Prima di tutto vorrei rivolgere un grande ringraziamento a Mimma e a tutte le persone di ADi che hanno contribuito a dare vita a questa isola di coerenza, come ci ha spiegato Otto. Non è qualcosa che appartiene al futuro, è qualcosa che possiamo vedere accadere già adesso, in questo preciso momento. ADi lavora da molto tempo per costruire uno spazio di questo tipo. Grazie davvero per aver creato un luogo sicuro in cui le persone possano esplorare nuovi modi di essere e di svolgere il proprio lavoro.
Vorrei ringraziare anche tutti voi. Sono l’ultimo relatore della giornata e so che, per chi insegna, l’ultima ora del venerdì pomeriggio non è certo la più semplice. Non è l’orario in cui si sogna di fare lezione. Per questo vi ringrazio di essere ancora qui e di essere così presenti.
Mi ha colpito profondamente ascoltare, in molte delle presentazioni di oggi, persone che hanno parlato dei propri maestri, dei mentori o di chi ha lasciato un segno nella loro vita, influenzando ciò che fanno oggi.
Vorrei iniziare ricordando una persona che forse alcuni di voi hanno visto, ascoltato o conosciuto. Si chiamava Tho Ha Vin.

Era franco-vietnamita e ci ha lasciati nel settembre dello scorso anno. Un anno fa era qui, a Bologna, per presentare il tema della Gross National Happiness. Dirigeva un centro in Bhutan e raccontava in che modo l’indice della Felicità Interna Lorda può contribuire a sviluppare un nuovo paradigma per l’educazione e, più in generale, per il mondo. Mi sembrava giusto rendergli omaggio. Era in questa stessa sala, un anno fa, a parlare forse con alcuni di voi. Disse una frase che trovo molto pertinente rispetto a ciò che stiamo facendo oggi: “possiamo cambiare il futuro se siamo consapevoli del presente, perché il futuro è la manifestazione dei semi che stiamo piantando oggi”.
Quando parliamo di cambiamento parliamo anche del momento presente. Che cosa sto facendo adesso? Otto Sharmer ha parlato molto dell’attenzione e della presenza interiore.
Per questo vi propongo un breve momento di raccoglimento.

Se avete qualcosa tra le mani o sulle ginocchia, appoggiatelo pure. Cercate una posizione comoda, in modo che il corpo possa rilassarsi.
Dedichiamo qualche istante a osservare noi stessi. Se vi aiuta, potete chiudere gli occhi. Altrimenti potete lasciarli aperti.
Chiedetevi: come si sente il mio corpo in questo momento? Che cosa percepisco? C’è tensione? Ho caldo? Ho freddo? Sono stanco? Limitatevi a osservare come sta il vostro corpo.
Poi rivolgete l’attenzione al mondo delle emozioni. Come mi sento? Sono sopraffatto da tutte le parole e dagli stimoli ricevuti oggi? Mi sento un po’ stanco? Oppure ispirato? Qual è lo stato delle mie emozioni?
Osservate senza cercare di cambiare nulla. Non c’è niente di giusto o di sbagliato. C’è semplicemente ciò che è.
Infine osservate la mente. Dove sta andando? È piena di pensieri? È agitata? Oppure è calma? Anche in questo caso non cercate di correggere nulla o di modificarlo.
Limitatevi a prendere consapevolezza di ciò che è presente.
Ora che abbiamo osservato come sta il nostro corpo, possiamo fare qualche piccolo movimento. Ruotiamo delicatamente il collo, lasciando che la testa compia un movimento circolare, senza forzare, seguendo semplicemente ciò che il corpo permette.
Proviamo a sciogliere le tensioni del collo. Poi muoviamo un po’ le spalle, per riportare energia in un corpo rimasto seduto ad ascoltare per molte ore.
A volte è utile anche muovere gli occhi. Li abbiamo tenuti rivolti nella stessa direzione per tutto il giorno. Lasciamoli posarsi su qualcosa di diverso in questa bella sala.
Se sentite il bisogno di stirarvi o fare un altro piccolo movimento, fatelo. Ascoltate ciò di cui il vostro corpo ha bisogno in questo momento.

Noi siamo esseri umani dotati di una mente e di un corpo. Le due dimensioni sono profondamente collegate. Eppure, molto spesso, non sono davvero insieme. La mente è altrove, mentre il corpo è qui. In questo modo disperdiamo moltissima energia.
La mindfulness, o consapevolezza, è l’energia che ci permette di sapere che cosa sta accadendo. Che cosa succede dentro di me? Che cosa succede intorno a me?
Non è qualcosa di straordinario o di misterioso. È una capacità che tutti possediamo. Tutti siamo in grado di essere consapevoli. L’abbiamo sempre avuta. Non è una qualità riservata a pochi.
Semplicemente, non la coltiviamo molto. Coltiviamo invece l’agitazione. Coltiviamo la distrazione.
Per noi è molto difficile fermarci e non fare nulla, anche solo per pochi secondi. E non sto parlando degli adolescenti. Sto parlando di noi.
Quando c’è una lunga fila all’ufficio postale, quando faccio la spesa o quando sono sull’autobus e non c’è nulla di particolare da fare, molto spesso prendo il telefono e mi metto a fare qualcosa. Perché stare semplicemente fermi ci mette a disagio.
Non è che ci manchi la capacità di essere presenti. La possediamo. È che l’esercitiamo poco. Come società, anzi, stiamo coltivando sempre di più il suo contrario.
La mindfulness è anche l’energia che ci permette di vedere la bellezza che ci circonda.
Come insegnanti ci prendiamo continuamente cura delle persone. Ci prendiamo cura degli studenti, delle situazioni, della comunità scolastica. Che si sia docenti, dirigenti o responsabili, ci sono sempre molte cose di cui occuparsi.
E molto spesso dimentichiamo di prenderci cura di noi stessi.
Forse molti di noi hanno iniziato a insegnare con grande entusiasmo, con passione e con il desiderio di fare la differenza. Dopotutto, non abbiamo scelto questo mestiere per i soldi. Lo abbiamo scelto per qualcos’altro.
Con il passare del tempo, però, quell’energia può affievolirsi. Allora la pratica della mindfulness può aiutarci a ravvivare quel fuoco, a prenderci cura di noi stessi, così da non sentirci sopraffatti da tutto ciò che siamo chiamati a fare.
Oggi un insegnante non trasmette soltanto una disciplina. È anche un po’ psicologo, un po’ genitore, un po’ assistente sociale, un po’ funzionario amministrativo, immerso in una quantità sempre maggiore di burocrazia. Le responsabilità sono tante. La domanda è: come posso rigenerarmi? Anche attraverso piccoli momenti.
La mindfulness consiste semplicemente nel riportare la mente nel corpo.
Parliamo molto del corpo perché il corpo non lascia mai il momento presente. È sempre qui. A meno che qualcuno di voi non possieda superpoteri che io non conosco, il corpo resta sempre nel presente.
Così, ogni volta che torno ai miei sensi, torno anche al momento presente. Ogni volta che torno al mio corpo, torno al presente.
Dicevo che la mindfulness può aiutarci a nutrire la freschezza, la gioia per ciò che facciamo, e a ritrovare energia. Può anche aiutarci a prenderci cura delle emozioni intense quando le situazioni diventano difficili.
Se riesco a restare presente con quelle emozioni, invece di fuggire, cambia il mio modo di viverle. La mia capacità di stare con esse impedisce che prendano completamente il sopravvento.
Vorrei proporvi un’altra breve pratica.

Se avete qualcosa sulle ginocchia, appoggiatelo. Se vi sentite a vostro agio, chiudete gli occhi. Altrimenti, possiamo tenere gli occhi leggermente socchiusi e limitarci a fissare un punto davanti a noi con uno sguardo rilassato.
Iniziate a portare l’attenzione al corpo e al contatto con la sedia. Sentite il peso del vostro corpo appoggiato.
Poi ascoltate i suoni intorno a voi. Le persone che parlano, i rumori della sala, i suoni provenienti dall’ambiente.
Provate ad ascoltare con profondità, cercando anche quei suoni più discreti, meno evidenti.
Lasciate che i suoni siano semplicemente suoni. Non è necessario interpretarli, giudicarli o stabilire se siano piacevoli o spiacevoli. Possono semplicemente essere ciò che sono.
Ora allargate la consapevolezza a tutto il corpo. Sentite i piedi appoggiati al pavimento, il contatto del corpo con la sedia.
Potete perfino percepire come tutti i muscoli vengano richiamati verso il basso dalla forza di gravità. È una forza straordinaria che sperimentiamo continuamente, anche se quasi non ce ne accorgiamo. La gravità ci richiama costantemente verso il centro della Terra.
Sentite il peso che scende verso il bacino. Lasciate che l’attenzione si appoggi ai fianchi.
Contemporaneamente percepite la colonna vertebrale che si allunga verso l’alto, insieme alla schiena e alla testa, come se si orientassero verso il soffitto.
Lasciate cadere le spalle. Rilassate i muscoli delle braccia e delle mani.
Portate ora l’attenzione ai muscoli della mandibola. Potete rilassare un po’ di più la mascella e il viso.
Prendete consapevolezza di questo corpo seduto qui. Un corpo che è il risultato di una continuità lunghissima, fatta di generazioni e generazioni di esseri umani, nel corso dell’evoluzione.
E non soltanto di esseri umani. Anche di tutti quegli esseri viventi che, attraverso l’evoluzione, hanno reso possibile che questo corpo esista oggi così com’è.
Generazioni che hanno imparato ad adattarsi, a sopravvivere, ad attraversare difficoltà, crisi e cambiamenti.
Ogni cellula del nostro corpo custodisce la saggezza e l’intelligenza di tutte queste generazioni.
Dentro questo corpo c’è anche il respiro.
Portate l’attenzione al respiro. Sentite l’aria che entra e l’aria che esce.
Il corpo respira continuamente. Sa già che cosa deve fare. Non abbiamo bisogno di ordinargli di respirare.
Percepite il movimento leggero dell’aria che entra e che esce.
L’ossigeno, prodotto dagli alberi, dalle piante e dalle alghe, entra nel corpo e nutre ogni cellula, portando nuova energia al sangue.
Poi, quando espiriamo, restituiamo anidride carbonica agli alberi e alle piante.
Ora ampliate nuovamente la vostra consapevolezza, includendo tutto ciò che è dentro di voi e tutto ciò che vi circonda.
Lasciate che l’attenzione si allarghi.
Provate semplicemente a stare con ciò che c’è, senza giudicare, senza decidere se sia giusto o sbagliato, buono o cattivo.
Ciò che è presente è presente.
Quando vi sentite pronti, potete riaprire gli occhi, ritrovare la percezione visiva della sala, delle persone davanti a voi, e riportare un po’ di movimento nelle mani, nei piedi, nelle braccia e nelle gambe.

Perché è importante sapere che cosa sta accadendo nel momento presente? Perché è importante essere consapevoli di ciò che succede nel nostro corpo, nella mente, nelle emozioni e nei pensieri?
Che relazione c’è tra questa consapevolezza e la possibilità di costruire il futuro?
Quando Tho parlava dei semi, a che cosa si riferiva? Quali sono i semi che stiamo piantando oggi?
Come educatori piantiamo molti semi ogni giorno.
Come genitori, come partner, nelle relazioni. Ogni volta che apriamo bocca annaffiamo un seme già presente nell’altra persona. Ogni pensiero che coltiviamo pianta un seme. Ogni azione pianta un seme.
Vale quindi la pena chiedersi: da dove nascono i miei pensieri? Da dove nascono le mie azioni? Da dove nascono le mie parole?
La mindfulness ci aiuta a vedere tutto questo.
Otto Scharmer parlava del tornare a un luogo più interiore.
Che cosa desidero vedere nel mondo?
Vorrei una classe armoniosa, in cui ci siano rispetto, gentilezza e un autentico senso di appartenenza tra gli studenti.
Se questo è il mondo che desidero vedere, allora come parlo? Come penso? Come agisco, affinché tutto questo possa prendere forma nella mia classe?
Se dentro di me ci sono rabbia, giudizio o discriminazione, tutto questo inevitabilmente emergerà nel mio modo di parlare e di relazionarmi con gli studenti e con i colleghi.
Per questo mi piace pensare al respiro come a un’isola, o a un’ancora. Anche il corpo può diventare un’ancora a cui tornare.
Posso fermarmi un istante e chiedermi: che cosa sta succedendo, proprio adesso?
Quando la classe è molto rumorosa e sento di perdere il controllo, come reagisco? Che cosa vorrei dire? Che cosa vorrei fare?
Sto reagendo per paura? Per paura di non essere abbastanza capace, di non riuscire a gestire la classe, di non sapere che cosa fare o dire?
Quale parola, quale gesto, quale azione può davvero contribuire al cambiamento?
Chi conosce Mimma da tempo forse avrà notato una cosa. Quando nella sala ci sono molte persone che parlano e l’ambiente diventa un po’ caotico, lei prende il microfono e inizia a parlare a voce molto bassa, con estrema calma. Non alza il tono per imporsi o per dire: “Per favore, ascoltatemi, devo dirvi una cosa”. Fa esattamente il contrario.
Attraverso il suo modo di agire introduce il cambiamento che desidera vedere. Crea le condizioni perché emergano maggiore attenzione, più silenzio e una migliore capacità di ascolto.
Probabilmente ha imparato che, in certe situazioni, alzare la voce non funziona.
La domanda allora è: nelle nostre situazioni quotidiane, che cosa possiamo fare? Che cosa possiamo dire perché il cambiamento possa davvero avvenire?
Se non sono consapevole di me stesso e delle mie emozioni, difficilmente riuscirò a farlo. Finirò per dire o fare qualcosa che aumenta la sofferenza, la rabbia o lo stress della situazione.
Per questo è così importante tornare a sé stessi, osservare ciò che accade dentro di noi e ciò che accade intorno a noi.
Otto Scharmer ha parlato anche dell’ascolto.
Ascoltare non significa soltanto ascoltare sé stessi. Significa anche ascoltare profondamente gli altri.
Vorrei proporvi un piccolo esercizio.
Nel corso della giornata abbiamo già avuto diverse occasioni per confrontarci con le persone sedute accanto a noi. Questa volta, però, vorrei chiedervi di fare qualcosa di diverso.

Una persona parlerà per circa un minuto e mezzo. L’altra si limiterà ad ascoltare.
Senza rispondere. Senza commentare. Senza aggiungere nulla.
Forse noterete il desiderio di intervenire. Magari penserete: “Anch’io ho vissuto qualcosa di simile”, oppure: “Hai ragione”, o ancora vi verrà spontaneo raccontare la vostra esperienza.
È naturale. Socialmente siamo abituati a reagire subito durante una conversazione.
Ma vi invito a considerarlo come un esperimento. Siate curiosi di osservare che cosa accade quando ci limitiamo semplicemente ad ascoltare.
Mentre ascoltate, potete tornare al vostro respiro. Potete tornare al vostro corpo.
E osservare che cosa cambia.
Che cosa riesco davvero a sentire?
E, quando sono io a parlare, che effetto mi fa essere ascoltato senza essere interrotto?
Tra poco suonerò una piccola campana. Al suono della campana vi scambierete i ruoli.
Otto Scharmer ha detto quanto sia bello essere insegnanti e quanto sia grato agli educatori di oggi. E forse, a volte, facciamo fatica a riconoscere il valore di ciò che siamo e di ciò che facciamo.
Per questo vi propongo una domanda da condividere con il vostro collega.
Qual è un aspetto del mio lavoro che posso celebrare?
Quale mia qualità, o quale modo di svolgere il mio lavoro, mi rende davvero grato?
Avrete circa un minuto e mezzo ciascuno.
Voltatevi verso la persona accanto a voi.
Ora potete invertire i ruoli.
Una persona parla, l’altra ascolta.[…]

Grazie. Spero che questo sia stato un momento per riconoscere e celebrare ciò che siete, e che sia stato bello anche ascoltare ciò che gli altri hanno condiviso.
Torniamo lentamente insieme.
Prometto che siamo quasi alla conclusione.
Per quest’ultimo esercizio riprendiamo alcune riflessioni emerse oggi.
Abbiamo dedicato del tempo al lavoro interiore e alla scrittura.
Vorrei lasciarvi due domande, ispirate ancora una volta da Otto Scharmer.

Quando osservo il momento presente e penso al futuro che desidero contribuire a creare, che cosa ho bisogno di lasciare andare?
Può trattarsi di qualcosa di molto concreto. Un modo di pensare. Un’abitudine. Un comportamento che non mi aiuta. Un modo di parlare.
Che cosa devo lasciare andare perché quel futuro possa prendere forma?
La seconda domanda è questa.
Che cosa desidero accogliere? Che cosa vorrei vedere arrivare nella mia vita? Quale giardino desidero coltivare? Quali qualità vorrei vedere fiorire nel mio lavoro e, forse, anche nella mia vita personale?
Del resto, non è sempre facile separare la vita personale da quella professionale.
Che cosa desidero lasciare andare?
E che cosa desidero vedere arrivare?
Potete rispondere utilizzando Mentimeter. È sufficiente inquadrare il codice QR
oppure collegarsi al sito menti.com e inserire il codice che vedete proiettato sullo schermo.
Prendiamoci qualche minuto. Poi Mimma leggerà le vostre risposte. […]

Le parole che emergono sono numerose e molto significative.
Tra ciò che le persone desiderano lasciare andare compaiono la negatività, le strutture rigide, l’ansia generata dalla burocrazia, il perfezionismo, la competizione tossica, la pressione delle scadenze, lo stress, la rabbia, la preoccupazione costante, l’ascolto superficiale, l’ostilità, la paura di non essere all’altezza del proprio ruolo educativo, il senso di inadeguatezza, i pregiudizi, il giudizio, la resistenza al cambiamento, il peso delle procedure, la rigidità dei programmi, le abitudini, la paura di esporsi professionalmente, il timore di sbagliare, il senso di impotenza, la malinconia della solitudine che talvolta si prova lavorando nella scuola e, ancora una volta, la burocrazia.
Alla domanda su ciò che invece si desidera coltivare emergono parole come flessibilità, armonia, ascolto, gentilezza, attenzione, curiosità, pluralità, pensieri positivi, apertura agli altri, alle idee degli studenti e del mondo esterno, serenità, entusiasmo, fiducia, empatia, presenza, comprensione profonda, leggerezza, umanità, coraggio, cambiamento, senso di comunità, creatività e collaborazione.
Alcune risposte sono particolarmente toccanti.
Una persona scrive: “Vorrei aprire il mio cuore a ogni singolo studente fin dal primo giorno, senza aspettare che si crei quella fiducia che, purtroppo, richiede tanto tempo”.
Un’altra scrive: “Vorrei aprirmi maggiormente alla consapevolezza, coltivare la presenza e accogliere anche percorsi che ancora non conosco, ma che possono aiutarmi a crescere come educatore”.
E ci sono molte altre risposte altrettanto belle.
Grazie.