Trent’anni fa, nel novembre del 1995, ho partecipato alla mia prima riunione dei ministri dell’istruzione. Il tema era “Rendere l’apprendimento permanente una realtà per tutti”. All’epoca era una prospettiva straordinaria, perché l’apprendimento era sempre associato alla scuola e non all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
Era un concetto innovativo ma poi, l’anno scorso, all’OCSE, durante la nostra ultima indagine sull’apprendimento e sulle competenze degli adulti, abbiamo preso atto che in 30 anni non è cambiato nulla.
La percentuale di persone che intraprendevano percorsi di apprendimento in età adulta è quasi la stessa nella maggior parte dei Paesi e con pattern quasi identici. Coloro che erano entusiasti della scuola, che avevano imparato molto da giovani, erano studenti creativi per tutta la vita mentre coloro che non erano legati alla scuola, che avevano studiato solo perché costretti, avevano abbandonato la scuola per sempre. Abbiamo constatato che i Paesi che eccellevano nell’apprendimento permanente erano esattamente gli stessi. E ora vi chiederete: ma perché stiamo parlando di apprendimento permanente? Il nostro lavoro di insegnanti e dirigenti riguarda la scuola e finisce prima che quelle persone entrino nel mondo del lavoro.
In realtà l’apprendimento permanente ha a che fare con il vostro lavoro più di quanto potreste pensare a prima vista. Vedete, dopo quella primissima discussione ministeriale sull’apprendimento permanente nel 1995, i vari Paesi hanno fatto enormi investimenti nella formazione sul posto di lavoro, nel miglioramento delle competenze, nella riqualificazione professionale, e così via. Sono stati fatti enormi investimenti per creare opportunità di apprendimento permanente.
Ma, ancora una volta, abbiamo visto che ciò non ha avuto effetto sulla mentalità delle persone, il loro atteggiamento nei confronti dell’apprendimento non era cambiato perché questa parte fondamentale si forma molto presto nella vita di una persona.
Quindi l’abbiamo inclusa nella nostra ultima valutazione PISA: abbiamo chiesto ai giovani quali fossero le loro opinioni e il loro atteggiamento nei confronti dell’apprendimento. E quando si chiede effettivamente cosa abbia reso le persone interessate all’apprendimento ed entusiaste di imparare, il fattore predittivo più importante è risultato essere la qualità del rapporto che avevano con i loro insegnanti.
Non abbiamo chiesto ai giovani di essere psicologi, abbiamo posto loro domande molto semplici. Abbiamo chiesto loro, ad esempio, “se tornaste a scuola tra tre anni, dopo avere conseguito il diploma, pensate che i vostri insegnanti sarebbero felici di rivedervi?”. Gli studenti che hanno risposto positivamente, in genere, possedevano una serie di strategie di apprendimento molto più efficaci. Gli studenti che vedevano la scuola solo come un luogo in cui accumulare conoscenze e competenze erano molto meno entusiasti dell’apprendimento.
Quanto succede più avanti, nell’età adulta, si costruisce molto presto nella vita delle persone.
In passato, si mandavano le persone a scuola, poi all’università, poi a lavorare sapendo che un giorno si sarebbe andati in pensione. Questo era il modello del passato, ma non funziona più nella società in cui viviamo.
Tutto cambia rapidamente. Dobbiamo imparare per lavori che non sono ancora stati creati. Dovremo risolvere problemi sociali che non riusciamo nemmeno a immaginare e usare tecnologie che non sono state ancora inventate. Se oggi chiedete ai datori di lavoro quali sono le competenze che apprezzano realmente, molti vi diranno cose molto simili a quelle che abbiamo sentito dal dottor Tho: la capacità di vivere con se stessi, di vivere con persone diverse da noi, di vivere in armonia con questo nostro pianeta.
E questo è ciò che si sente dire spesso. Ma ciò che i datori di lavoro apprezzano di più al giorno d’oggi è la capacità delle persone di saper ampliare i propri orizzonti, di essere aperte alle novità, di essere disposte ad affrontare sfide che oggi sembrano insormontabili, di sviluppare quell’atteggiamento positivo, quell’ottimismo che permette alle persone di crescere oltre i propri limiti come individui e come società. Questo è ciò che i datori di lavoro apprezzano davvero.
Non siamo bravi a prevedere con esattezza le competenze di cui avremo bisogno domani, ma la capacità delle persone di rimanere aperte a nuove opportunità è fondamentale. Ed è per questo che l’educazione della prima infanzia sta diventando sempre più importante.
Le competenze più importanti nel XXI secolo, quelle di cui abbiamo sentito parlare dal dottor Tho, sono quelle che si apprendono meglio nei primi anni di vita. L’empatia, per la maggior parte di noi, è un tratto della personalità. È davvero molto difficile cambiarla da adulti.
Per un bambino di tre anni, è un’abilità che s’impara più facilmente della matematica. Quindi nella prima infanzia dovremmo insegnare le cose che si imparano meglio a quell’età.
La curiosità. I bambini nascono con una grande curiosità. Noi possiamo alimentarla. Possiamo crearla. E possiamo svilupparla al meglio nei primi anni di vita. I primi anni stanno diventando incredibilmente importanti, non perché vogliamo fare le cose sempre più presto nella vita delle persone, ma perché il tipo di educazione che conta di più si costruisce proprio nei primi anni.
Guardando poi, all’istruzione terziaria, questa dovrà essere molto più in linea con il modo in cui utilizziamo le nostre competenze. I luoghi di lavoro migliori al giorno d’oggi sono ottimi luoghi di apprendimento. E i luoghi di apprendimento migliori, le grandi università, stanno diventando molto, molto brave ad anticipare il futuro.
Penso che guardino oltre ciò che finora siamo stati bravi a insegnare ai bambini, che è insegnare per il nostro passato piuttosto che per il loro futuro. Le grandi istituzioni educative si impegnano ad andare oltre a questo. Oggi il lavoro e l’apprendimento sono così strettamente intrecciati che è molto difficile distinguerli. È questa la direzione e ciò che si fa oggi a scuola ha un’influenza maggiore su questo rispetto a qualsiasi cosa venga dopo.
Queste sono le statistiche che ho appena citato. Circa sei adulti su dieci non hanno partecipato all’apprendimento permanente.

E quando chiediamo loro perché, alcune persone ricorrono a scuse veloci: “non ho tempo” o “non ho soldi” e così via, ma questi non sono veri impedimenti, perché esistono opportunità gratuite su YouTube o iniziative sul posto di lavoro. Le possibilità ci sono. La prima risposta che abbiamo ricevuto dalle persone è stata: “Grazie mille, ma non ne ho bisogno”.
Oppure “Non ne voglio più sapere. L’ultima cosa che vorrei fare nella mia vita è tornare a scuola”. Questa è la risposta classica, il più grande ostacolo all’apprendimento permanente. Non l’opportunità, ma la mentalità che abbiamo, cioè che quando otteniamo la laurea, la nostra istruzione è conclusa. Pensiamo che la laurea non sia la porta che apre il futuro ma la conclusione di un processo. Come possiamo cambiare questa situazione?
Nei nostri studi abbiamo esaminato una serie di fattori. Abbiamo iniziato chiedendo: “sei in grado di gestire il tuo apprendimento?”. Questo è molto importante.
“Sei in grado di assumerti la responsabilità del tuo apprendimento, fissare i tuoi obiettivi, monitorare i tuoi progressi?” Abbiamo esaminato la capacità dei giovani di riflettere, di fermarsi, di pensare in modo critico.
Anche questo è incredibilmente importante: la loro capacità di gestire e risolvere problemi dinamici. Problemi che cambiano quando interagiamo con le persone.
E abbiamo esaminato quella che chiamiamo attivazione cognitiva. In che misura stanno imparando con cuore e mente, piuttosto che limitarsi ad assorbire le informazioni che ricevono?
Questo ha molto a che fare con il porsi le domande giuste. L’anno scorso vi ho mostrato qui il PISA Happy Life Dashboard. Quella volontà di essere curiosi è estremamente importante.
Io ho una formazione scientifica. E spesso mi rattrista vedere come insegniamo materie come la scienza, come se fosse un dogma.
Cerchiamo di far credere alle persone una qualche teoria scientifica. Poi diamo loro molti esercizi e alla fine verifichiamo se ricordano le nostre risposte a quegli esercizi.
Questo non ha nulla a che vedere con la scienza. La scienza non ha mai riguardato la riproduzione del sapere. La scienza è mettere in discussione ciò che sappiamo, costruire quella curiosità, pensare alla novità, pensare al futuro. La capacità degli studenti di essere curiosi, di essere aperti alla novità è importantissima.
Abbiamo anche esaminato il pensiero critico. Vi mostrerò solo una risposta che è in realtà piuttosto sorprendente. Si tratta di quindicenni della nostra indagine PISA.

Sapete, quando si discute con qualcuno, la maggior parte delle persone dice: “Cerco di ascoltare tutti”. Ma quando chiediamo loro se credono che ci sia una sola risposta corretta a una domanda o a un problema, si vede che la maggior parte degli studenti italiani risponde: “Sì, c’è sempre una cosa giusta e una cosa sbagliata”. È in quel momento che si perde la curiosità.
È in quel momento che smetti di interessarti alle novità. Ma questo è ciò che spesso fanno i nostri sistemi educativi. Cercano di farti ripetere le risposte che ti sono state insegnate e che non sono state messe in discussione.
Abbiamo visto che, al giorno d’oggi, siamo tutti preoccupati per le fake news e per questo tipo di informazioni. Più del 50% dei quindicenni non è in grado di distinguere in modo affidabile i fatti dalle opinioni. Ci si chiede: “com’è possibile? È così difficile da insegnare?”. Basterebbe portare un giornalista in classe, così i ragazzi lo capirebbero. Perché i giornalisti sono molto bravi a distinguere la verità dai fatti, almeno alcuni di loro, e ti aiutano a riflettere su queste cose. Ma noi non lo facciamo, cerchiamo di far credere agli studenti ciò che c’è scritto nei libri di scuola.
E poi ci chiediamo perché non mettono in discussione ciò che trovano su Internet! Come potete vedere qui, la mentalità dei nostri giovani è spesso incentrata sul concetto di giusto o sbagliato.
Abbiamo esaminato la proattività nell’apprendimento. Posso davvero mettere in relazione ciò che vedo oggi con la mia visione più ampia, il mio modo di pensare? Abbiamo esaminato la motivazione strumentale, dove gli studenti credono che la scuola abbia insegnato loro cose utili per il loro lavoro, quindi un approccio molto strumentale, “Imparo perché ho bisogno di trovare un buon lavoro”. E si può vedere che la motivazione strumentale è già una fonte di strategie di apprendimento efficaci. Si può vedere che gli studenti con una maggiore motivazione lavorativa sono più propensi a controllare i compiti, a consegnarli, ad assicurarsi di non commettere errori, tutte cose importanti.

Ma in realtà un indicatore migliore è se ai ragazzi piaccia imparare ciò che studiano. Quando gli studenti dicono: “Mi piacerebbe andare bene in matematica perché mi piace questa materia”, si il potere predittivo di questo rispetto alle strategie di apprendimento efficaci è molto maggiore.
E lo stesso si può osservare quando si esamina la motivazione intrinseca. Si può vedere che quando gli studenti dicono: “Mi piacciono i compiti scolastici impegnativi”, questo è un ottimo indicatore di strategie di apprendimento efficaci.

E quando gli studenti pensano: “Adoro imparare cose nuove a scuola. Non è solo quello che imparo, è che l’apprendimento mi appassiona”, quando un insegnante o un dirigente scolastico raggiunge questo obiettivo, quasi tutto il resto viene da sé. Sono questi gli studenti che hanno la predisposizione a diventare persone che imparano per tutta la vita. Se riusciamo a trasmettere l’amore per l’apprendimento, abbiamo praticamente costruito la mentalità e gli atteggiamenti che porteranno le persone ad apprendere in modo efficace.
Si può anche vedere che gli studenti che amano imparare cose nuove sono molto più sicuri di sé. Hanno un maggiore senso di autoefficacia. Sono disposti e capaci di affrontare i problemi difficili che si presentano loro.
Uno degli errori più frequenti che commettiamo è quello di rendere le cose più facili agli studenti quando incontrano difficoltà, quando sono preoccupati o ansiosi. Diciamo loro: “Va bene, è troppo difficile, sei ansioso, ti renderò le cose più facili”. Non ci sono prove scientifiche a sostegno del fatto che questa strategia migliori effettivamente i risultati o riduca l’ansia.
I livelli di ansia non hanno nulla a che vedere con le richieste che vengono fatte ai giovani. Si tratta piuttosto di quella fiducia, di quell’autoefficacia che è propria dell’essere umano e che ci porta a individuare problemi che non siamo ancora in grado di risolvere.
Mentre gli studenti amano imparare cose nuove, sono molto più sicuri di sé di quanto noi pensiamo. Hanno un maggiore senso di autoefficacia.
E penso che sia una lezione davvero molto importante per la scuola, perché se si abbassano le aspettative e le richieste, si creano inevitabilmente disparità nel sistema. I figli di genitori benestanti troveranno sempre il modo di imparare ciò che devono imparare. E i genitori coglieranno tutto ciò che il sistema scolastico offre per dare loro questa opportunità.
Ma sono i bambini provenienti da contesti svantaggiati a soffrire di standard più bassi. E qui si può vedere che la fonte di aspirazioni più elevate è proprio la costruzione di quel tipo di autoefficacia e amore per l’apprendimento. Vediamo anche che gli studenti motivati hanno le idee molto più chiare sul loro futuro.

E questo è diventato davvero molto difficile. Quando ero uno studente, il futuro era molto chiaro. Sapevamo che tipo di lavoro avremmo fatto.
Sapevamo che tipo di istruzione ci serviva per ottenere quel lavoro. Per un giovane di oggi, è molto più difficile, gli obiettivi cambiano ogni giorno.
Le informazioni che si ricevono sul futuro sono molto confuse. Su Internet si imparano cose sul futuro del lavoro che non hanno nulla a che vedere con la realtà che si trova fuori dalla porta di casa.
E quello che abbiamo potuto vedere è che la motivazione dei bambini, l’amore per l’apprendimento di cose nuove a scuola, l’avere questa energia fa sì che abbiano idee molto più chiare sul lavoro. Se ti piacciono i compiti scolastici impegnativi, fare cose difficili, questo è un buon indicatore che raggiungerai il tuo sogno. “Ogni percorso scolastico mi ha insegnato cose che potrebbero essere utili” oppure “Voglio riuscire in matematica”: tutti questi sono ingredienti molto importanti per quella aspirazione futura lungimirante. Non si tratta solo di parlare ai giovani dei lavori che possono fare. Penso che l’orientamento professionale sia molto importante, ma è più importante dare loro quella motivazione ed energia.
Guardiamo ora il feedback degli insegnanti. Sull’asse verticale potete vedere la relazione tra il feedback degli insegnanti e la motivazione degli studenti. E sull’asse orizzontale, la relazione tra il feedback degli insegnanti e l’empatia.

Si può effettivamente vedere che il feedback predice entrambe. Questo feedback è una sorta di indicatore dell’interesse che gli insegnanti hanno nel capire chi sono i loro studenti, interessarsi a loro, a chi vogliono diventare, accompagnarli come individui nel loro percorso. Quindi nei casi in cui c’è questo tipo di feedback, si può vedere che c’è un buon livello di correlazione con la motivazione al rendimento (asse verticale) e un buon livello di correlazione con l’empatia e l’apertura degli studenti (asse orizzontale).
In Italia, abbiamo solo i dati dell’Emilia-Romagna e di Torino. Ma si può vedere che dare feedback non è ancora una pratica diffusa.
È qualcosa che alcune scuole e alcuni insegnanti fanno, ma non fa ancora parte della cultura come si può vedere in Indonesia, in alcune parti della Cina, in Giappone, dove questo tipo di insegnanti hanno questa cultura. Passano molto tempo con gli studenti al di fuori dell’ambiente scolastico, fanno molte cose con gli studenti che non hanno nulla a che vedere con la scuola come, ad esempio, cucinare il pasto scolastico o, a volte, persino pulire la scuola. Considerano la scuola come una sorta di impresa sociale e questo ha un ritorno.
Si dà agli studenti un feedback sui loro punti di forza, su ciò in cui sono davvero bravi, su ciò in cui possono diventare davvero bravi.

Questo è importante così come ricevere più feedback su ciò che possono migliorare.
E poi, in molti Paesi, anche gli insegnanti, nei sistemi di cui abbiamo dati, sono abbastanza bravi a dare agli studenti feedback su come migliorare. Tuttavia, la prima barra nel grafico che vi ho mostrato, quella relativa al feedback su ciò che gli studenti fanno bene, sui loro punti di forza, è la barra più corta. In particolare, nelle due regioni italiane è piuttosto evidente.
Se pensate a che cosa ci si aspetta da una buona scuola, credo che siano principalmente tre cose: 1. Aiutare i giovani a capire perché sono al mondo, che cosa amano veramente nel mondo. 2. Aiutarli a capire dove sono i loro punti di forza, in cosa possono diventare davvero bravi, e 3. aiutarli a capire come possono fare la differenza nelle nostre società, a trovare un significato, a trovare un obiettivo sociale. Si può vedere che il feedback può forse essere ulteriormente sviluppato ma non riguarda solo il miglioramento nella materia che si studia.
Il feedback è legato al senso di empatia degli studenti. È legato alla loro motivazione al raggiungimento dei risultati. Avete visto quanto sia potente la motivazione come energia per una strategia di apprendimento efficace.
Passiamo all’attivazione cognitiva. Anche questa è molto, molto importante. Riusciamo creare un ambiente in cui gli studenti siano realmente presenti? È proprio di questo che si tratta.
Infatti, si possono fare e imparare tantissime cose senza essere presenti. Si può semplicemente ascoltare, memorizzare e riprodurre informazioni in un test. Ma l’attivazione cognitiva consiste proprio nel portare il proprio cuore e la propria mente in quel momento di apprendimento.

Dal grafico potete vedere che questa è un’altra di quelle fonti di strategie di apprendimento efficaci. Non solo sono in grado di risolvere un problema di matematica, ma ne capisco anche la soluzione. Capisco la natura dell’idea che sta alla base.
Se un insegnante raggiunge questo obiettivo con gli studenti, allora ha preparato persone all’apprendimento permanente. Essere in grado di pensare come un matematico, è molto più prezioso che conoscere semplicemente formule ed equazioni. Essere in grado di pensare come uno storico, capire come è emersa la narrazione di una società, come si è sviluppata, come è progredita e, a volte, come si è disgregata e il contesto è cambiato, è molto più prezioso che ricordare nomi e luoghi. Ancora una volta, questi sono ingredienti molto, molto importanti per strategie di apprendimento efficaci.
Le strategie di apprendimento incentrate sull’attivazione cognitiva sono, ancora una volta, predittori molto potenti dell’autoefficacia. Potete vedere che gli studenti che affermano “ho cercato di collegare il nuovo materiale a ciò che ho imparato”, che mostrano questo atteggiamento, sono studenti molto più proattivi.
Riuscite a gestire le vostre strategie di apprendimento? E questo significa porre le domande giuste, allargare il proprio punto di vista, , controllare attentamente ciò si fa. Potete vedere che questo diventa un indicatore molto importante di quella fiducia in se stessi, di quell’autoefficacia che permette di risolvere problemi di cui non si conosce la risposta.
Il pensiero critico, riuscire a guardare le cose da diverse angolazioni, cercare di considerare il punto di vista di tutti… mostrano attivazione cognitiva e attitudine alla risoluzione dei problemi.
Quindi, ancora una volta, aiutare gli studenti a sviluppare questo tipo di strategie di apprendimento è la risposta migliore per prepararli alla vita.
Torno brevemente al problema dell’ansia. Si può anche vedere molto chiaramente che più gli studenti riescono a padroneggiare il proprio apprendimento, meno sono preoccupati per le materie difficili.

Ci sono Paesi in cui la matematica è la materia preferita dalla maggior parte degli studenti, ricchi o poveri, dotati o meno, perché hanno quel senso di autoefficacia. “Sì, ho un problema. Non riesco a risolverlo oggi. Domani riuscirò a risolverlo”. Come potete vedere, l’ansia spesso nasce quando ci sentiamo impotenti in una situazione. Nel momento in cui sviluppate autoefficacia nei bambini, il problema si risolve.
Vorrei concludere come ho iniziato sottolineando l’importanza del grado di sostegno e presenza offerto dagli insegnanti. Abbiamo chiesto agli studenti: “durante gli anni difficili della pandemia, il vostro insegnante era presente nella vostra vita? Sentivate che il vostro insegnante era disponibile quando ne avevate bisogno?”. Al primo posto c’è il Vietnam.

Nove giovani su dieci rispondono di sì, “quando avevo bisogno di aiuto potevo chiamare il mio insegnante o era lui a chiamarmi”. In molti Paesi, invece, solo la metà degli studenti ha sentito la presenza del proprio insegnante nella propria vita, mentre l’altra metà no. E la qualità di quella relazione sociale è un indicatore molto potente di ciò che accade dopo.
Laddove gli studenti sentivano che il loro insegnante era disponibile quando avevano bisogno di aiuto, si sentivano anche più padroni del proprio processo di apprendimento e più fiduciosi nella capacità di essere studenti autonomi. Qualcuno potrebbe pensare che si costruisce una relazione ma poi forse si perde qualcosa dal punto di vista accademico.

È vero il contrario. Si può vedere che quella sensazione che l’insegnante è lì per me, mi capisce, si interessa al mio futuro, è anche il miglior indicatore che abbiamo per il rendimento scolastico.
Questo vale sia per l’apprendimento permanente che per il percorso accademico. Gli studenti, dunque, imparano meglio dagli insegnanti che amano.
E, ancora una volta, vorrei parlarvi dell’ansia degli studenti, perché è molto diffusa. Sapete, tutti parlano del benessere degli studenti e, purtroppo, molte persone lo interpretano come: rendiamo la scuola più facile. Ma non si trovano molte prove a sostegno di questa tesi, mentre si vede molto chiaramente dove gli studenti si sentono intimiditi dai loro insegnanti. Non sottovalutate questa percentuale.

C’è una percentuale significativa di studenti che si sente spaventata, intimidita dai propri insegnanti. In questi casi si vede nel grafico che l’ansia aumenta. Dove si sentono sostenuti dai propri insegnanti, invece, si può vedere che l’ansia diminuisce.

Torniamo alla semplice domanda: “se tornassi a scuola tra tre anni, penserei che il mio insegnante mi accoglierebbe con entusiasmo?” Quando gli studenti hanno questa sensazione, o quando sentono che i loro insegnanti li rispettano e si interessano a loro, si vede che gli studenti sono molto più a loro agio. Si nota anche che più spesso gli studenti sperimentano quel livello di sostegno da parte degli insegnanti, più mostrano quel tipo di comportamento di apprendimento che associamo all’apprendimento permanente e più sono propensi a prestare attenzione a ciò che fanno.

Molte scuole oggi dicono di avere difficoltà con la disciplina degli studenti, che gli studenti si annoiano, diventano indisciplinati e così via. Si può cercare di combattere questo problema con misure disciplinari ma è difficile perché i giovani non sopportano molte delle cose che le generazioni passate sopportavano. Se si riesce a instaurare un rapporto come quello descritto finora con i propri studenti, con tutte le variabili che abbiamo fin qui esaminato, è molto più probabile che diventino disciplinati.
Tra le ultime slide ma non perché siano meno importanti, parliamo dei genitori. Una delle tendenze più preoccupanti che abbiamo visto negli ultimi decenni è una sorta di tendenza alla mercificazione dell’istruzione. Pensiamo che lo studente sia un consumatore di contenuti didattici, che l’insegnante sia una sorta di fornitore di servizi e il genitore una sorta di cliente. Questo ha creato una distanza tra studenti, insegnanti e genitori che ha ostacolato molte delle dinamiche che ho sottolineato. I genitori non sono clienti, non sono persone esterne al sistema scolastico. Penso che Mrs Hekia abbia espresso molto bene questo concetto.
La scuola è un’impresa che coinvolge l’intera società. I genitori sono una parte importante e non è necessario che abbiano una laurea, né è loro richiesto di passare tre ore a fare i compiti con i propri figli. Non è questo il punto. Come potete vedere nel grafico, basta anche solo chiedere ai propri figli: “Com’è andata a scuola?” o “Come va?”, oppure mangiare il pasto principale della giornata con loro o, semplicemente, passare del tempo a parlare. Si può vedere molto chiaramente che quando i genitori lo fanno regolarmente, questo ha un’influenza incredibilmente alta sulla motivazione, l’interesse e il comportamento proattivo degli studenti nell’apprendimento.

Non è scienza aerospaziale, è davvero molto semplice da fare.
Come genitori, mostrate ai vostri figli che ciò che fanno a scuola è importante per voi. Potete stare certi che quei bambini andranno a scuola con una mentalità diversa la mattina dopo.
Quando i genitori interagiscono più frequentemente con i propri figli, questi ultimi fanno i compiti senza bisogno che glielo diciate.
Si tratta di essere presenti per loro, di interessarsi a ciò che fanno. E improvvisamente, vedrete che i vostri figli saranno più propensi a fare i compiti. Questo è effettivamente ciò che mostrano questi dati.

Infine, ci sono le abilità socio-emotive. Resistenza allo stress, controllo emotivo, capacità di cooperazione, curiosità, perseveranza… Anche queste sono, in una certa misura, importanti fattori predittivi. Le consideriamo come risultati e non solo come strumenti. Le abilità socio-emotive sono risultati molto importanti da conseguire nel XXI secolo. E potete vedere che anche questo tipo di dimensioni interagiscono con le strategie di apprendimento.

Gli ambienti scolastici possono influire sulle abilità socio-emotive degli studenti. Motivazione, ottimismo, fiducia, perseveranza, socievolezza, curiosità, resilienza, empatia, responsabilità… tutto questo è realmente correlato ai risultati di apprendimento.

Purtroppo, non facciamo molto in materia di formazione degli insegnanti. Si può vedere, ad esempio, che in Italia la maggior parte degli insegnanti dice: “Sì, ho ricevuto una formazione nelle materie che insegno o nella pedagogia”. Gli insegnanti ricevono in realtà un sostegno piuttosto buono nella fase iniziale di sviluppo delle competenze accademiche.
Ma c’è una percentuale significativa di insegnanti che ritiene che la parte socio-emotiva non faccia parte della propria formazione. “È importante per me, ma non mi sento ben preparato”. Mentre questo è un ambito in cui, ad esempio, in Indonesia o a Delhi o in India o a Jinan in Cina, ogni insegnante vi dirà: “Sì, certo, fa parte della nostra formazione”.
È così che cresciamo come insegnanti. È molto importante. E si può vedere che nel mondo occidentale prepariamo molto bene le persone all’insegnamento delle discipline, ma forse non altrettanto bene sulle competenze socio-emotive.

E si può anche vedere che meno della metà delle scuole tende ad avere una mentalità condivisa rispetto alle competenze socio-emotive. Questo può essere importante per me come insegnante o come dirigente scolastico, ma non c’è una cultura condivisa come comunità scolastica.
In Indonesia, a Dubai, negli Stati Uniti, a Jinan, a Delhi, c’è una cultura della scuola sulle soft skills, mentre in molti paesi occidentali, è un attributo individuale dell’insegnante.
Tutto questo per dire che penso che le fondamenta dell’apprendimento permanente abbiano molto più a che fare con ciò che facciamo a scuola che con quasi tutto ciò che facciamo più tardi nella vita delle persone.
Più avanti nella vita, possiamo creare le condizioni, possiamo creare l’ambiente affinché le persone continuino a crescere, ma è molto difficile creare quella curiosità, quella motivazione, quell’apertura alla novità che si formano nei primi anni di scuola.
Grazie