EDUCAZIONE E SVILUPPO INTERNAZIONALE

Tratto da EDUCATION AND INTERNATIONAL DEVELOPMENT. Symposium Books - Oxford Studies in Comparative Education
a cura di Tiziana Pedrizzi

-coperti

INTRODUZIONE

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Educazione e Sviluppo Internazionale- questioni teoriche e pratiche (Education and International Developmenttheory, practice and issues) edito da Symposium Books a cura di Clive Harber, nasce come testo introduttivo per studenti universitari e si propone di fornire una panoramica  della relazione “tra educazione e sviluppo e natura e pratica dell’educazione nei Paesi in via di sviluppo”. I paesi analizzati sono collocati negli ultimi 50 posti della classifica del Rapporto sullo Sviluppo Umano (Human Development Report) del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Il volume sollecita gli studenti a discutere le tesi occidentali secondo cui educazione e sviluppo sono necessariamente “buoni” e induce a meditare sul fatto che l’istruzione non porta sempre benefici agli individui o alla società, in quanto vi sono forme di educazione che trasmettono discriminazione e razzismo, e non è scontato che “occidentalizzazione” dell’istruzione sia sinonimo di sviluppo.

La tematica del rapporto fra educazione e sviluppo si è sviluppata dopo la Seconda Guerra Mondiale con il processo di decolonizzazione, ed è passata gradualmente da una concezione legata solo all’aspetto economico ad una più complessiva con indicatori sociali e infine politici. In origine le discussioni sullo sviluppo hanno riguardato la crescita della ricchezza e della produzione misurata da indicatori come il prodotto interno lordo; la principale divisione era quindi tra i paesi industrializzati dell’emisfero settentrionale e i paesi più poveri e più agricoli dell’emisfero australe. Col passare del tempo le metodologie per misurare lo sviluppo sono diventate sempre più diversificate e sofisticate con l’aggiunta di tutta una serie di indicatori sociali come salute, istruzione, genere, benessere. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano (Human Development Report) del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), classifica 187 paesi sulla base non solo del PIL ma anche, tra gli altri, dell’aspettativa di vita alla nascita e del numero medio degli anni di scolarità. Più di recente sono stati inclusi anche indicatori politici di sviluppo. Nel Rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite del 2010, ad esempio, gli indicatori di “empowerment” sono stati libertà politica e democrazia, violazioni dei diritti umani, libertà di stampa, giornalisti incarcerati, vittime della corruzione, decentramento democratico e impegno politico (UNDP, 2010). L’UNDP ha ora un modello esplicito di sviluppo politico in cui l’obiettivo per tutti i paesi è il raggiungimento, la sostenibilità e il consolidamento della democrazia.

In sintesi i risultati sembrano dire che la differenza fra i paesi si assottiglia pur rimanendo ampia; tuttavia nel 2010 uno dei risultati della ricerca sembra essere la mancanza di correlazione diretta fra crescita economica e miglioramento in educazione e salute.

L’ipotesi dominante rimane comunque quella che l’educazione formale di tipo occidentale aumenti la salute, le entrate economiche e le capacità come cittadino democratico e consumatore responsabile. Di conseguenza l’Obiettivo 2 e 3 dei Millennium Development Goals (sostituiti nel 2016 dai Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030) sono stati l’educazione primaria per tutti entro il 2015, colmando su questo terreno anche le diversità di genere. Fra il 1998 ed il 2004 si è registrato un aumento dell’accesso all’istruzione fino a raggiungere i tre quarti dell’obiettivo, poi la crescita ha cominciato a diminuire e il numero degli abbandoni ad aumentare. I fattori che ostacolano l’estensione dell’educazione nei Paesi in via di sviluppo sono numerosi:

  • le malattie,
  • la fame e la malnutrizione,
  • i conflitti armati,
  • la povertà delle famiglie soprattutto nelle zone nomadi e pastorali,
  • i bassi finanziamenti pubblici alla scuola che non è perciò gratuita,
  • la lontananza delle scuole,
  • la bassa qualità dell’insegnamento,
  • la mancata percezione della importanza economica dell’istruzione nelle zone senza industria moderna,
  • la grande disoccupazione fra gli istruiti.

Va aggiunto che l’aumento della frequenza ha abbassato la qualità, fenomeno che trova riscontro nel fatto che tipico di questi paesi è il gap fra le scuole delle aree rurali e scuole delle élites urbane.

Ma sulla base della legislazione internazionale e della giustizia sociale la qualità è necessaria ai fini della produttività e dello sviluppo dei diritti umani.

Criteri di qualità in questi Paesi sono considerati:

  • il fatto che gli allievi siano nutriti e motivati,
  • il numero di allievi per classe,
  • la preparazione degli insegnanti,
  • la diminuzione dell’assenteismo degli insegnanti con la registrazione da parte degli allievi della loro presenza ed il pagamento in proporzione,
  • le tecniche di insegnamento attive,
  • lo stato delle strutture,
  • la presenza di materiali didattici
  • e la sensibilità ai problemi di genere con l’impedire la violenza contro le ragazze.

In conclusione in questi Paesi si sono registrati risultati mediocri in relazione con le povere risorse, perché la literacy della popolazione adulta non è cresciuta insieme con la crescita dell’accesso alla scuola.

Ma sembra generalmente accertato che l’incremento della literacy vada sostanzialmente insieme all’incremento dei guadagni e dello sviluppo economico.
Studi sui differenti impatti dell’educazione primaria, secondaria e terziaria sembrano dimostrare che in relazione al genere l’impatto della educazione delle donne sia maggiore ma che la soglia necessaria perché ciò avvenga sta innalzandosi.
Un altro risultato delle ricerche è che la differenza fra ricchi e poveri in questi paesi è più ampia che in quelli sviluppati, ma quando i marginali (per genere, ruralità e livello economico) possono andare in scuole buone, migliorano notevolmente.

In conclusione il problema principale sta nel fatto che la relazione fra educazione e sviluppo è comunque mediata non solo da fattori economici ma anche, se non soprattutto, da fattori sociali, culturali e politici.

TEORIE SUL RAPPORTO FRA EDUCAZIONE E SVILUPPO

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Dopo questa istantanea della situazione attuale, il testo si propone di realizzare una rassegna delle principali teorie relative a tale rapporto.

Può essere utile sapere anticipatamente che la tesi del libro è quella che bisognerebbe orientarsi  verso una società ed una scuola “prismatica” in cui convivano e si intersechino elementi occidentali di modernizzazione con modelli tradizionali. Si tratta del resto di un punto di vista che si può ritrovare in molti di questi studi (vedi ad esempio quelli sulle società ex-comuniste) dopo il periodo in cui, dopo l’89, era prevalsa l’ipotesi di una espansione tout-court del modello occidentale di matrice anglosassone.

Teoria del capitale umano

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Questa teoria lega strettamente educazione e crescita economica e vede l’educazione come investimento per lo sviluppo e non come consumo. Una popolazione istruita non è un vantaggio solo per il singolo, ma per la società perché è più produttiva, in quanto la scuola serve a trasmettere capacità e motivazione; la chiave dello sviluppo sarebbe dunque all’interno delle nazioni. Un concetto chiave è quello del ritorno della istruzione in termini di guadagno che sarebbe più alto per i più istruiti; una realtà peraltro non sempre evidente sia a livello dei singoli che delle società. In accordo con questa teoria, la durata della scolarità viene usata dall’ONU e dalla Banca Mondiale come uno dei tre indicatori dello sviluppo.

Non mancano tuttavia atteggiamenti critici nei confronti di questa teoria.

Innanzitutto esistono problemi metodologici di calcolo e di raccolta dei dati soprattutto in quei paesi, che rendono problematica una dimostrazione della tesi stessa.

Il guadagno che viene ipotizzato sembra poi variare nel tempo, probabilmente diminuendo quando il bene istruzione di un certo livello non è più scarso; nei paesi in via di sviluppo il rapporto fra accesso e qualità sembra definirsi in senso inverso.

Non sempre poi il miglioramento all’interno di un paese deriva da una maggiore produttività; ci sono anche, se non soprattutto, motivi storici e sociali, legati al monopolio ed alla ereditarietà delle ricchezze, alla segregazione sociale ed anche all’ereditarietà genetica

Ma soprattutto, l’ampliamento della scolarità è causa o effetto dello sviluppo economico? I paesi del blocco comunista erano e sono tuttora più istruiti ma ciò non si era tradotto o si traduce in sviluppo economico. Paesi come le Filippine sono istruiti ma poveri. In Africa molti paesi hanno innalzato i livelli di scolarizzazione con il solo effetto di aumentare i disoccupati, i sottooccupati o gli emigranti. In Cina il governo dà grande importanza all’educazione, ma per le popolazioni in aree rurali remote la scuola è di basso livello per motivi strutturali e viene perciò spesso vissuta come una perdita di tempo e di soldi, in quanto deludente, frustrante e poco interessante. Per di più, secondo le famiglie, i ragazzi rischiano di diventare pigri ed incapaci.

In conclusione, una rapida espansione della scolarizzazione senza rapporto con opportunità economiche è negativa, frustra i ceti inferiori che non hanno rapporti sociali indispensabili in quei paesi per sfruttare lo sforzo fatto e pertanto li demotiva dal proseguire.

E’ forse l’economia stessa a facilitare la crescita economica e l’educazione forse può aiutare la crescita attraverso la provvista quantitativa e qualitativa di forza lavoro.

Teoria della dipendenza

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Secondo questa teoria, il rapporto fra paesi ricchi e paesi poveri è basato sulla dipendenza e sullo sfruttamento; la causa della povertà di questi ultimi non è pertanto la mancanza di modernità o di sviluppo economico legato all’istruzione.

Un elemento di particolare originalità e pertanto di interesse di questa teoria è la critica che muove alla priorità data dalla opinione pubblica e dagli organismi internazionali alla educazione di base modellata sui Framework occidentali poiché essa impedirebbe lo sviluppo di più alti livelli di istruzione e di conoscenza che potrebbero garantire l’indipendenza culturale e pertanto politica ed economica dall’occidente. In altre sedi di ricerca si rileva invece che una più alta istruzione concentrata sulle élite in questi paesi non genera sviluppo perché viene spesa su terreni non produttivi, se non di privilegio e di segregazione.

Critiche a questa teoria non mancano quali quelle di essere statica e deterministica e di mancare di una strategia di cambiamento.

Teoria della riproduzione sociale

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Secondo questa teoria l’impostazione meritocratica sottesa alla teoria del capitale umano sarebbe lontana dalla realtà poiché le evidenze dimostrerebbero che nei processi di istruzione sarebbe prevalente la semplice riproduzione sociale. Le eccezioni servirebbero principalmente a mascherare questa realtà.

Nella scuola l’aspetto fondamentale – definitosi ai tempi ed in funzione dei bisogni relativi alla creazione degli stati-nazione europei – sarebbe relativo al metodo, consisten te nell’ addestramento al lavoro subordinato ed ai suoi ritmi e regole. Se questo vale in generale, risulterebbe particolarmente vero nei paesi oggi ex-colonizzati dove il modello è stato a suo tempo esportato.

Secondo i suoi critici questa teoria sarebbe troppo deterministica, poiché ci sono anche periodi di rapido cambiamento politico o educativo che fanno eccezione ed in cui pertanto la scuola contribuisce non alla riproduzione ma al cambiamento delle collocazioni sociali.

Teoria della modernizzazione

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Secondo questa teoria, lo sviluppo è visto come un continuum che passa da una società agraria immobile ad una industriale caratterizzata dalla mobilità della quale un fattore fondamentale risulta essere la scuola. E’ vero che il colonialismo ha introdotto in quei paesi il modello di scuola caratteristico dell’occidente e che questo vi ha avuto un enorme sviluppo, tuttavia ipostatizzare il modello di sviluppo occidentale può non essere sempre funzionale.

Nella scuola di questi paesi vi può essere infatti un curriculo esplicito ufficiale di contenuti occidentalizzante ed un curriculo nascosto di carattere metodologico che riproduce la società esistente. Del resto in realtà la scuola non può che in larga parte riflettere gli stili della società in cui è immersa. E quelli negativi non sembrano mancare nella enumerazione che ne viene fatta e che sembra largamente basata su esperienze e studi: nepotismo, assenteismo, mancato rispetto degli orari, superstizione e stregoneria, rispetto acritico per l’autorità, mancanza di specializzazione, discriminazione delle donne, mancanza di attività di registrazione scritta per la prevalenza della tradizione orale, mancanza di precisione ed infine tendenza all’accomodamento e non alla soluzione dei problemi.

In conclusione la debolezza di questa teoria consiste nella difficoltà ad esportare modelli in contesti differenti da quelli in cui si sono formati.

Teoria della democratizzazione e teoria delle capacità

7Secondo questa teoria la scuola dovrebbe mirare principalmente allo sviluppo della democrazia. Pensatore di riferimento l’indiano Amartya Sen per il quale la democrazia che prevede un governo democratico ed il rispetto dei diritti umani è in sé una importante forma di sviluppo umano. Per lo stesso pensatore un uomo sarebbe importante non per ciò che ha, ma per ciò che è e che può fare.

Negli ultimi 20 anni si è sviluppata in questi paesi una tendenza alla democratizzazione politica con una attenzione crescente alla cultura ed alla socializzazione politica, in un alternarsi però fra la sottolineatura della democrazia e l’attenzione alla stabilità ed all’ordine. Sen sostiene che il raggiungimento di questi obiettivi è necessario per lo sviluppo di altri obiettivi quali la riduzione della povertà, la crescita economica ed il miglioramento delle condizioni sociali.

8Collegata a questa impostazione è la teoria di Martha Nussbaum sulla educazione come finalizzata a dare capacità. Sempre secondo Nussbaum questa educazione si realizza solo attraverso un metodo democratico – deweyano.

Ma una analisi della situazione reale dei paesi di cui si parla induce a concludere che sono molto poche le cose che fa in questa direzione viste le impostazioni autoritarie e nozionistiche prevalenti.

Non tutti però condividono questa visione Secondo un autore come Coleman infatti uno stato moderno può essere del tutto legittimamente sia autoritario che democratico.

Il ruolo dell’educazione nei due casi è evidentemente diverso: da un lato indottrinamento e socializzazione indotta in modo diretto o indiretto per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo, dall’altro l’educazione libera democratica di tipo occidentale.

Teoria della liberazione

9La teoria della liberazione, o Pedagogia degli Oppressi, del brasiliano Paulo Freire data dagli anni Settanta del secolo scorso ed ebbe una grande diffusione non solo nei paesi in via di sviluppo, cui era originariamente destinato, ma anche nei paesi occidentale, in diverse forme.

In questa teoria e nelle pratiche che vi si sono ispirate è centrale l’uso di metodologie attive – con un rimando evidente a Dewey-a scopo di autoconsapevolezza e di emancipazione sociale, perché mettono in discussione e si interrogano sulla situazione esistente e la possono cambiare.

Teorie sulla educazione come nociva allo sviluppo

10Harber conclude questa sezione sui modelli teoretici, prendendo in considerazione situazioni in cui la scolarizzazione è nociva allo sviluppo.

Sconcertante per il nostro pensiero diffuso è infine questa teoria, peraltro tuttavia ben presente e condivisa dagli analisti, secondo la quale la scuola può essere un luogo di riproduzione della violenza. Tesi ampiamente illustrata da quanto avvenuto in Rwanda.

Sulla base delle numerose esperienze effettuate vengono enumerate le forme attraverso le quale questa tendenza può manifestarsi:

  • bullismo,
  • molestie sessuali,
  • esaltazione della razza,
  • punizioni corporali.

I risultati formativi che ne derivano sarebbero

  • maschilismo,
  • modellamento di ruoli in un contesto autoritario,
  • controllo sociale e politico.

 

TEMATICHE EMERGENTI SUL RAPPORTO FRA EDUCAZIONE E SVILUPPO

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Terminata la rassegna delle principali teorie in proposito, il testo prosegue con una impostazione per tematiche.

La scuola nel capitalismo e nel socialismo

12Dalla fine degli anni 70 del secolo scorso si sono verificati, secondo l’autore, significativi aggiustamenti strutturali nella politica internazionale sull’educazione sotto l’influenza della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che, soprattutto nell’America Latina, hanno condizionato l’accesso ai crediti ad una politica della spesa orientata al suo controllo e riduzione.

 

Il modello capitalistico prevede:

  • lo sviluppo delle scuole private per aumentare l’efficienza del sistema,
  • la diffusione dei valori dell’impresa, dell’efficienza e della competitività che trovano il loro corrispettivo in un sistema di concorrenza attraverso prove ed esami,
  • la riduzione della spesa con la conseguente diminuzione dell’accesso delle classi povere,
  • la riproduzione delle differenze sociali anche attraverso la sistematizzazione dei percorsi attraverso le diverse filiere e
  • tutto sommato, la struttura autoritaria dei rapporti e del potere interno.

Il modello socialista sviluppatosi in altri paesi in via di sviluppo dall’altra parte prevedeva:

  • centralità della pianificazione centrale attraverso lo stato,
  • enfasi sull’equità sociale e non economica,
  • attenzione prioritaria alla formazione di base per le masse popolari fin lì analfabete
  • e conseguentemente scuole gratuite con accesso incoraggiato al popolo,
  • una attenzione alle attività manuali affinché le élite scolarizzate non si staccassero dagli stili di vita popolari in paesi a basso livello di industrializzazione.
  • forme di indottrinamento che mirano alla conformità ideologica, sentita come valore prioritario.

E questa impostazione per quanto riguarda il campo dell’educazione tende a persistere anche nei paesi nei quali negli ultimi decenni si sono sviluppate forme diverse di apertura al mercato e di liberalizzazione economica.

Secondo il punto di vista dell’autore (classicamente liberal) ambedue i modelli di funzionamento sono sostanzialmente caratterizzati dal dominio di una burocrazia autoritaria.

Probabilmente potrebbe essere utile esaminare le caratteristiche della educazione nei diversi paesi non solo alla luce delle due ideologie ma anche del loro sistema di valori storico e/o della aspirazione ad un forte sviluppo e miglioramento economico: emblematico sembra in questo senso il caso della Corea.

Educazione e sviluppo verde e sostenibile

13In premessa viene messa a fuoco la potenziale contraddizione fra una ideologia che metta al centro la tensione verso la crescita economica ed i problemi di sostenibilità e di mantenimento dell’ambiente.

Molti sono i temi su cui è possibile individuare possibilità diverse: questa educazione deve avere una caratteristica ed un valore trasversale o essere considerata come una parte autonoma del curriculo?

Debbono essere predominanti gli aspetti descrittivi e scientifici del problema oppure quelli a carattere sociale con una grande attenzione al coinvolgimento emotivo?

Ed infine, per essere efficace, questo tipo di educazione non deve poggiarsi su metodologie attive piuttosto che andare a costituire una nuova forma di indottrinamento?

Vengono illustrati tre esempi di diversi paesi.

Costarica

Costarica è stata a lungo considerato all’avanguardia sia per la sua realtà naturale che per la cura riservata al tema. In uno studio del ‘95 si faceva notare che vi erano più progetti di conservazione nel piccolo Costarica che nell’immenso Brasile. La educazione ambientale ha avuto un grosso sostegno a livello di orientamento normativo, ma in realtà la mancanza di strumenti, l’impostazione molto tradizionale dell’insegnamento ed il fatto che non sia comunque oggetto di esami riducono il suo effettivo impatto.

India

In India esistono le basi per un approccio positivo all’ambiente, sia in ragione della sensibilità in proposito dell’induismo che degli orientamenti ed insegnamenti gandiani. Tuttavia anche qui l’impostazione molto scientista del curriculo e la mancanza di una valutazione importante ai fini scolastici sembrerebbero limitare il potenziale dell’intervento.

Madagascar

Il Madagascar è stato descritto come un laboratorio vivente della evoluzione, ma sta subendo grossi attacchi dalla erosione dalla deforestazione e dalla distruzione dell’habitat. Vi operano in condizioni problematiche (mancanza di strumentazioni, mancanza di acqua, classi di più di 40 allievi etc) anche alcune ONG che supportano le attività di scuole che sviluppano i temi ambientali.

Educazione, religione e sviluppo

14Il testo non sviluppa ampiamente il tema su cui peraltro auspica un approfondimento critico maggiore da parte degli studiosi. Afferma tuttavia che la religione ha molta importanza nella educazione in questi paesi, sia in modo diretto che indiretto, proprio ai fini dello sviluppo ed è importante che coloro che si occupano di problemi educativi sappiano rapportarsi al problema.

Infatti il mondo delle religioni ricopre alcuni ruoli importanti:

  • contribuisce alla educazione dei poveri sostenendo la giustizia sociale,
  • provvede ad una parte significativa del sistema educativo con scuole sia di alta che di bassa qualità,
  • decide su come deve essere insegnata la religione,
  • forma i leader religiosi ed una parte dei cittadini dal punto di vista della partecipazione civica.

Prima del periodo coloniale in tutti questi paesi è esistito un insegnamento religioso, soppiantato poi dalle scuole dei colonizzatori finalizzate anche al proselitismo cristiano, che hanno avuto il grande merito di includere le donne ed i gruppi etnico-religiosi precedentemente marginalizzati.

La fine del colonialismo non ha cancellato questa realtà che tuttora persiste ed in alcuni paesi – si cita come esempio il Burkina Fasu – costituisce una parte molto significativa del sistema scolastico, soprattutto ai fini della scolarizzazione delle ragazze. Non a caso il nome di Boko Aram significa “l’educazione occidentale è peccato”.

Le scuole di impostazione religiosa funzionano in generale meglio anche se non è chiaro se ciò avvenga per la loro impostazione o perché godono di maggiori risorse e raccolgono una utenza selezionata.

Infine esistono in proposito alcuni temi e problemi cruciali da affrontare:

  • lo sviluppo di scuole a carattere religioso genera segregazione o coesione sociale?
  • A questo fine è preferibile la educazione alla (ad una) religione o sulle religioni?

Genere, educazione allo sviluppo e maschilismo

15La parità nella educazione primaria è uno degli obiettivi dei Millennium Goals ed è stata raggiunta in modo diffuso tranne che nei paesi arabi e sub sahariani.

Le ragazze ed i ragazzi son migliori rispettivamente in Lettura ed in Matematica, ma le differenze stanno cambiando a favore delle ragazze. Infatti, quando le ragazze riescono ad ottenere l’accesso alle scuole, ottengono risultati migliori ed abbandonano di meno. In alcune situazioni fra cui i Caraibi le ragazze risultano migliori in tutti i campi.

Nonostante questo, agli insegnanti ed ai dirigenti maschi vengono garantiti maggior prestigio e fiducia, mentre alle donne continuano ad essere attribuiti compiti tipicamente femminili; non mancano inoltre nelle scuole episodi di intimidazione e di violenza anche a carattere sessuale.

La conclusione approda alla necessità di risocializzare i maschi ad un ruolo maschile nuovo attraverso la riflessione. Non mancano in questo senso anche le critiche alla impostazione dei curriculi che avrebbero caratteristiche maschili, perché di carattere freddo e razionale con centralità dello sport.

Educazione nelle emergenze

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Build back better: dopo l’emergenza fare meglio è una parola d’ordine. Ciò può richiedere molto e va dall’offrire consulenza psicosociale, all’ insegnamento del nuoto, alla educazione alla pace ed alla educazione professionale.

L’educazione è il quarto pilastro dei soccorsi umanitari, perché oggi viene concepita come un diritto umano, anche perché dovrebbe garantire l’interconnessione con il mondo. Le ragioni di questa impostazione derivano dal fatto che si tratta di un canale utile contro l’AIDS e le epidemie, che dà un senso di normalità impedendo un abbandono stabile dei luoghi e che infine impedisce che i minori siano sfruttati sessualmente o reclutati.

Quanto alla guerra, la educazione vi è violentemente implicata anche perché le scuole possono impartire insegnamenti che spingono all’odio ed alla violenza.

La scuola può infatti diventare strumento di pacificazione nel post-conflitto, ma uno studio Unicef pone dubbi sulla sua efficacia in questo senso. Ad esempio si colloca solo al quarto posto in Nepal, Sud Sudan e Kenya come luogo in cui si è appresa la democrazia, anzi vi viene anche considerata un fattore di guerra perché vi si insegna l’ostilità verso gli “altri” considerati inferiori.

Non va trascurato poi il fatto che la scuola crea anche aspettative di lavoro di alto livello cui per lo più non corrisponde una adeguata risposta. Il problema in questo caso è il familismo (sababu)che fa sì che prevalgano i rapporti sociali sulle competenza nella attribuzione dei lavori, dimostrando la inutilità della formazione e causando frustrazione e conseguentemente possibilità di violenza.

Il testo fornisce alcuni esempi in cui la scuola è sede di situazioni autoritarie e violente:

  • in Sierra Leone il violento Fronte Popolare raduna una grossa percentuale di ex insegnanti ed ex studenti e gli studenti eccellenti sono considerati quelli sicofanti e servili, in un paese che ha il problema del servilismo verso le autorità;
  • in Nord Uganda le ragazze non vanno a scuola per evitare violenze sessuali e si registrano enormi traumi di guerra, cui neanche gli insegnanti da soli sanno fare fronte; in una scuola autoritaria e con frequenti punizioni corporali grossi sono i problemi dell’insegnamento della pace;
  • in Peru e Ruanda una scuola di impostazione autoritaria non porta alla pace ed alla riconciliazione.

In conclusione, il basso livello degli insegnanti e la natura del contesto fanno sì che la scuola in questi paesi non sia sede di correttezza educativa; gli insegnanti governativi usano punizioni dure contro le minoranze etniche ed i sospetti oppositori.

Il meglio da questo punto di vista sembra rinvenibile nelle scuole libere delle ONG e dei donatori. Gli esempi di pratiche positive nelle situazioni di emergenza seguono alcuni principi positivi:

  • la creazione di spazi neutrali,
  • decisioni affidate anche ai bambini,
  • la flessibilità delle scuole al fine di convincere del valore aggiunto e della utilità dell’educazione.

Lavoro, formazione professionale, skill

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Più volte il testo sottolinea il rischio che una maggiore educazione porti a più disoccupazione con ricadute negative, soprattutto in una situazione caratterizzata dalla presenza di larghissime fasce giovanili che crescono ad un ritmo superiore a quello dei posti di lavoro.

Non si tratta solo di disoccupazione, ma anche di lavori di basso livello e sottopagati. Molti che lavorano nei settori informali agricoli e dei servizi vivono sotto la soglia della povertà, perché mancano di capacità. Sentono però che quella formazione dà dignità e ruolo.

Le conclusioni portano alla necessità di fornire gli skill di base e gli skill trasversali, di occuparsi di collocamento al lavoro attraverso training adeguati ed infine di sviluppare corsi per i dropout.

Corruzione e Scuola

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La corruzione in educazione, che in questi paesi costituisce un problema rilevante, dipende innanzi tutto dal contesto corruttivo generale. E’ strettamente correlata con una grande distanza dal potere e con la mancanza di individualismo che si incarnano nella distanza esistente fra gli elementi strutturali della società tradizionale, quali la dipendenza dal capo e la coesione in basso.

Il problema è che, se la educazione è corrotta, manca di imparzialità, di equità ed in conclusione di efficacia.

La corruzione prende in questi paesi molti aspetti:

  • la copiatura ad esami nella quale secondo il testo anche i cristiani finiscono per imitare i musulmani,
  • l’assenteismo e la mancanza di professionalità degli insegnanti,
  • l’ottenimento di servizi dovuti solo attraverso il pagamento,
  • la diffusione del tutoraggio privato,
  • il reclutamento e la promozione di insegnanti corrotti,
  • il furto di fondi
  • ed infine la violenza sessuale.

Fra i rimedi che si sono finora utilizzati si possono enumerare riforme di diverso tipo:

  • il controllo dei meccanismi per le aggiudicazioni dei servizi e dei ruoli di management,
  • l’obbligo di report annuali,
  • l’esistenza e l’applicazione di sanzioni,
  • la trasparenza nella gestione degli insegnanti anche attraverso l’automatizzazione delle funzioni,
  • il coinvolgimento dei sindacati
  • e la diffusione dell’informazione. Ad esempio in Ghana si fanno gestire i fondi per il pagamento degli insegnanti dai Comitati Genitori poiché gli insegnanti hanno alte paghe, ma un alto tasso di assenteismo e classi affollate, così come in Uganda si pubblicizza l’ammontare dei fondi stanziati al fine di evitare i furti e le distrazioni.

Salute, AIDS e Scuola

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In questo contesto i programmi di educazione alla salute sono particolarmente difficili da realizzare: difficili da inserire nel curriculo e spesso inseriti in modo frammentario, si scontrano con i pregiudizi preesistenti nella società, con la difficoltà di misurarne gli esiti, con il fatto che la realizzazione è delegata ad enti ed agenti esterni. Per questo spesso vengono  implementati in ambito extracurriculare da ONG su piccola scala e su base volontaria.

La scuola poi mira, oggi come nel periodo coloniale, a trarre fuori i bambini dal loro contesto e questo non aiuta le campagne di massa per la salute, che richiedono al contrario una impostazione di base. Il livello di istruzione dei parenti ha un importante ruolo per il miglioramento della salute dei figli, in particolare quello delle madri che ha un impatto due volte maggiore della diffusione dei servizi poiché genera più misure preventive, la richiesta di diritti nei servizi e la consapevolezza dei programmi di immunizzazione. I curriculi ufficiali del resto non mettono al centro le life skill che sono cruciali per la educazione alla salute, mentre il curriculo è ostile, soprattutto per i bambini deboli.

Quanto all’AIDS, in questi anni ci sono stati miglioramenti, ma non si può dire che la battaglia sia vinta. Ed anche quando la prevenzione dell’AIDS è stata introdotta nel curriculo, ciò è avvenuto con significativi limiti: si fa attenzione solo ai fatti e non ai valori, non si combatte il maschilismo ed il sessismo che impediscono l’uso del preservativo, ci sono difficoltà religiose degli insegnanti soprattutto sull’omosessualità e pertanto viene a mancare l’attenzione sulla prostituzione, la droga e l’omosessualità. C’è anche da dire che gli allievi, anche se sono informati, non è detto che cambino attitudini sull’ abuso di sesso ed il non uso del preservativo. In ogni caso, per essere efficaci, i sistemi di formazione in proposito non possono che essere interattivi.

Aiuti ed educazione

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Gli aiuti nel campo della educazione vedono in campo dei donatori ufficiali a carattere internazionale come la Banca Mondiale, il Fondo Mondiale, le Agenzie dell’ONU come Unesco ed Unicef o nazionale, poiché in diversi paesi esistono ministeri o branche separate di ministeri a ciò finalizzate come in Gran Bretagna, USA, Canada e Svezia. Sono attive anche organizzazioni non governative come Save the Children, Oxfam, Christian Aid, Red Crescent Societies, Medecins Sans Frontieres ed a carattere filantropico fra cui le più note sono la Bill and Melissa Gates Foundation e la George Soros Foundation.

Negli ultimi decenni dopo la crisi economica gli aiuti sono diminuiti e soprattutto quelli degli organismi internazionali, sono stati informati ai criteri del neoliberismo e dei diritti umani. Negli ultimi tempi poi sono stati significativamente condizionati dalla lotta al terrorismo e per questa ragione dirottati in via prioritaria verso alcuni paesi.

Le Dichiarazioni di Parigi nel 2005 e di Accra nel 2008 miravano a porre i rapporti fra i donatori ed i diversi paesi su di un maggiore piano di parità e di collaborazione. Ma le situazioni interne ai diversi paesi in questioni di trasparenza e di corruzione hanno indotto i donatori ad applicare in modo molto limitato i principi ivi contenuti ed a ritenere che sia indispensabile controllare l’esito degli investimenti attraverso valutazioni standardizzate esterne (ILSAS), anche se anche in questo caso non mancano problemi quali quelli costituiti dal cheating. Alcuni paesi peraltro, come l’India, mirano a diminuire l’impatto dei donatori rendendosi indipendenti.

Al contrario la Cina negli ultimi due decenni ha scelto di fare investimenti economici e di esportazione della manodopera, senza intromissioni di carattere ideologico, agendo sulla base del criterio della reciproca convenienza e della parità anche nel campo dell’educazione

Diversamente dal mondo cinese che appare privo di contraddizioni interne, non mancano nel mondo occidentale critiche a questa situazione, peraltro orientate in ogni direzione. C’è chi sostiene che gli aiuti sono eccessivi e poco efficaci e rischiano di alimentare la corruzione e il non impegno della classe dirigente locale; in definitiva sarebbero quasi controproducenti poiché renderebbero le classi dirigenti pigre e corrotte e distorcerebbero il mercato. Per altri, invece, sarebbero tutto sommato scarsi, sia rispetto ai bisogni che al PIL dei paesi ricchi di provenienza; sostanzialmente poi i donatori avrebbero come primo obiettivo la propria sopravvivenza, oltre ad essere condizionati nella scelta dei paesi da supportare da interessi commerciali e/o geopolitici.

Literacy, linguaggio e scuola

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I problemi relativi all’uso delle diverse lingue hanno un grosso peso in questi paesi.

L’inglese è la lingua straniera più diffusa e necessaria ma il suo studio è difficile a causa dei livelli di alfabetizzazione bassi della maggior parte della popolazione che ha problemi ad acquisire competenze accettabili nella propria lingua locale. In alcuni paesi poi esistono diverse lingue usate dai diversi gruppi etnici e tribali.

Utilizzare la prima lingua facilita gli apprendimenti in altri campi per la maggiore competenza degli insegnanti e la fluency dei bambini ed aiuta nei legami con la comunità locale. In alcuni paesi però non vi è una prima lingua comune a tutti. Ma le lingue ex coloniali danno accesso ad apprendimenti di più alto livello e pertanto potenzialmente ad un futuro migliore ed inoltre hanno a disposizione maggiori strumenti come libri e strumenti audiovisivi. Di conseguenza in alcuni paesi sono considerati letterati solo quelli che possiedono la lingua ex-coloniale.

Peraltro è appurato che non sempre la literacy porta ad un maggior livello di partecipazione civica; per questo è necessario che ci sia una finalizzazione esplicita da parte del curriculo e dei formatori.

Educazione non statale

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Si tratta di un tema di grande rilevanza per il significativo sviluppo di questo settore nell’ultimo periodo di tempo. Secondo l’autore, lo sviluppo delle scuole non-statali negli ultimi decenni è dovuto sia alla difficoltà degli stati a coprire tutte le necessità di istruzione del paese, che al desiderio delle famiglie di dare una educazione migliore ai propri figli.

Il tema è controverso perché non manca chi ritiene che in tale modo venga generata una diseguaglianza ulteriore, nonostante la estensione del sistema dei vouchers. Che si tratti di un terreno problematico lo dimostra il caso dell’India in cui per legge le scuole private devono garantire il 25% dei posti gratuiti, ma i costi accessori sono per i poveri troppo alti e le scuole usano stratagemmi per sottrarsi a questo obbligo.

Le scuole private sono poi di tipologie molto diverse:

  • Scuole della comunità, quando nascono sulla base di legami territoriali o religiosi, nella prospettiva di un successivo intervento di sostegno dello Stato. Queste scuole hanno un carattere positivo perché provvedono all’educazione di chi non l’avrebbe avuta, ma possono aumentare le differenze sociali e la differenza fra religioni.
  • Scuole delle ONG il cui target sono i bambini che vivono in zone isolate o sono in qualche modo svantaggiati. Vengono anche chiamate scuole alternative o non formali o complementari, per enfatizzare la finalità di volerli ricondurre comunque alla educazione formale. Vengono percepite come migliori e di maggior valore, anche perché usano metodologie più centrate sul bambino, moderne ed aggiornate. Ultimamente anche in queste scuole si comincia a chiedere il pagamento di rette, sia per prepararsi ad emanciparsi dalla tutela delle ONG, sia anche perché le forme di educazione a pagamento si stanno moltiplicando.
  • Scuole aggiuntive private che sembrano costituire un sistema di educazione parallelo Si arriva a percentuali di pagamento molto elevate che vengono sostenute soprattutto dai ricchi: in Egitto si tratta di una politica esplicita del governo. Le finalità sono generalmente quelle di raggiungere livelli più alti di preparazione per passare gli esami, o quello di sottrarsi alle minacce dei docenti di bocciare. Mentre fra gli aspetti positivi vanno annoverati il sostegno agli allievi più lenti, l’innalzamento medio delle conoscenze ed un impiego positivo del tempo, non mancano però quelli negativi: una occupazione eccessiva del tempo, l’accentuazione delle differenze sociali ed un aumento della inefficienza degli insegnanti nella scuola del mattino.
  • Scuole private a basso costo, una novità degli ultimi anni, soprattutto in India nelle quali vengono offerte anche borse di studio per i più poveri. Mentre nelle scuole statali gli insegnanti non lavorano e sono assenteisti, in questo tipo di scuole la situazione è migliore: gli insegnanti sono meno qualificati ma lavorano di più, anche perché possono essere licenziati. Spesso poi esse nascono su iniziativa degli insegnanti disoccupati. Diverse le posizioni in proposito: c’è chi pensa che bisogna piuttosto migliorare le scuole pubbliche e chi invece che questo tipo di scuole crea la concorrenza necessaria. Le ragioni della scelta da parte dei genitori: una maggiore serietà, una maggiore attenzione alla lingua inglese, i costi minori di quelli della scuola aggiuntiva. Parere dell’autore è che in definitiva le low fee schools probabilmente funzionano in alcune situazioni e non in altre.
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