La Quarta Indagine sulle Condizioni di Vita e di Lavoro degli Insegnanti Italiani offre un panorama ampio e variegato della professione docente, tanto nella sua dimensione attuale quanto in quella longitudinale, grazie al confronto con le tre rilevazioni precedenti condotte dall’Istituto IARD nel 1990, 1999 e 2008. È tra le indagini più ampie mai condotte in Italia su questo tema e il quadro che emerge smentisce la narrazione più diffusa, che vuole la scuola italiana come un’istituzione impermeabile al cambiamento. Di seguito una sintesi dei principali temi di ricerca.
Caratteristiche insegnanti italiani
Negli anni 70 si è registrata una forte femminilizzazione del corpo docente e una maggiore rappresentazione in esso di provenienze da estrazione socio-economica più modesta, pur rimanendo minoritari nei livelli di maggior prestigio cioè superiori e licei. La femminilizzazione diminuisce dalla primaria alle tecnico applicative e non è più privilegiata la percentuale di uomini al Sud.
Età media 49 anni fra le più alte in Europa, anche per le poche cessazioni volontarie dal servizio Risucchio sempre più rilevante dal Sud con un importante passaggio intermedio sul sostegno.
Provenienza sociale l’insegnante nelle ricerche precedenti appartiene nella stragrande maggioranza alla classe media, con pochi provenienti dalle classi più alte (maschi in discesa) e altrettanto dalle classi più basse (femmine in ascesa). Ma le differenze si riducono. Alta percentuale di ereditarietà professionale che arriva al 20% particolarmente significativa nei licei del Sud.
In definitiva le caratteristiche stabili sono femminilizzazione, appartenenza alla classe media, età elevata con tendenziale omogeneizzazione dovuta alla attenuazione delle segmentazioni per genere, classi e livello scolastico.
Impegno culturale e apertura sociale
Alcuni dei molti dati forniti: solo il 41% utilizza riviste o siti specializzati, il 28 ne è disinteressato, il 30% trova informazioni altrove; il 15% legge quotidiani quasi ogni giorno, il 48% mai mentre i siti on line vengono letti regolarmente dal 58%; il 50% legge non più di un libro ogni 2 mesi, il 31% legge oltre un libro ogni due mesi, il 13% legge un libro al mese e il 6% più di due libri al mese; Musei, pratica sportiva, cinema sono prevalenti mentre teatri e concerti meno frequentati; un terzo degli insegnanti si dedica al volontariato; i 3/5 degli insegnanti effettuano un viaggio all’estero entro 3 mesi, con un piccolo aumento da primaria a secondaria; le attività associative sono elevate, ma solo fra il 10% e il 13% di tipo professionale. Si registra il 5,9% di iscrizione ai partiti e una crisi di partecipazione politica generale.
Sono però aumentati i sindacalizzati: 6 su 10 soprattutto nella primaria. Quota aumentata dal 2008, ma con poca soddisfazione; a livello generale si salvano solo le attività di patronato. La tendenza rispetto alle 3 edizioni precedenti è di più aggregazione sindacale in chiave di sbocco occupazionale.
Per quanto riguarda l’aspetto più importante per la società nel suo complesso, cioè il ruolo di traino culturale, risulta essere abbastanza diffuso soprattutto nella secondaria e rispetto agli aspetti culturali più tradizionali mentre risulta più limitato lo stesso ruolo di guida quando riferito ai media e ai linguaggi digitali attuali.
Una parte maggioritaria assume dunque questo ruolo, pur se esiste una parte significativa, anche se minoritaria che vi si sottrae. Sarebbe interessante sapere quali sono le aree disciplinari a cui afferiscono questi due gruppi.
Serie valutazioni in proposito sono peraltro difficili senza una comparazione con la realtà di insegnanti di altri Paesi europei.
I percorsi di accesso all’insegnamento
I percorsi di accesso all’insegnamento sonoun tema molto dibattuto nella pubblicistica specializzata, al punto da risultarne quasi monopolizzato. Sono solitamente lunghi e articolati e la loro fase finale tende a collocarsi in una fase avanzata. Si tratta insomma sempre meno del primo sbocco occupazionale immediatamente dopo gli studi – lo suggerisce anche l’allungamento della fase iniziale, passata dai 5 agli 8 anni – ma il percorso avviene all’interno di traiettorie variegate ed esterne, sia in relazione al genere che al livello scolastico, senza che ciò sembri indurre allo scoraggiamento. Tempi lunghi e percorsi differenziati dunque che si riflettono nella eterogenea composizione del corpo docente. Pochi concorsi? Concorsi troppo selettivi? Preparazioni poco accurate?
La motivazione all’insegnamento
Sebbene le motivazioni possano considerarsi sostanzialmente stabili, tuttavia emergono spostamenti selettivi. Sempre maggiore attenzione viene dedicata alle condizioni concrete di lavoro, con una crescente concentrazione sui tempi di vita accanto al rafforzamento delle motivazioni valoriali e relative al campo disciplinare insegnato.
Gli insegnanti del Sud, soprattutto maschi, e gli insegnanti di materie tecniche e di sostegno sono più attenti alle condizioni concrete di lavoro, mentre donne giovani, supplenti e insegnanti di materie umanistiche lo sono soprattutto alle motivazioni valoriali e disciplinari. Il riorientamento professionale risulta prevalente fra gli insegnanti di materie tecniche, soprattutto al Nord, mentre per il resto prevalgono percorsi magari lunghi ma coerenti. In conclusione la professione risulta caratterizzata da una fisionomia composta e stratificata.
La formazione iniziale
Il corpo docente è mediamente dotato di credenziali educative elevate, anzi una percentuale significativa ha conseguito titoli come master e dottorati di livello superiore non necessariamente richiesti. Il 4% è in possesso di un dottorato di ricerca, percentuale che sale al 9% fra i docenti dei licei. Il cambiamento è avvenuto nel settore primario con il corso di laurea in Scienze della Formazione. Significativa anche la presenza di laureati in scienze sociali, accanto ai laureati con una formazione più tradizionale, di carattere umanistico o scientifico. La percentuale di insegnanti meno formati si va assottigliando sempre più con l’avanzare delle età. Del pari il livello di preparazione viene vissuto dagli insegnanti stessi come adeguato, anche grazie all’accompagnamento reso obbligatorio da parte dei colleghi. Fenomeno importante da sempre esistito, ma ora in crescita è l’attrazione verso il Nord da parte di insegnanti del Mezzogiorno a causa della scarsa offerta autoctona.
La carriera e gli spostamenti
La mobilita territoriale degli insegnanti è in realtà limitata (1 su 5), mentre importante è quella fra i gradi (1 su 3). Prevalente il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria, mentre pochi provengono dalla università o dalla formazione professionale. Invece la mobilità fra scuole dello stesso tipo è alta: in media ne vengono cambiate 7 con una percentuale significativa che ne ha cambiate di più, mentre solo 2 su 100 intervistati sono sempre stati nella stessa scuola.
Quanto al tema cruciale della assunzione di ruoli aggiuntivi di coordinamento e organizzativi, il 40% afferma di averle ricoperte, con una prevalenza maschile. Discriminazione o autoesclusione? La ricerca propende decisamente per la necessità di una stabilizzazione e razionalizzazione di questa realtà che permetterebbe come avviene in altri Paesi europei una allocazione sistemica di risorse e fondi che aiuterebbe a superare retribuzioni basse e assenza di carriera.
La formazione in servizio
Vista la natura evolutiva della professione, le esigenze di apprendimento e di sviluppo professionale sembrano evolversi e diversificarsi. La ricerca sottolinea la cautela necessaria a fare della formazione un mercato on demand in presenza della scarsa propensione italiana a valutare l’efficacia delle diverse iniziative e auspica maggiori mediazioni istituzionali. Valuta con perplessità l’occasione persa in proposito dalla Carta del Docente il cui utilizzo sarebbe stato dispersivo e soprattutto volto all’acquisto di device. Il livello di gradimento di tale tipo di formazione sembra in generale essere stato buono, ma con una minoranza abbastanza significativa che resta refrattaria a questo tipo di formazione. Temi preferiti: l’aggiornamento sulle strumentazioni informatiche (molto meno sulla IA), sui contenuti disciplinari, soprattutto per gli insegnanti di ambito tecnico e scientifico, oppure sugli studenti con BES. Interessante il calo di interesse per temi educativi e didattici di carattere generale e per i problemi di educazione scolastica soprattutto fra i docenti di età più avanzata.
Insegnanti di sostegno
Si tratta di una componente rilevante sia per i numeri che per i processi di entrata in ruolo e il livello di formazione, oltre che per la funzione che esercita nei percorsi di carriera, e che viene definito dalla ricerca un problema urgente. Nella ricerca ne sono stati coinvolti ben 1993, il che garantirebbe un buon livello di attendibilità.
Chi sono? Donne, soprattutto nella scuola superiore, di età più giovane con gli stessi titoli universitari ma di ambito psicopedagogico e che pongono una particolare attenzione ai vantaggi strumentali della professione. Dunque una professione di transizione che non darebbe le garanzie di continuità, motivazione e competenza necessarie qui più che mai, soprattutto nella primaria. Ma che costituirebbe un primo passo deciso verso la professione. Prevale nelle autodichiarazioni l’aspetto motivazionale su quello impiegatizio ma con una sottolineatura dello stesso a discapito di quello disciplinare.
Gli Insegnanti e loro ruolo
In Italia, gli insegnanti sono particolarmente compatti nella consapevolezza della marginalità della cultura, e delle professioni ad essa legate, e sembrano avere smarrito la fiducia in chi dovrebbe tutelarli. Si registra uno spostamento significativo, documentato anche dalle edizioni precedenti dell’indagine, verso una concezione più vocazionale e relazionale della professione, in cui la dimensione educativa tende ad assumere un peso crescente rispetto a quella puramente disciplinare. La ricerca esprime perplessità sulla possibilità di fronteggiare in tal modo le crescenti complessità del contesto scolastico e sociale.
Un elemento chiave è il rapporto con le famiglie. Meno pessimisti gli uomini del Sud e i precari ma vi è una tendenza crescente al pessimismo in proposito negli ultimi decenni, soprattutto da parte degli insegnanti delle superiori che godevano di maggior prestigio. Da insegnante professionista a operatore sociale: questa è la percezione soprattutto fra donne e giovani.
Carico lavorativo scuola e casa
Le donne ne sembrano meno soddisfatte, anche per l’aumento di ore complessive di attività scolastica che si somma al persistente carico, prevalente in Italia, dei loro compiti di cura, come testimoniato anche da altre ricerche di ambito internazionale. Al crescere dell’età si associa la maggiore soddisfazione per le distanze (meno figli piccoli e miglior equilibrio tra lavoro e vita privata).
Soddisfazione per il lavoro di insegnante

Oggetto è la percezione della relazionalità fra i docenti, del clima di collaborazione e delle relazioni individuali. Gli insegnanti si sentono parte di un gruppo di lavoro coeso e poco frammentato, con alti livelli di soddisfazione lavorativa. Dunque le scuole sembrano essere luoghi di fitti scambi professionali dove spesso si possono trovare persone con funzioni di scambio e di supporto. L’88% rifarebbe lo stesso lavoro e 7 su 10 lo consiglierebbe al figlio di un amico. Ragioni di soddisfazione estrinseche: orario, conciliabilità con altri aspetti della vita, distanza casa lavoro (resa possibile dalla persistente frammentazione delle scuole sul territorio), stabilità contrattuale. Ragioni di insoddisfazione: opportunità carriera e retribuzione. Ragioni intrinseche: l’utilita sociale del proprio lavoro intesa come sopra detto nel senso del rapporto con gli studenti, anche se è percepita la scarsa considerazione della società e soprattutto dei genitori. Nelle superiori si registra un livello inferiore di soddisfazione.
Si direbbe un livello di soddisfazione in crescita rispetto alle precedenti rilevazioni IARD, in contrasto con frequenti rappresentazioni. Forse in ciò ha un ruolo il peggioramento e la maggiore precarizzazione del contesto lavorativo esterno. Un esito controintuitivo: i gruppi degli stabili e dei precari esprimono gli stessi livelli di soddisfazione intrinseca mentre per quella estrinseca il livello di soddisfazione si differenzia, anche se i supplenti della scuola hanno condizioni migliori dei precari in altri settori. In definitiva si registra uno iato fra la self consciousness e la percezione del valore attribuito alla professione dagli esterni soprattutto per quanto riguarda retribuzione e possibilità di carriera. In definitiva, tuttavia, la soddisfazione cresce in un contesto che peggiora.
Preparati o sopraffatti? Autoefficacia
La percezione di autoefficacia risulta elevata sul piano del rapporto con gli studenti e delle relazioni in classe, ma più contenuta per quanto riguarda la capacità di incidere sul contesto scolastico più ampio. Tra i fattori che la sostengono emergono l’esperienza maturata e la possibilità di accedere a formazione specialistica; tra quelli che la limitano, la difficoltà di coinvolgere gli insegnanti nella gestione organizzativa e nell’orientamento della scuola. L’alta autoefficacia percepita a livello individuale, in assenza di adeguati meccanismi di feedback e valutazione, può alimentare una visione autoreferenziale della propria pratica didattica, fenomeno rilevato anche dall’indagine TALIS a livello internazionale.
Benessere e malessere lavorativo degli insegnanti
Contrariamente alla pubblicistica, la ricerca rileva livelli limitati di burnout e livelli relativamente elevati di engagement, pure in coesistenza. La richiesta di interventi da parte degli interessati può essere interpretata tuttavia come una aspirazione al miglioramento. Ma burnout ed engagement possono coesistere. La ricerca rileva che gli interventi in proposito non si possono centrare solo sul singolo, bensì devono riguardare tutti gli attori del contesto. Al Sud è rilevabile un più alto livello di engagement e di più basso burnout. Gli insegnanti superiori ai 60 anni ritiene utile un supporto di tipo psicologico, ma questo non è necessariamente in contraddizione con la sensazione di benessere ed engagement.
Partecipazione attiva nella scuola: progetti e governo
Si rileva che questa partecipazione è distribuita in modo diseguale fra “integrati” ed “esclusi”. La tesi della ricerca è che bisogna lavorare per una integrazione più diffusa perché la freddezza di una parte degli insegnanti può essere letta come incapacità di coinvolgimento. Viene da domandarsi se non vi possono essere vocazioni diverse che vanno rispettate e anche eventualmente usate a fini positivi della scuola. Professionisti in campo tecnico, scrittori o collaboratori del campo letterario, storico etc. potrebbero essere valorizzati con politiche di leadership distribuita. Un terzo degli insegnanti lamenta poi problemi relativi alla figura del dirigente che sembrerebbe a loro avviso carente soprattutto come coordinatore di meccanismi di gestione del personale meno gerarchici e più integrati.
Rapporto fra dirigenti e docenti
La ricerca ricostruisce nel suo complesso un quadro positivo dei rapporti reciproci confermandone la centralità, anche nello sviluppo delle pratiche didattiche. Anche le tensioni iniziali degli anni 90, gli anni di inizio della dirigenza scolastica, sembrano sopite, in una graduale accettazione del nuovo ruolo della dirigenza anche per il graduale pensionamento dei docenti abituati a rapporti diversi. Gli insegnanti sembrano interessarsi ed eventualmente apprezzare soprattutto il ruolo di leadership educativa e di visione strategica, mentre meno comprensibilmente il controllo alla gestione formale forse soprattutto quando prevale. Fra le due professioni si registrano inoltre convergenze nella concezione della professione docente e nella buona collaborazione interna, ma anche divergenze nella percezione del prestigio sociale della professione e della conflittualità interna. Questo apparente iato si potrebbe spiegare nella divisione già registrata nel corpo docente fra collaboratori e contestatori, divisione peraltro assolutamente normale nelle organizzazioni umane. Investire peraltro sulle competenze educative e relazionali dei dirigenti, oltre che su quelle giuridiche e amministrative come è stato forse fatto in questo periodo di passaggio, sembra dunque per la ricerca assolutamente centrale.
Relazione scuola-famiglia una alleanza non scontata
Gli insegnanti sembrano considerare la collaborazione tra scuola e famiglia un pilastro del successo educativo, ma la vivono sempre più come una relazione complessa e spesso problematica a causa di una crescente invasione degli spazi decisionali della scuola e di una minore fiducia reciproca rispetto al passato. La comunicazione digitale ha infatti aumentato le occasioni di contatto, ma non sempre ha migliorato la qualità delle relazioni. Oltre l’80% dei docenti la giudica soddisfacente, ma solo una minoranza la considera davvero gratificante, mentre quasi uno su cinque segnala difficoltà significative.
La scuola come organizzazione e come fonte di stress e frammentazione del lavoro
Le ricerche rilevano certamente più collaborazione che conflitto, ma anche questo ultimo fattore è presente, sia pure in modo e misura meno evidenti. Ritorna in conclusione la necessità di scelte istituzionali nella direzione di spazi formalizzati di articolazione professionale. Punti di forza della scuola ne sarebbero il versante professionale e organizzativo, ma punti di debolezza le condizioni materiali e le dotazioni, come la inadeguatezza degli spazi di lavoro esterni alle classi sia per il lavoro amministrativo per di più male accettato che per la progettazione comune e non.
E veniamo al dunque. Come insegnano gli insegnanti
L’idea di professionalità sembra in trasformazione, con un ampliamento del repertorio didattico e una attenzione crescente alla dimensione educativa. Sembra da registrarsi un ridimensionamento della lezione frontale e una diffusione significativa delle dimensioni attive e collaborative delle attività didattiche, anche se usate come integrazioni e non come assetto strutturale. Ciò si lega al fatto che gli insegnanti si sentono efficaci a livello individuale, ma non riescono a incidere sulla didattica della scuola. Non esiste una diffusione sistemica della didattica attiva. Infatti secondo l’opinione degli intervistati la formazione in servizio è legata essenzialmente a bisogni operativi e disciplinari e non metodologici mentre l’innovazione didattica deve essere supportata a livello formativo e organizzativo.
Valutazione degli studenti
Nelle evidenze della ricerca sembra prevalere decisamente la valutazione sommativa (che viene anche definita selettiva) ma, analizzando più a fondo, viene praticata anche quella formativa, anche se non viene formalizzata. Uno scarto fra gli orientamenti professionali dichiarati e l’operatività reale. Valutazione significa percorso singolo piuttosto che comparazione con altri, valutazione non come tecnica e metodologica ma relazionale ed educativa. Diversi sono i contesti in proposito della scuola primaria e delle superiori e, rispetto ai contenuti, soprattutto per quanto riguarda le materie tecniche e scientifiche. La ricerca auspica orientamenti condivisi che creino una cultura organica e obbligatoria delle scuole.
La digitalizzazione
La situazione potrebbe essere definita come matura, ma non trasformativa. Le tecniche digitali sono integrate nella didattica, anche se decisamente con diversi livelli e secondo modalità ben controllabili, integrate con i modelli didattici consolidati e le convinzioni didattico pedagogiche prevalenti. Più insomma come supporto incrementale, che come didattica dirompente. All’entusiasmo si è sostituita una maggiore ponderazione in relazione al potere della IA e dei social media grazie ad una attività di selezione e valutazione critica, anche al fine di non minare le proprie capacità di orchestrazione educativa. Soprattutto risulta che non vengano utilizzate le tecniche atte a rinforzare la personalizzazione dell’apprendimento. Segnali di inerzia che richiederebbero interventi più decisi? Scelta selettiva in base alla sua sostenibilità? Infatti alcune pratiche ritenute sostenibili si sono diffuse rapidamente altre meno. Ambedue le letture andrebbero integrate, con rispetto della capacità complessiva del corpo docente di autodeterminarsi professionalmente.
L’orientamento
Gli insegnanti percepiscono le loro attività in proposito come efficaci e funzionanti, mentre asimmetrie di conoscenza ed esperienza ne limitano il ruolo di contrasto alle diseguaglianze. In effetti – e con senso di realtà – si sentono competenti nell’orientare verso i percorsi liceali, ma meno per gli sbocchi diretti o mediati verso il lavoro.
E’ provato che gli orientamenti si basano non solo sulle capacità dello studente ma anche sul suo contesto socioeconomico con una attività di selezione implicita. Ne deriva dunque secondo la ricerca la necessità di formazione per l’ampliamento delle opportunità e la diminuzione delle diseguaglianze.
Sfide di fronte a temi emergenti
Di fronte alle molte sfide che la società pone loro, gli insegnanti percepiscono una crescente funzione socioeducativa anche su quelle che oggi vengono definite come competenze di cittadinanza trasversali. Questo sembra avvenire anche nella scuola secondariapur se con una crescente enfasi sugli aspetti politico-sociali rispetto a quelli più propriamente pedagogici e professionali. I temi più frequentemente trattati sono: legalità, discriminazioni e disagio, ambiente e sostenibilità, affettività e sessualità, digitalizzazione e intelligenza artificiale. Su quest’ultimo tema, solo un terzo degli insegnanti si sente adeguatamente preparato ad affrontarlo in classe, e circa un terzo dichiara di farlo spessoe solo il 15% non lo affronta mai. Emerge una distanza significativa tra percezione di competenza e pratica effettiva, con variazioni rilevanti per genere e territorio. In particolare, gli insegnanti maschi tendono a dichiararsi più preparati, mentre le insegnanti si fanno concretamente più carico della trattazione del tema in classe. Andando poi per territori, la ricerca rileva il maggiore ottimismo degli insegnanti del Mezzogiorno che hanno crescente propensione ad avere fiducia nelle proprie capacità in proposito, un dato che ricorre anche in altri ambiti della rilevazione e che meriterebbe ulteriori approfondimenti.
Rapporti scuola con comunità educante e apprendimenti non formali
Le relazioni esterne alla scuola sembrano ancora caratterizzate da notevoli debolezze. Prevalgono scambi strumentali relativi a condizioni e finalità specifiche, anche se gli insegnanti sembrano riconoscere un valore positivo dal punto di vista formativo alle esperienze esterne dei loro studenti Notevole la differenziazione territoriale: al Nord una maggiore istituzionalizzazione di reti più strutturate mentre al Sud la situazione appare decisamente più frammentata: da tempo le cause vengono individuate non nella volontà di isolamento delle scuole, ma nella debolezza del contesto civile.
Benessere di studenti a scuola
Tale tema sembrerebbe ampiamente riconosciuto, ma la sua integrazione in pratiche sistematiche ancora diseguale. Gli insegnanti danno nel complesso un giudizio positivo della loro preparazione in questo campo, anche se emergono significative differenze dovute, più che a caratteristiche individuali, a cornici professionali e organizzative. Prevedibile la maggiore diffusione nella scuola primaria e negli ambiti umanistici. Nella secondaria superiore in particolare appare discontinua la trattazione di temi quale il benessere psicologico e affettivo, la convivenza civile, soprattutto a livello di attività sistematica di scuola. La ricerca ne deduce la necessità di rinforzare la formazione degli insegnanti in proposito e di sostenere le scuole nel costruire contesti organizzativi efficaci in proposito.
Nelle scuole multiculturali
Qui si parla di margini di miglioramento, il che generalmente indica una situazione ancora problematica, ma anche una lettura onesta dei dati. Dall’indagine Talis 2024 risultano in aumento le percentuali di insegnanti che hanno seguito una formazione in proposito, anche se predominano sempre le formazioni sui BES e sugli strumenti digitali. Il livello di efficacia percepita dichiarata sfiora comunque sempre il 100%, attestandosi su valori che superano il 95%. Qualche maggiore perplessità nel caso di rifugiati e nel caso di allievi senza possesso della lingua italiana. Sia consentito qui esprimere forti perplessità sull’apprendimento spontaneo della lingua grazie alla mera immersione. Del resto ciò corrisponde alla leggerezza con cui l’amministrazione della scuola italiana affronta il problema dell’apprendimento reale di una lingua straniera a livello superiore a quello elementare.
Le molte fonti di eterogeneità culturale degli studenti
Qui risultati differenziati. Da un lato solida percezione di preparazione sui casi di disabilità, dimensione da tempo consolidata dell’eterogeneità scolastica in senso ampio, in quanto tradizionalmente ben presidiata. Dall’altro ciò che richiede competenze interculturali linguistiche e psicosociali più specifiche, sembra portare a un aumento dello stress e a una percezione di efficacia didattica più incerta.Da notare l’assoluta mancanza, nell’impostazione stessa della ricerca, di un’ipotesi di eterogeneità culturale “verso l’alto” (ad esempio come plurilinguismo o capitale culturale aggiuntivo) e la lettura pressoché esclusiva del termine come sinonimo di vulnerabilità sociale.
Violenza intolleranza e disagio a scuola. I rischi del mestiere
Pur non configurandosi come un fenomeno generalizzato secondo la ricerca, si tratta per gli insegnanti di una esperienza non marginale e in specifici ambienti questi fenomeni contribuiscono a caratterizzare in modo significativo le condizioni di lavoro generale. Tuttavia in generale la ricerca tende a ridimensionare significativamente il fenomeno, sostenendo che i dati delle inchieste IARD precedenti presentavano dati quantitativamente anche più significativi, mentre oggi ne sarebbe solo cresciuta la percezione.
Da notarsi che nella ricerca vengono classificati tra questi fenomeni anche i casi di conflittualità con colleghi o con la dirigenza, che sembrerebbero invece appartenere ad altro tipo di problematiche. In questi casi gli insegnanti coinvolti sembrano caratterizzarsi da condizioni di marginalità e precarietà, più che dalla appartenenza a gruppi minoritari.
Cosa resta della pandemia
In questo caso gli insegnanti sono decisamente spaccati fra chi apprezza le innovazioni introdotte e chi ne vede solo gli aspetti negativi, senza legami significativi con variabili strutturali del sistema scolastico. Quasi tutti sembrano avere colto i cambiamenti anche tecnici oltre che i risultati anche relazionali con le famiglie.Ma solo una minoranza sembra aver incorporato stabilmente questi cambiamenti nelle proprie pratiche didattiche.
Cosa pensano gli insegnanti della valutazione del loro operato
Il tema è delicato. La storia dei tentativi in proposito, che eufemisticamente vengono definiti “non particolarmente riusciti”, è lunga; l’iniziativa più recente risale alla legge definita “Buona Scuola” del 2015. Le risultanze di questa indagine sembrano indicare che misure in proposito potrebbero trovare una accoglienza ambivalente. Innanzi tutto il tema sembra alla maggioranza decisamente più marginale rispetto ad altri aspetti di politica scolastica (e in effetti è sparito dalle ultime agende). Quote ampie anche se minoritarie ritengono non sia possibile valutare il loro operato e che comunque non si possa che parlare di autovalutazione. Maggioranze ritengono che non vogliano sottoporsi a giudizio e che la diversità dei contesti renda improponibili approcci standardizzati. Le reazioni sono comunque più tiepide rispetto al passato; esistono però anche segnali di apertura verso procedure trasparenti, partecipate, sensibili ai contesti e soprattutto generatrici di conseguenze tangibili. E questo soprattutto ai fini del miglioramento della didattica attraverso procedure uguali per tutti.
Percezione diffusione e usi delle valutazioni standardizzate
Coloro che hanno una conoscenza solida in proposito sono una minoranza in crescita, concentrata soprattutto tra dirigenti e figure di staff. L’uso dei dati può creare frizioni, ma può anche favorire il miglioramento, se ben condotto. La versione rivolta ai docenti dell’analisi granulare dei risultati degli studenti è infatti strumento necessario per indurre alla riflessività, soprattutto per i livelli descrittivi introdotti. La prospettiva temporale attesa deve essere ampia per la lentezza di assorbimento dei processi educativi che tuttavia possono essere aiutati da interfacce informatiche sempre migliori.
Le conclusioni di policy viste dagli insegnanti
Negli ultimi decenni si sono susseguite numerose riforme e un cambio della composizione sociale degli allievi con significative variazioni territoriali e domande di integrazione. Donde pressioni sulla scuola crescenti e anche contradditorie. In questo quadro è importante il parere degli insegnanti che sono al centro del processo, anche se ovviamente questo non va considerato come neutro.
Le risposte circa gli aspetti cruciali di policy in ordine di adesione sono: scarse risorse economiche, continui cambiamenti normativi, bassa retribuzione insegnanti, basse competenze studenti, bullismo, dispersione, aggressività delle famiglie. Dunque si chiede un rafforzamento delle infrastrutture economiche e una maggiore continuità. Una diffusa stanchezza sembra derivare soprattutto dal “riformismo incrementale”. E infatti aspetti legati alla governane come carriera e valutazione degli insegnanti e innovazioni organizzative, riscuotono meno interesse. Stanchezza? Sfiducia dopo eccessi in questo senso? O semplice desiderio di stabilità, in vocazioni professionali caratterizzate poco dalla spinta al cambiamento? In seconda posizione vengono le preoccupazioni relative alla società che rispecchiano non aspirazioni ad una maggiore eccellenza e competitività ma a soglie minime di accettabilità dei risultati e del funzionamento della scuola. Dunque una professione concentrata sui problemi quotidiani che è interessata alla tenuta e al recupero di un livello adeguato di funzionamento e anche dalla verifica delle innovazioni effettuate. Di per sé non è in effetti compito della totalità degli insegnanti occuparsi degli aspetti strategici della organizzazione in cui lavorano.
Le variabili territoriali e di livello di scuola sembrano essere significative e perciò forse varrebbe la pena di approfondirle.
Conclusioni
Un panorama dunque molto ampio e variegato non solo dei diversi aspetti della condizione docente, ma anche degli orientamenti della ricerca nel campo della sociologia sulla scuola. Sul piano dei contenuti, la ricerca copre bene temi come la valutazione degli studenti, la valutazione standardizzata, carriera e formazione, rapporti con la dirigenza, relazioni scuola-famiglia, digitalizzazione. Si rilevano, tuttavia, alcune assenze. La plusdotazione, ad esempio, è un tema su cui molti Paesi si stanno muovendo con misure normative concrete, e la sua quasi totale assenza dall’indagine è una lacuna che sarà utile colmare nelle future rilevazioni.
Talvolta emerge ancora una idea irenica di scuola, in cui il conflitto deve essere espunto a forza di reti e le parti meno coinvolte del personale docente dovrebbero comunque essere integrate. Una idea forse discutibile delle relazioni umane anche in campo professionale che forse dovrebbero essere rispettate anche se divergenti, se non addirittura considerate come una potenziale risorsa per lo sviluppo. La ricerca, infatti, tende a leggere il non-coinvolgimento di una parte del corpo docente nella vita organizzativa della scuola come un deficit da correggere attraverso strategie di integrazione ma esistono vocazioni professionali diverse e ugualmente legittime che potrebbero essere valorizzate diversamente con politiche di leadership diffusa.
La ricerca mostra una crescente attenzione alle metodologie attive e collaborative. E’ positivo, comunque, che si considerino come integrazione e non come sostituzione alla cosiddetta didattica frontale che quando è esercitata con rigore metodologico, resta uno strumento efficace, e la sua riduzione non sembra coincidere automaticamente con un miglioramento della qualità dell’insegnamento.
Per quanto riguarda il tema dell’orientamento ci si può domandare se il problema principale per gli insegnati italiani non sia quello di non riconoscere l’utilità e ancor prima la dignità della formazione per il lavoro e perciò di prediligere orientamenti generalisti. I dati confermano che gli insegnanti si sentono più competenti nell’indirizzare verso i percorsi liceali che verso quelli tecnici, professionali o di accesso diretto al lavoro dando in tale modo un contributo alla diserzione da percorsi formativi coerenti con le vocazioni degli studenti e utili, per altri versi, al Paese.
E la risposta non è così semplice: i ricercatori lavorano su orizzonti temporali lunghi, i politici sono alla ricerca di risultati immediati. Problema che si è accentuato con lo sviluppo della intercomunicazione “politica” dal basso che ha radicalizzato le posizioni e reso più difficile quel ruolo di scelta anche prospettica che i politici dovrebbero ricoprire. Perché, come affermato giustamente nella ricerca, le scelte in campo pedagogico hanno tempi lunghi per mostrare il loro effetto.