Provo anch’io a dare il mio contributo per capire il mondo in cui viviamo, e considerare la diversità come qualcosa che ci caratterizza e che deve diventare la base su cui costruiamo la capacità di rendere migliore il mondo col contributo di tutti, facendo in modo cioè che le diversità diventino ricchezza e non producano disuguaglianze.
La demografia si occupa di cambiamento, aiuta a interpretare il cambiamento, la demografia non è solo dati, non è solo indicatori preoccupanti che ogni tanto escono e ci allarmano tutti, ma è soprattutto una chiave interpretativa del mondo che cambia. Abbiamo bisogno di questo strumento, di chiavi interpretative, di letture e non semplicemente di dati allarmanti che possono conquistare spazio sui giornali ma poi non ci aiutano a capire le risposte che dobbiamo dare.Allora, se la demografia è intesa come chiave interpretativa del mondo, della realtà che cambia, la demografia mette al centro del cambiamento una cosa importantissima che è il rinnovo generazionale. Perché non siamo esseri immortali che vivono in un mondo immobile, ma generiamo continuamente nuovi sguardi, nuovi desideri che arrivano nel mondo; i giovani portano la propria sensibilità, la propria voglia di fare e quando trovano il terreno fertile danno anche i loro migliori frutti. Ed è così che il mondo migliora, cioè facendo in modo che la collaborazione tra generazioni consenta di trasformare questa diversità, questi nuovi che arrivano, in un mondo in cui si va oltre il presente, per migliorarlo e per guardare positivamente al mondo in cui viviamo. E allora, se questo è vero, siamo in un momento, in una fase storica in cui il ricambio generazionale e la collaborazione tra generazioni per come l’abbiamo sempre intesa per tutta la storia dell’umanità fino ad oggi, oggi è in profondo mutamento quantitativo ma anche qualitativo e noi dobbiamo, in primis, prendere consapevolezza che sta succedendo qualcosa che non è mai accaduto prima e che chiede risposte nuove, che comportano un nuovo equilibrio che ci consente di gestire questo passaggio, questa transizione.
Questa è una cosa a cui non siamo abituati, perché le nostre mappe mentali si sono consolidate per tutta la storia dell’umanità gestendo equilibri, non cambiamento continuo, quindi il nostro cervello automaticamente ragiona per equilibri o se c’è un movimento ragiona per movimento che a un certo punto porta un equilibrio, ha una stabilità e quindi è orientato a interpretare quello che cambia in funzione di dove sto andando, a quale equilibrio devo prepararmi per consolidarmi attorno a quell’equilibrio.
La demografia dimostra che non è più così, e quindi dobbiamo fare uno sforzo culturale perché la nostra mappa cognitiva è rimasta uguale a quella della rivoluzione cognitiva di 50 mila anni fa. L’unico modo per migliorarci è rinnovare continuamente le mappe della lettura della realtà che cambia dal punto di vista culturale e aiutare nuove generazioni a interpretare mappe nuove e non semplicemente a replicare in maniera sbiadita mappe precedenti.
Ma per leggere la realtà per come sta cambiando e darle un orientamento, mentre sta cambiando e lungo il cambiamento, è necessario mettere in grado i giovani di aggiornare continuamente le coordinate di riferimento della realtà che cambia. Significa dare delle meta-competenze che consentono non solo di dire “io voglio questo, quello che voglio sta lì” e poi lo raggiungo, bensì mentre lo raggiungo devo continuamente aggiornare le coordinate che cambiano perché se non aggiorno queste coordinate mi accorgo che dove sono andato non si trova più l’obiettivo che volevo raggiungere ed è questo che sta spiazzando fortemente le nuove generazioni e che le porta a perdersi o a vivere frustrazione o a cercare fughe per trovare condizioni dove possono meglio realizzarsi.
Da un punto di vista demografico quello che sto dicendo lo vediamo nel fatto che per tutta la storia dell’umanità anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, siamo stati abituati con una struttura della popolazione che rimaneva fissa e costante, era semplicemente una piramide, una piramide abbondante di giovani. I giovani sono sempre stati abbondanti per tutta la storia dell’umanità e quindi noi siamo abituati a pensare a una società e a un’economia che funzionano basandosi sull’abbondanza di giovani. ma questo non c’è più.
Seconda cosa, noi siamo stati abituati per tutta la storia dell’umanità a pensare che ogni nuova generazione viveva più o meno come la generazione precedente, si era bambini più o meno come erano i propri genitori, i propri nonni, si era giovani nello stesso modo dei propri genitori, dei propri nonni, si diventava adulti e il lavoro che si sarebbe fatto da adulti era più o meno lo stesso che si vedeva nel proprio presente. Prendiamo un ragazzo di 15 anni che vedeva il lavoro che facevano i propri genitori, zii, persone attorno a lui nella comunità di riferimento: questo era fortemente anticipatorio del lavoro che avrebbe fatto. Se eri contadino ti preparavi mentalmente a fare il contadino, se i tuoi genitori erano artigiani ti preparavi mentalmente a fare l’artigiano, se eri nobile rimanevi nobile. Quindi la tua vita adulta e anche anziana veniva anticipata dall’esperienza che facevi sul presente: un ragazzo di 15 anni che vedeva il nonno a 65 anni, se aveva la fortuna di arrivare fino a 65 anni perché gli anziani erano pochi, di fatto vedeva come sarebbe stato lui alla stessa età perché anche la durata della vita era di fatto uguale e veniva trasmessa generazione dopo generazione esattamente allo stesso modo, le stesse fasi della vita, stessa durata della vita, breve, stesse condizioni di precarietà, stesso tipo di lavoro.
Questo non c’è più, con le nuove generazioni, in particolare con le generazioni nate in questo secolo, questa cosa è profondamente cambiata, cioè un ragazzo di 15 anni quando vede il lavoro che fanno i propri genitori non vede il lavoro che farà lui tra 15-20 anni. Il mondo sarà così cambiato che noi al meglio delle nostre possibilità potremmo dire forse quali lavori e quale competenze tecniche forse non serviranno più fra 15-20 anni, ma non saremo in grado di dire che tipo di lavori e di quali competenze ci sarà bisogno fra 15-20 anni, in un mondo che continuerà a cambiare progressivamente con una durata della vita che si allunga sempre di più. E un ragazzo che vede il nonno di 65 anni, non vede più come sarà lui a 65 anni come sempre è stato in passato, perché fra 50 anni che senso avrà essere 65enne, con quali condizioni, opportunità, potenzialità e in che mondo, dato che sarà profondamente mutato da oggi.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che in qualche modo i ragazzi di oggi hanno perso la capacità di prevedere cosa saranno in futuro ma hanno conquistato la possibilità di cambiare quel futuro cioè di essere molto diversi dal presente. Quindi se non farai lo stesso lavoro dei tuoi genitori, allora c’è spazio di fare un lavoro che ti piace, migliore, e in cui puoi realizzarti e non sei vincolato, ma devi essere messo nelle condizioni di poter arrivare a essere ben formato, ben collocato nel mondo del lavoro e giocarti pienamente le tue carte al meglio delle tue potenzialità. Qesto ti consentirà di costruire e far parte di un cambiamento a cui tu partecipi e rendi il mondo migliore. In caso contrario, nella complessità del mondo che è diventato molto più complesso più incerto e col futuro che diventa un punto interrogativo è molto più facile perdersi che in passato.
Dunque in teoria molte più potenzialità, ma in pratica quello che stiamo vedendo è che vi sono molte difficoltà a inserirsi in quei percorsi positivi e quindi fragilità, ansia, che sperimentiamo comunemente come genitori, educatori. Quando interagiamo con i giovani intuiamo che questo materiale umano ha grandi potenzialità, è diverso, andrebbe aiutato a dare il meglio di sé. Ma poi in concreto vediamo che non c’è attorno una società, delle istituzioni o delle condizioni o un contesto, che aiutino a interpretare la realtà che cambia con strumenti nuovi, invece che gestire il cambiamento come continua emergenza da cui difendersi.
I primi quindi a essere messi ai margini, se non sono messi nelle condizioni di cogliere le opportunità del cambiamento ovviamente diventano vittime del mondo che cambia.

Dal punto di vista demografico è molto chiaro quello che sta avvenendo. Nella figura che vedete qui in alto nella parte sinistra c’è un grafico di come è sempre stata la struttura demografica della popolazione, poi inizia la transizione demografica e voi dovete pensare che ancora nel momento dell’unità d’Italia, nel 1861, poche generazioni fa, la durata media di vita era di 32 anni, il numero di figli era di 5, un bambino su quattro non arrivava al primo compleanno, più della metà dei figli in media non arrivava all’età dei genitori. Questo significa che il ricambio generazionale prima della transizione demografica prevedeva cinque figli in media perché almeno due arrivassero a “sostituire” i due genitori quindi la popolazione si manteneva costante e si rigenerava con due figli che arrivavano a sostituire i due genitori. Si partiva da una fecondità molto elevata, pari a 5 figli, per compensare l’elevata mortalità. Pochi arrivavano comunque in età anziana.
Volevamo rimanere in quel mondo? La risposta è no. Volevamo rimanere in un mondo in cui fatalisticamente la morte di un figlio era considerata una cosa normale? No, e infatti l’abbiamo cambiato.
Ma cosa succede? Se si sconfigge di fatto la morte prematura, cosa completamente nuova che non era mai successa prima, e si fa in modo che un bambino che nasce possa arrivare con probabilità praticamente pari a 1 all’età dei genitori e oltre, cosa succede? Che dal punto di vista quantitativo per ottenere un equilibrio nel rapporto tra generazioni, nel ricambio generazionale, anziché 5 figli ne bastano due perché arrivino all’età dei genitori quindi la piramide con base larga si restringe. Teoricamente se la transizione fosse il passaggio da un vecchio equilibrio a un nuovo equilibrio, avrebbe dovuto stabilizzarsi attorno a due e questo è quello che vedete rappresentato nella figura in mezzo. La base si restringe, diventa un rettangolo che però mette sulla stessa quantità nuovi nati – cioè base della piramide – e parte centrale – cioè la popolazione in età adulta lavorativa – con la punta che si alza.
Se si mette in moto un mondo in cui si vive sempre più a lungo è chiaro che la punta diventa sempre più alta. È sostenibile una struttura fatta in questo modo? La risposta è sì perché in questo modo tu hai la popolazione in età lavorativa che non si riduce anzi, se confrontate la curva a sinistra con la curva al centro, la parte centrale si irrobustisce, quindi addirittura abbiamo conquistato più popolazione in età lavorativa e questo è esattamente quello che è successo nei primi tre decenni del secondo dopoguerra Italia. Il Paese cresce, si allarga il welfare, la mobilità sociale, diritti per tutti, eccetera. Avevamo una struttura fatta in questo modo, cioè fecondità che era ancora attorno ai due figli per donna, e avevamo appunto una popolazione in età lavorativa che si era espansa perché si viveva più a lungo e quindi addirittura, rispetto al modello tradizionale di crescita, sviluppo e sostenibilità del sistema di welfare, quel passaggio è stato favorevole, positivo, è stata la fase in cui la demografia ha avuto il suo maggior impatto positivo sull’economia e sulla società e sul benessere sociale.
Il problema è che non ci siamo fermati lì, l’abbiamo chiamata transizione ma non era una transizione, da transizione demografica è divenuta crisi demografica in cui tutti i Paesi, tutte le economie mature avanzate, si accorgono che non stanno arrivando a un nuovo equilibrio a fine della transizione ma in una condizione di crisi, cioè di squilibri continui. Il vertice si alza sempre di più, non si ferma. Si potrebbe dire che da 32 anni come vita media passiamo a 80 e ci fermiamo, costruiamo una società che funzioni con tanta popolazione ma una volta arrivati, nel 1975 ci siamo spostati a 85 poi a 90 e questo deve per forza essere così.
Stiamo entrando nella società longeva di massa quindi la popolazione nelle età più avanzate è per forza destinata ad aumentare perché l’alternativa è quella di invecchiare male, se invecchi bene vivi a lungo, è da sostenere dal punto di vista sociale, di welfare e di sanità, non c’è alternativa a costruire una società in cui si vive a lungo e bene.
Il problema è che questa società in cui si vive a lungo e bene deve garantire qualità della vita ai singoli ma anche sostenibilità economico-sociale e questa sfida la raccogli se la popolazione in età lavorativa non si restringe, cioè tiene almeno la base.
Che cosa sta invece succedendo? Che tutti i Paesi sono scesi, per primi i Paesi occidentali ma anche già la Cina e già l’India è scesa a 2 e sta andando sotto, c’è solo l’Africa sub-sahariana che continua a avere la fecondità superiore ai due figli per donna. Tutti i paesi che si trovano verso la fine della transizione demografica vedono la fecondità precipitare sotto i due figli per coppia cioè sotto quello che garantirebbe un equilibrio nel rapporto alla generazione. La questione è la seguente: scendere sotto i due figli per donna non sarebbe un problema, attorno ai due figli tendenzialmente la popolazione non cresce più si stabilizza e c’è un adeguato equilibrio. Sotto i due figli la popolazione tende a diminuire ma se è poco sotto i due figli diminuisce nel tempo lungo e l’equilibrio tra le generazioni non si altera in maniera eccessiva e quindi è una popolazione che tende a diminuire mantenendo una struttura sostenibile.
Il problema è che si sta scendendo molto sotto. L’Italia è scesa sotto i due figli per donna alla fine degli anni 70, è scesa sotto 1,5 figli nel 1984. L’Italia dopo essere scesa più di 40 anni fa sotto 1,5 figli, cioè più vicino a 1 che a 2, più vicino al dimezzamento da una generazione alla generazione successiva che all’equilibrio, non è più risalita sopra a questo valore. Questo vuol dire che siamo un Paese che ha accelerato nel depotenziamento quantitativo delle nuove generazioni, il Paese che maggiormente si è messo nella condizione di privarsi della presenza quantitativa dei giovani.
Non che gli altri Paesi siano messi molto meglio però ad esempio la Francia ha un numero medio di figli attorno 1,6 e sono fortemente preoccupati. Magari noi avessimo 1,6! In Italia siamo da oltre 40 anni sotto 1,5.
Quindi nel quadro di questo grande cambiamento, di questo macro trend, c’è appunto la situazione italiana in cui questi squilibri sono andati maggiormente ad accentuarsi.
Nella figura vedete che è declinata su molti aspetti, non solo demografico ma anche sociale, economico, politico, nella scuola, nella partecipazione, eccetera.

Le barre blu indicano la struttura o la distribuzione della popolazione italiana che c’era nel 1950, dalle fasce più giovani fino a quelle più anziane, e vedete grande prevalenza di giovani.
Nei primi decenni del secondo dopoguerra avevamo questo vantaggio di spinta, di energia, di esuberanza, che bisognava incanalare positivamente ma che c’era e che dava anche incoraggiamento verso un futuro al quale partecipavi perché anche dal punto di vista generazionale essere in tanti vuol dire fare la differenza, vuol dire avere massa critica, vuol dire farsi sentire, vuol dire imporre anche all’agenda pubblica di occuparsi di te e quindi c’era quel senso di essere giovani per contare e per produrre cambiamento ed essere parte di quel cambiamento che rinnovava la società in cui vivevi.
La demografia ha anche questo vantaggio di essere la disciplina che maggiormente anticipa i cambiamenti. Se chiedete a un economista quanto sarà il prodotto interno lordo del 2050 non è in grado di dirvelo e se chiedete a un sociologo quanto potrà essere la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà nel 2050 non è in grado di dirvelo, ma se voi chiedete a un demografo come sarà la struttura della popolazione nel 2050 dice “eccolo qua ho il dato pronto te lo propongo”.
Ma poi gli economisti se vogliono stimare come sarà il prodotto interno lordo utilizzano i dati demografici, vanno a vedere quanti anziani ci saranno, quanta popolazione in età lavorativa, come sarà distribuita sul territorio e da lì poi ricavano le loro stime, quindi utilizzare non solo la chiave di lettura ma anche i dati demografici è utile, ci aiuta in qualche modo a capire a cosa dobbiamo prepararci e anche per tempo. Ad esempio prima del 2050 non abbiamo troppo tempo, abbiamo un arco di una generazione da poterci giocare.
In arancione vedete quello che diventerà la struttura demografica del nostro paese nel 2050. Siamo passati da una società in cui l’italiano tipo era un 25enne/30enne, e quindi giovane, a una società invece in cui la società longeva di massa sarà già lì e dovremo renderla sostenibile, di qualità per tutti e che funzioni.
Allora la domanda che ci poniamo è la seguente: che cosa possiamo fare dal momento che il mondo cambia e cambiano le basi su cui finora abbiamo costruito la società e l’economia? Se queste basi cambiano possiamo solo peggiorare o ci sono delle risposte che possiamo dare a questa riduzione quantitativa dei giovani?
La questione non è più allora quella dell’invecchiamento della popolazione, quella dobbiamo darla per scontato e gestirla positivamente. La questione vera è il degiovanimento cioè la riduzione dei giovani, il depotenziamento quantitativo ma anche qualitativo delle nuove generazioni è il tema vero ed è una cosa così nuova, per cui serve proprio un neologismo per indicarla. Non c’era nel vocabolario perché è una cosa che non c’è mai stata prima, un processo all’interno del quale le nuove generazioni via via si riducono sistematicamente non per una causa esterna ma auto indotta. È il principale cambiamento con cui dobbiamo confrontarci ed è quello che può creare svantaggi maggiori in alcuni territori rispetto ad altri, in alcune organizzazioni rispetto ad altre.
Quindi la questione è la seguente: se noi viviamo una epoca e una fase di riduzione quantitativa particolarmente accentuata dei giovani, il degiovanimento quantitativo, è chiaro quello che dobbiamo fare e cioè compensare la loro riduzione quantitativa con un miglioramento qualitativo. Siccome sono di meno investiamo ancora di più sulla loro formazione, aiutiamo ad avere competenze ancora più solide, aiutiamo ad essere ancora più formati rispetto a prima, miglioriamo quindi la loro formazione, miglioriamo le modalità di inserimento nel mondo del lavoro, nella società, e aiutiamo ad essere maggiormente creatori di benessere, di sviluppo, centrando su di loro e sul loro corso di vita e sulla collaborazione tra generazioni la possibilità di produrre miglioramento, compensando la riduzione quantitativa con un miglioramento qualitativo.
Queste leve ci sono, cioè la possibilità di fare in modo che questa struttura che sta cambiando in questo modo sia comunque sostenibile e continui a garantire benessere e sviluppo c’è, ma dobbiamo fare quelle scelte e mettere in campo quelle azioni che finora non abbiamo fatto, noi in Italia meno degli altri Paesi. Siamo quelli che più abbiamo ridotto i giovani e meno abbiamo risposto con un miglioramento qualitativo delle nuove generazioni. Siamo il Paese che maggiormente entrando in questo secolo ha ridotto quantitativamente i giovani ma anche quello – tra quelli che hanno ridotto quantitativamente i giovani – che meno ha investito qualitativamente sulla loro formazione e sul loro ruolo attivo nella società nel mondo del lavoro.
I dati che ribadiscono quanto sia importante investire sulla formazione e sulla partecipazione dei giovani – in generale per il sistema Paese, non solo per la competitività ma anche per la sostenibilità sociale, per le condizioni di sviluppo – sono molti. Investire sulla formazione dei giovaniconsente anche ai giovani più formati, che colgono meglio le opportunità del mondo in cui vivono, che leggono meglio la complessità, di essere maggiormente inseriti nei meccanismi di fiducia nel territorio, nel Paese in cui vivono.

Qui vedete gli indicatori che mettono in relazione il titolo di studio con la fiducia data alle istituzioni e vedete che la fiducia data dai laureati alle istituzioni è maggiore rispetto a chi si ferma a titoli di studi più bassi, tranne che per i social network in cui il rapporto tra titolo di studui e fiducia è ribaltato. Questo significa che dare maggiori strumenti culturali e conoscitivi ai giovani vuol dire aiutarli anche a sentirsi maggiormente partecipi.

Uno dei temi che sta crescendo in tutta Europa è la solitudine dei giovani, c’è una fragilità che sta crescendo, in tutte le età in realtà, ma nei giovani pesa in maniera rilevante e anche qui c’è un legame col titolo di studio: i giovani più formati, con maggiore risorse socio culturali sono anche quelli che meno si sentono fragili. Anziché sentirsi perdenti nel mondo in cui vivono e chiudersi, si aprono e cercano di migliorare le condizioni non solo di crescita economica, ma anche di benessere. Migliorano il benessere psicologico e anche il benessere relazionale e queste sono tutte cose interconnesse.
L’Italia è uno dei Paesi che meno sta investendo in questa direzione. Abbiamo detto che la formazione è importante e consente di compensare gli squilibri demografici e di costruire un mondo migliore basato sulla qualità a partire dall’investimento sulle nuove generazioni. L’Italia, in mezzo tra l’Ungheria e la Romania, è tra i Paesi che stanno investendo meno sulle nuove generazioni.

Tutto questo poi si combina con altre fragilità. Il non dare risposte adeguate che consentirebbero di migliorare questi percorsi di cambiamento e gestirli positivamente colpisce i giovani meno formati e i territori più deboli. Non a caso l’Italia è uno dei paesi in Europa che perdono maggiormente i giovani. Non c’è solo un degiovanimento come conseguenza della denatalità c’è anche un degiovanimento perché i giovani che non trovano condizioni adeguate per essere adeguatamente valorizzati, anche quando sono ben formati, , vanno a cercare opportunità altrove.

Ricapitolando, abbiamo meno giovani, investiamo di meno sulla loro formazione e i giovani meglio formati poi decidono di andare a creare benessere, sviluppo, sostenibilità in altri Paesi e questo ovviamente diventa un impoverimento del nostro.
Inoltre, all’interno del nostro Paese i territori più fragili sono quelli che subiscono di più, poiché non c’è solo la mobilità dall’Italia verso l’estero ma anche quella dal sud verso il nord e qui si vede chiaramente il divario all’interno del Paese: un sud che è in crisi demografica e che maggiormente perde giovani e poi le aree interne del Paese, le aree interne rurali e montane dove il saldo della popolazione è negativo.

Che cosa produce questa diminuzione? Il fatto di avere pochi giovani, e di conseguenza la maggiore presenza di popolazione anziana in quei contesti, crea realtà territoriali difficili da gestire che si trovano sempre di più in difficoltà dal punto della sostenibilità dei servizi di base sia per gli anziani ma anche ovviamente per l’infanzia, le scuole, eccetera.
È un circolo vizioso, perché se non si mettono in campo risposte che partano dalle condizioni più fragili e consentano di investire in condizioni di miglioramento a partire proprio dalla formazione dei giovani, la prima cosa che accade – se saltano i servizi per l’infanzia e la scuola – è che i territori non possono più funzionare, sono destinati ad avere sempre meno figli, perché mancano i contesti per crescerli bene oppure, se hai figli, devi andare a cercare i servizi in altri territori. Ed è un peccato poiché quei territori rurali e montani sono quelli dove si vive bene, c’è meno criminalità, c’è un rapporto più direttamente positivo con l’aspetto ambientale, si vive in maniera molto più rilassata, tutte condizioni che, se in combinazione con risposte adeguate, potrebbero renderli addirittura più attrattivi.
Passiamo ora all’indicatore che conosciamo tutti e che ritrae questa scomparsa dei giovani declinato in tre ambiti. Come mai i giovani scompaiono? 1) perché la natalità è bassa, 2) perché se ne vanno altrove e 3) perché non sono pienamente coinvolti in quei contesti che potrebbero aiutarli a essere pienamente attivi, partecipativi, e dare il meglio di sé.

E se noi abbiamo il record di giovani che non studiano e non lavorano, i NEET, giovani che scompaiono, cioè diventano più deboli, si depotenziano, perdono fiducia in se stessi e nel contesto in cui vivono, quale potrebbe essere l’antidoto migliore rispetto a essere NEET? È il contrario, ovvero entrare in un circuito virtuoso di imparare e fare. Quindi quanto più noi includiamo le nuove generazioni in contesti in cui si sentono di appartenere, che danno loro forza, aiutandoli a capire il mondo in cui vivono e ad avere strumenti per agire positivamente, tanto più favoriamo questo circuito virtuoso di imparare e fare: imparo, mi metto in gioco, torno a imparare per fare ancora meglio. Ma se invece non sono messi nelle condizioni di essere inseriti in questo circuito si scivola nel circolo vizioso: ho una formazione carente, mi metto in gioco, fallisco, vivo frustrazione e non torno a imparare per fare meglio. Semplicemente via via rischio di scivolare ai margini. È questo che dobbiamo in qualche modo fare in modo di cambiare, per andare nella direzione giusta.
Mi avvio verso le conclusioni e ci sono due elementi che voglio aggiungere prima di chiudere: uno è che siamo entrati in un contesto molto più complesso, non dovuto soltanto a questi grandi cambiamenti, a queste coordinate che mutano e alla difficoltà di interpretare e gestire queste trasformazioni. È anche più complesso a causa dell’intreccio tra incertezza economica, incertezza sociale, incertezza ambientale ovvero le fragilità si tengono assieme e interagiscono negativamente e si influenzano reciprocamente.
Dalle analisi che stiamo facendo sulla condizione dei giovani ciò che emerge è che i giovani che nascono in contesti più svantaggiati sperimentano maggiormente condizioni di disoccupazione, di precarietà, di bassi salari, di demotivazione e questo li porta in un contesto di incertezza sociale a cui si aggiungono l’impatto dell’immigrazione, quello che succede nel mondo in cui vivono, la crisi climatica e tutto questo produce ansia e insicurezza e diventa un groviglio che diventa sempre più difficile poi da districare.

Dobbiamo partire dagli aspetti positivi perché più sono messi nella condizione di sentirsi soggetti positivi attivi e sostenuti, tanto più riescono a leggere e interpretare anche le grandi sfide del loro tempo senza che questo alimenti un senso di impotenza.
D’altra parte però ci sono cambiamenti che non sono solo fragilità, sono diversità che possono diventare potenzialità se adeguatamente sostenute, riconosciute e aiutate a svilupparsi. Chi è nato in questo secolo, ad esempio, porta senz’altro una modalità diversa di apprendimento rispetto alle generazioni precedenti, una idea di lavoro che è cambiata rispetto alle generazioni precedenti perché si lega anche antropologicamente a un senso dell’essere e dell’agire nel secolo in cui sono nati e a cui si sentono di appartenere, ma rispetto al quale vogliono produrre la loro novità rispetto al secolo precedente e alle generazioni precedenti.
Esiste un elemento antropologico importante e cioè le nuove generazioni non solo sono diverse, vivono in un tempo diverso e si trovano ad affrontare sfide diverse ed elevate, ma vogliono anche essere diverse rispetto alle generazioni precedenti, vogliono costruire un mondo diverso rispetto al mondo che c’era prima e vogliono essere messe nelle condizioni di poter decidere per sentirsi abitanti e riconosciuti nel mondo che contribuiscono a costruire.

Dire che le nuove generazioni sono diverse non deve essere un alibi, dobbiamo trovare con loro la possibilità di limitare le fragilità che ci sono in questa diversità e aiutarle a costruire contesti in cui le loro potenzialità siano riconosciute e messe in gioco e metterle in un contesto in cui i punti di riferimento possono essere via via continuamente aggiornati in maniera da poter trovare il proprio percorso positivo.
Dire che si è sempre fatto così con loro non funziona, perché vogliono proprio partecipare a qualcosa di diverso. Sottostare alle aspettative delle generazioni precedenti non funziona perché vogliono prepararsi a ciò che è nuovo che non c’era prima e che ha bisogno di loro. Vogliono sentirsi protagonisti di un mondo che ha bisogno di loro e che ha bisogno delle loro idee, della loro azione per poter migliorare e questo li aiuta anche a motivarsi, a essere stimolati e incoraggiati, meno esposti alla demotivazione.

Chiudo con questo grafico perché sostanzialmente ritorna a quello che si diceva nell’introduzione: serve una risposta sistemica. Nessuno da solo, che sia il mercato del lavoro, che sia la politica, che sia la scuola, può dare risposte a cambiamenti di questo tipo.
E allora da un punto di vista sistemico noi dobbiamo ragionare su un progetto Paese e sul ruolo che ciascuna istituzione, ciascuno di noi può avere perché questo progetto possa realizzarsi con le nuove generazioni. Le nuove generazioni non si sentono al loro posto se quel posto non è disposto a mettersi in discussione, a cambiare con loro e a migliorare con loro. Se lo trovano chiuso, un posto in cui devono solo sottostare a quello che gli viene detto, non riescono a motivarsi.
Quindi come vogliamo che sia l’Italia fra dieci anni a livello sistemico? In questo grafico vi rappresento come è adesso con due indicatori. In verticale c’è la percentuale di giovani adulti (25-34 anni), ragioniamo sui quindicenni di adesso, quando avranno 25 anni, tra dieci anni i 15enni arrivano a 25, i 18enni arrivano a 28 eccetera. Attualmente la percentuale di 25-34enni italiani è collocata in alto a sinistra con giovani adulti che dipendono passivamente dai genitori, l’indicatore in verticale è la percentuale di 25-34enni che vivono ancora con i genitori e ne dipendono economicamente, che sono ancora nella condizione di figli passivi dipendenti privatamente dal benessere creato dalle generazioni precedenti.
Mentre se ci spostiamo in basso a destra, l’asse orizzontale indica quanto un Paese investe sulla formazione dei giovani, politiche attive del lavoro, ricerca e sviluppo e innovazione, cioè sulle politiche che abilitano i giovani a essere cittadini pienamente responsabili e impegnati. Vedete che laddove si investe di più sulle nuove generazioni, i giovani anziché essere passivamente dipendenti dal benessere creato dalle generazioni passate, diventano soggetti attivi, indipendenti, autonomi che creano benessere nel territorio, nella società in cui vivono.
Alla luce di questi dati, la domanda è dove vogliamo che sia tra dieci anni l’Italia? Dobbiamo fare in modo tutti, a livello sistemico, ciascuno operando nel proprio campo, che quel segnaposto nel grafico che indica l’Italia da in alto a sinistra progressivamente si sposti in basso a destra, altrimenti il nostro Paese non ce la può fare, perché gli squilibri demografici fra dieci anni, cioè il subire l’inerzia negativa della demografia non compensata dal miglioramento qualitativo, diventeranno non più sanabili.
Dobbiamo investire sulla qualità, sulla sostenibilità, sulla formazione, e sulla collaborazione strategica tra generazioni, perché se l’Italia non si sposterà in basso a destra nel grafico, saranno i nostri giovani che si sposteranno autonomamente nei Paesi in basso a destra nel grafico. I giovani si sposteranno comunque, noi dobbiamo decidere se vogliamo che spostino anche il Paese verso il futuro che vogliono poter realizzare o siano solo loro che in ordine sparso andranno a creare un futuro migliore altrove. Grazie.