei singoli o di gruppi però hanno una rilevanza civica pubblica e creano un nuovo legame di tipo sociale, generano nuovi spazi di socialità.

Per questi motivi abbiamo soprannominato queste azioni come azioni sociali d’amore, l’amore come dimensione sociale. Chiaramente parlare di amore ci fa spesso saltare dalla sedia forse perché noi viviamo in questo mondo occidentale e razionale ma, in realtà, ha delle origini anche filosofiche, lo sappiamo, ci sono Eros, Philìa, Agàpe, l’amore declinato nell’antica Grecia, ne parlavano Platone, Aristotele e non solo, c’è anche l’Agàpe cristiano. Nell’ambito del pensiero sociologico, soltanto per darvi alcuni sguardi, noi l’abbiamo raffigurato in alcune pubblicazioni come una sorta di rivolo carsico (e sarebbe interessante fare anche la storia del pensiero in ambito pedagogico – educativo perché anche in quel caso potrebbe essere rappresentato come un rivolo carsico), che talvolta scorre in superficie e quindi mette in evidenza la dimensione civica, pubblica dell’amore e talvolta invece scende in sotterraneo.

I sociologi che parlano d’amore

Qui vi mostro alcuni dei padri della sociologia: Georg Simmel, filosofo tedesco, che parlava dell’amore come quel tipo di legame che fa passare  dalle relazioni primarie a quelle secondarie in maniera privilegiata, ma anche Max Weber, sociologo e filosofo, ha parlato dell’amore, c’è Sorokin, sono tutti sociologi, ve li nomino soltanto per dirvi che i padri della sociologia (e dobbiamo riscoprire le madri della sociologia)  parlavano della dimensione sociale dell’amore, non è qualche cosa che ci inventiamo.

Più recentemente i sociologi contemporanei hanno invece evidenziato come l’amore sia stato messo sotto scacco dal punto di vista sociale e civico dai processi di razionalizzazione, di secolarizzazione. È stato in qualche maniera anche colonizzato persino nelle relazioni con i nostri partner, con le relazioni romantiche, eppure  i sociologi in particolare della teoria critica contemporanea– trovate da una parte Luc Boltanski, sociologo francese, e dall’altra parte invece Axel Honneth, filosofo tedesco della terza generazione della scuola di Francoforte – parlano invece della dimensione pubblica, civica dell’amore e ne parlano  per la società contemporanea cioè lo teorizzano come qualcosa di fondamentale proprio per la società contemporanea.

Luc Boltanski dice che l’amore è l’unico regime di azione che consente di entrare all’interno di un regime di pace perché mette in discussione il sistema di contabilizzazione. Axel Honneth dice che l’amore è il primo livello della giustizia e dell’eticità. Entrambe sono necessarie all’interno dei legami di solidarietà delle società contemporanee odierne plurali, multiculturali. L’esperienza di amore che proviamo all’inizio della vita con nostra madre e il distacco che c’è tra il bambino e la madre, un distacco sano tra bambino e madre, ci fa provare che cosa significa un legame nella diversità, nel riconoscimento dell’altro come diverso e quindi alla base della nostra società. Su questo abbiamo fatto un percorso di ricerca. All’interno della International Sociological Association, l’associazione mondiale di sociologia, c’è un thematic group proprio su social love and solidarity, questa è la definizione che abbiamo dato di “social love”: un’azione, relazione o interazione sociale nella quale i soggetti eccedono (nel dare, nel ricevere, nel non rendere o non fare, nel tralasciare) tutti i suoi antecedenti, e dunque, offre più di quanto la situazione richieda nell’intento di rendere benefici.

Spunti per la scuola

C’è molta ricerca empirica che non vi mostro ma voglio dare degli spunti per la scuola. Prima di tutto, pensando al pensiero pedagogico, sicuramente pensiamo a Hannah Arendt che ha parlato tanto di amore come cura degli altri, del mondo, e sempre in ambito educativo pensiamo a Paulo Freire che ha parlato di amore e del coraggio dell’amore alla base del dialogo e anche come unico antidoto all’oppressione. C’è anche un altro autore e sociologo, Hartmut Rosa, sempre della scuola di Francoforte, che ha scritto un libro, Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres, in cui parla di amore.

Al di là di tutto, che cosa possiamo fare noi? Io penso che possiamo prendere in considerazione due obiettivi.

Che cosa ci può dire questo concetto di amore sociale? È un concetto ma i concetti ci aiutano a guardare la realtà sociale e, in qualche maniera, a concettualizzare, a dare un nome ai fenomeni di cui facciamo esperienza. Proviamo a guardare alla nostra scuola, alle nostre pratiche quotidiane e alla nostra azione di insegnamento, le nostre relazioni – perché sono azioni di interazione e relazioni sociali – anche con lo sguardo dell’amore sociale. Probabilmente scopriremo molto di più di potergli dare un nome. Gli diamo valenza, valorizziamo esperienze che sembrano altrimenti non averne. In secondo luogo, il concetto dell’amore sociale ci aiuta a guardare, a promuovere, a individuare direzioni. Questi potrebbero essere i due obiettivi sulla base in particolare di quattro dimensioni dell’amore sociale.

Le quattro dimensioni dell’amore sociale

A livello della International Sociological Association abbiamo individuato quattro dimensioni del concetto di amore sociale, la prima è l’eccedenza, la seconda è la cura, la terza è l’universalismo, la quarta è il riconoscimento.

Diciamo qualcosa sull’eccedenza. All’interno dell’amore sociale eccedenza è fare di più di ciò che la situazione richiede, rompendo il sistema di contabilizzazione con il superamento delle logiche utilitaristiche. Questo significa per esempio non orientarci soltanto alla performance, al merito, alla competizione, ripensare invece e osservare il nostro apprendimento come processo intrinsecamente legato alle relazioni interpersonali e anche al servizio del bene comune, al superamento delle logiche dei mercati, della logica neoliberista. In secondo luogo, ripensare alla dimensione vocazionale, al senso della professione come vocazione. Questo è interessante perché tantissimi studi organizzativi ci dicono che le istituzioni che mancano di amore, di eccedenza (non nel senso di fare di più ma di rompere queste logiche utilitaristiche) sono destinate a collassare perché sono destinate a diventare non generative.

Poi c’è la cura, diceva Hannah Arendt, degli altri, del mondo e questo significa prima di tutto rendersi conto del nostro lavoro come costruzione del bene comune e poi prendere in considerazione il benessere, l’approccio olistico al benessere, che è sia psicologico sia organizzativo, che sociale e senza trascurare anche la dimensione ecologica e ambientale. Guardare le nostre interazioni quotidiane anche con lo sguardo del social love significa anche contrastare l’alienazione educativa, significa in particolare offrire un antidoto all’alienazione che spesso caratterizza i nostri sistemi educativi – anche a livello universitario non soltanto educativi – e riconoscere il valore delle relazioni affettive, della motivazione intrinseca, significa cioè restituire alla scuola la propria funzione di comunità educante.

L’universalismo è la terza dimensione del social love, dimensione semantica su cui abbiamo fatto anche ricerca empirica. Sappiamo che la nostra la scuola, anche in Italia è basata sull’universalismo, è il principio fondante, eppure gli studi ci dicono che la scuola è uno dei meccanismi di riproduzione delle diseguaglianze sociali. E allora che cosa possiamo fare? Intanto un lavoro di critica lo facciamo quotidianamente ma possiamo criticare anche l’idea di mitigazione delle diseguaglianze che ha l’Unione Europea. L’Unione Europea utilizza questo termine “mitigare” le diseguaglianze che già da solo dice che diamo per scontato che esisteranno e al massimo possiamo mitigarle. Dobbiamo avere un approccio critico. Poi la valenza valoriale, le prassi inclusive, che sì facciamo quotidianamente, ma dobbiamo metterle in rete dando loro dei nomi. Sono piccole storie che però fanno la differenza, che con i fatti lavorano all’inclusione sociale e all’universalismo.

Infine, l’abbiamo detto anche con altre espressioni, un’altra dimensione dell’amore sociale è il riconoscimento. Amare significa riconoscere l’altro, far sì che conti l’altro. La scuola sta andando verso la personalizzazione dei bisogni educativi ma in una forma burocratica e poi riguarda gli studenti ma deve riguardare tutto il personale, i docenti e le docenti, il personale tecnico-amministrativo. Il riconoscimento della loro singolarità, dell’irriducibilità del loro lavoro e del loro esserci come persone e quindi anche dare spazio di autonomia perché soltanto da questo ci può essere una possibilità in particolare di valorizzare le tante prassi che ci sono di amore sociale.

 

Concludendo

Mi avvio alle conclusioni ma voglio dire anche in controtendenza, in maniera audace, che si tratta di amore, che l’educazione ha a che fare con l’amore che ha degli affetti trasformativi perché consente di riconoscere e valorizzare le pratiche quotidiane. La scuola non è un’istituzione regolata soltanto da logiche burocratiche standardizzanti ma è un ambiente capace di resistere alle dinamiche calcolatrici spersonalizzanti. Al di là delle strutture formali esistono queste pratiche quotidiane di relazione, di cura, di trasformazione e sono queste che danno senso al nostro lavoro anche quotidiano e questo significa anche fare innovazione educativa significa soprattutto contribuire alla costruzione di comunità solidali.

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