DISEGNARE IL FUTURO DEI GIOVANI EUROPEI – La governance dell’istruzione in 8 Paesi europei

Symposium Books - Oxford Studies in Comparative Education, a cura di Tiziana Pedrizzi

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PREFAZIONE

Z22Shaping the Futures of Young Europeans – education governance in eight European countries (Disegnare il futuro dei giovani europei – La governance dell’istruzione in 8 Paesi europei), del Symposium Books, Oxford University Press, ci offre l’occasione di tornare a gettare uno sguardo sulle situazioni e i problemi del mondo della scuola europea poiché raccoglie analisi e ricerche concernenti 8 paesi europei: Finlandia, Francia, Italia, Olanda, Polonia, Slovenia, Germania e Regno Unito.

Il tema della pubblicazione è quella che nella pubblicistica internazionale sui temi dell’educazione viene chiamata “transizione”, intendendo con ciò le politiche di orientamento e canalizzazione al termine della scuola dell’obbligo e della scuola secondaria superiore, in particolare in rapporto al mondo del lavoro. Questo tema porta con sè di necessità una serie di riflessioni sugli apparati educativi nel loro complesso, in questo caso su quelli dei Paesi europei.

Al pari delle pubblicazioni già precedentemente sunteggiate ed in parte commentate, va tenuto in conto l’orientamento ideale e culturale degli autori, che è sostanzialmente antiliberista (antiblairiano decisamente nel caso specifico) e definibile con il termine “ liberal”, con una venatura più socialdemocratica di quanto lo sia tale termine nel suo contesto originario statunitense. Del resto gli orientamenti di politica scolastica degli ultimi decenni nei Paesi avanzati sono stati determinati da economisti e statistici, indipendentemente dalle sensibilità e dalle visioni di pedagogisti e psicologi, se non contro di esse.

La sintesi dei contenuti più significativi del testo viene accompagnata con brevi osservazioni, anche collegate alla situazione del nostro Paese.

DISEGNARE IL FUTURO DEI GIOVANI EUROPEI

Introduzione

Z33Secondo il testo, la luna di miele della liberalizzazione è finita dopo la fase trionfale del dopo ’89, ma i processi attivati 30 anni fa’ continuano. Ciò avviene anche se l’incremento di efficienza ed efficacia promesso non si è verificato ed anzi, dopo la crisi del 2008, si è dovuto registrare un taglio delle risorse che colpisce soprattutto i settori deboli della società.

Si è passati dunque dalle grandi promesse di emancipazione sociale attraverso l’educazione, a promesse di mobilità individualizzata attraverso il merito. L’accento viene oggi posto sul profilo personale e sul conseguente destino individuale attraverso un “discorso” individualizzante ed effettive pratiche discriminatorie. La fase della formazione è di fatto divenuta una corsa ad ostacoli nella quale alla scuola viene affidata l’acquisizione del sapere e alla famiglia la funzione di socializzazione.

In questo contesto è centrale l’idea di “scientizzazione” dell’educazione che si realizza attraverso la misurazione delle conoscenze acquisite ed il ruolo centrale che questo dato assume nella valutazione della efficacia della educazione, con la marginalizzazione di effetti più impalpabili e difficilmente misurabili che fin qui erano stati considerati cruciali.

Dal punto di vista della gestione, si è passati dalla amministrazione burocratica alla valorizzazione della gestione “privata”, anche quando venga gestita da un soggetto ed ente giuridicamente pubblici. Sarebbe poi in atto una ricentralizzazione attuata con sistemi più soft attraverso la diffusione di buone pratiche, tavole rotonde, convegni e seminari per attivare una convinzione non coercitiva e l’attribuzione selettiva di risorse alle attività ritenute cruciali dal centro. Viene di fatto attivata una decentralizzazione della “penuria economica”, con la conseguente necessità di attivare dei partenariati per potere disporre delle risorse necessarie.

Quanto ai percorsi di vita dei soggetti, essi non sono più rigidamente determinati da fattori esterni, ma personalizzati, donde la emergenza della Biografie. Le traiettorie individuali non sono infatti solo il risultato delle politiche generali oppure delle scelte dei soggetti operate sulla base di tali politiche, al contrario le previsioni educative e le vite individuali divergono e si frammentano. Donde la teoria del Life Long Learning che prevede la destandardizzazione del percorso di vita, la flessibilizzazione del lavoro e dei percorsi formativi.

z44In realtà sembra realistico rendersi conto che la emancipazione sociale è avvenuta a livello di massa in Occidente dagli anni 60 ad oggi attraverso il miglioramento delle condizioni di vita per tutti. Il fallimento prima di tutto economico dei sistemi di gestione collettivistica, sostanzialmente a causa della indisponibilità umana alla efficienza senza incentivi individuali materiali inevitabili portatori di diseguaglianze, ha dimostrato l’impossibilità se non l’indesiderabilità di un avanzamento omogeneo delle condizioni di tutti e l’inevitabilità delle diseguaglianze. Ora il problema sembra essere principalmente la deadline, oltre la quale la diseguaglianza non tiene, in regimi di democrazia di voto e di comunicazione aperta. La effettiva realtà della polarizzazione economica e sociale a livello dei singoli e dei Paesi è peraltro oggetto di ampio dibattito.

Ma qui viene contestata l’enfasi sulla educazione come strumento di emancipazione individuale, a fronte di una sottintesa ma evidentemente persistente speranza di una crescita comune. Anche se destandardizzazione e flessibilizzazione dei propri percorsi individuali sembrano realtà non del tutto negative.

Sul ritorno alla centralizzazione, ce ne eravamo accorti anche nel nostro Paese, con il crescente e ritornante attivismo del MIUR attraverso-è vero- la moral suasion ed i –pochi- fondi finalizzati pur se quest’ultima misura non è, a dire il vero, una novità. Limiti alla ricentralizzazione sembrano essere oggi piuttosto le limitate capacità del nostro Centro.

Modalità di azione della Unione Europea

z55Le parole d’ordine della UE pongono come obiettivo l’Europa come la società più competitiva, dinamica, knowledge based del mondo. I suoi più importanti ambiti di influenza sono: il Life Long Learning, l’economia della conoscenza, il NPM (New Public Management) ossia le nuove modalità di governo e di gestione dei sistemi formativi.

La sua egemonia si è realizzata attraverso il lancio di queste parole d’ordine ed attraverso la loro prevalenza nel discorso pubblico come metodo di azione e di autorappresentazione: economia della conoscenza-capitale umano, conoscenza-educazione.

L’Unione Europea ha ricoperto oggettivamente un ruolo importante nello sviluppo dei sistemi educativi dei diversi Paesi negli ultimi decenni, non tanto prescrivendo le regole quanto “tagliando fuori” chi non le seguiva, in modo tale che le differenze fra i Paesi, pur mantenendosi, si collocassero all’interno dei limiti da essa indicati.

Non è chiaro però quanto queste parole d’ordine abbiano realizzato il loro impatto sui singoli Paesi. I contesti locali nazionali sono rimasti importanti perché vi si prendono le decisioni ed in tal modo emergono le differenze fra i diversi Paesi. La scuola rimane un servizio istituzionale, deposito della storia della nazione anche in campo educativo.

Ma le scuole sono state fortemente influenzate da parole d’ordine come “individualismo, eccellenza e disponibilità” che danneggiano i non favoriti e che sembrano avere influenzato i genitori e gli allievi più degli insegnanti. Infatti le innovazioni di policy strutturate dal contesto internazionale rimangono ad un livello alto, mentre le strutture inferiori -cioè le scuole con i loro effettivi risultati di apprendimento- sembrano rimanere sostanzialmente invariati. Le idee chiave sulla propria funzione – come per esempio in Francia l’attenzione a creare le élite – non sembrano mutare nel tempo breve.

La catena di trasmissione fra Enti sovranazionali e mercati, Stati nazionale e loro decisioni, determinate da temi elettoralmente attrattivi, e le scuole sembra avere punti di debolezza.

Tuttavia, nel contrasto fra sistemi educativi nazionali insufficientemente flessibili e panorama internazionale crescentemente concorrenziale -minor costo della manodopera, sviluppo scientifico galoppante- le competenze chiave “rinfrescabili” sono viste come una soluzione.

z44Senza dubbio l’aspirazione ad essere una società della conoscenza è valida per l’Europa che, in presenza di alti costi del lavoro e di scarsità di materie prime, può contare solo su un knowhow più alto. Ma quale conoscenza? Quella umanistica da “rentier” verso cui i suoi giovani si orientano? E se non fosse una buona battaglia? [1] Il problema dello scarso orientamento dei giovani verso le formazioni STEM non è infatti solo italiano anche se nel nostro Paese si presenta in forma virulenta.
Le osservazioni sul reale impatto delle parole d’ordine europee sembrano molto interessanti per comprendere la situazione italiana. Con la differenza che in presenza di un sistema statale fragile e di un sistema scolastico indebolito dall’interno dal corporativismo, il peso dell’influenza europea non si è dimostrato molto efficace nel campo della scuola.
Anche valida pare l’osservazione che le parole d’ordine sono venute da decisori esterni e accettate più dalla società nel suo complesso (genitori ed allievi) che dagli operatori interni della scuola.

Decentralizzazione

z66Le riforme centrate sul tema della devoluzione e dell’autonomia paradossalmente sono state realizzate con la metodologia top-down, ovvero dall’alto in basso: questo spiega anche le difficoltà attuali ad agire in partenariato fra il centro e la periferia. La contraddizione potenziale risulta evidente se ci si domanda come mettere insieme l’autonomia delle scuole con il liberismo del New Public Management basato sul controllo dei risultati attraverso il raggiungimento di obiettivi definiti dall’alto.

In tutti i Paesi gli insegnanti ritengono che ci siano troppe riforme dall’alto senza tenere conto dei risultati. Per questo è entrata in campo nella definizione dei provvedimenti legislativi ed amministrativi la impostazione bottom-up.

Ma la contraddizione sembra oggettiva perché mentre in basso nelle scuole prevale in linea di massima l’interesse all’ inclusione, in alto fra i decisori sembra esserci un maggiore tendenza alla differenziazione con nuove forme di selezione attraverso caratterizzazioni dei diversi percorsi, frammentazione e desincronizzazione.

z44E vero, la decentralizzazione e l’autonomia anche da noi sono venute dall’alto e le scuole ne hanno colto soprattutto gli aspetti più superficiali (calendari etc…). Anche perché l’impossibilità di gestire il personale in modo flessibile lo ha reso inapplicabile. Va peraltro ricordato che le indagini internazionali tendono a dimostrare che l’autonomia di per sé non migliora il livello degli apprendimenti se non è accompagnata da controlli esterni, anzi… Quanto all’impostazione bottom-up, Jaap Schaerens nel suo ultimo testo ne ha mostrato tutti i limiti, poichè non sembra realistico ipotizzare da parte del corpo insegnante tutto capacità di progettazione didattica ed organizzativa che debbono essere delegate ad altre professionalità. Altra cosa è la necessità di attivare rapporti di feed-back e di consultazione.

Transizione ovvero Politiche di uscita dalla scuola dell’obbligo e dalla scuola secondaria superiore in rapporto al mondo del lavoro

z77In questa fase vi sono, per quanto riguarda le strutture educative, Paesi integrati, Paesi a basso livello di differenziazione e Paesi ad alto livello di differenziazione. Due sono gli elementi cruciali: 1) la più o meno precoce età della transizione, 2) la stratificazione della secondaria.

Tali differenti strutture vanno problematizzate, collocate e spiegate storicamente, non considerate come “naturali”. Ne va compresa l’importanza nel definire le traiettorie educative.

I sistemi comprensivi (integrati) sono più soft fino ai 14 anni ma poi non risultano essere più equi dei selettivi (ad alto livello di differenziazione), anche perchè la individualizzazione delle scelte lascia i soggetti più soli.

Gli operatori della scuola hanno una doppia faccia: da un lato rivendicano di lavorare per l’equità, dall’altro sono necessariamente protagonisti di un processo di selezione/riorientamento. L’individualismo della scelta e la prospettiva del Life Long Learning collocano gli individui nel percorso che era loro destinato. La stratificazione sociale rimane inalterata e si rafforza in quanto viene “scientificamente” provata dai livelli di prestazione stratificati delle valutazioni standardizzate. Le consulenze esperte non cambiano significativamente i percorsi tracciati dal capitale sociale, mentre è decisivo il sostegno e l’orientamento delle famiglie. In ultima analisi attraverso la school choice (scelta della scuola) assistiamo ad una vera e propria “parentocrazia”.

La guida di supporto alla carriera è stata internalizzata o esternalizzata in modo light, ma cresce di importanza perchè legata al drop-out che costituisce un significativo problema dei sistemi scolastici. Gli studenti svantaggiati vorrebbero un orientamento più individualizzato ed una scuola più pratica.

z44Probabilmente il taglio anti individualizzante, antimeritocratico ed anticoncorrenziale risente del clima esasperato in questo senso delle società anglosassoni. Secondo un’interpretazione di ispirazione foucaultiana del testo, le tre parole d’ordine europee sono a copertura di quella che viene ritenuta la abituale funzione di riproduzione sociale della scuola e servono ad irreggimentare e condizionare i cittadini,a favore del mantenimento delle caratteristiche della società attuale a favore di chi ne trae vantaggio.

Tuttavia sarebbe da ricordarsi che il primo compito della scuola è la “riproduzione” della società incorporando il più possibile i nuovi livelli del sapere, nella battaglia delle diverse società per l’egemonia e/o la sopravvivenza. L’equità è importante per utilizzare tutte le possibili intelligenze in qualunque settore sociale si trovino, per dare un plafond generalizzato cognitivo e comportamentale più alto a tutta la popolazione e non principalmente per astratte ragioni di giustizia. Una parte dei suoi sostenitori sembra pensare che, in nome dell’equità, si debba tenere in minore conto la performance complessiva e le eccellenze e che si debba stare dalla parte dei “vinti”. Anarco-cattolicesimo?: anarco perchè ha in fastidio in generale la gerarchizzazione delle società e ne smaschera con Foucault le coperture sofisticate portate dalla modernità, cattolica per la attenzione agli ultimi, ai poveri etc Non sembra essere preso in considerazione il problema fondamentale cioè se la “economia della conoscenza” sia utile ed indispensabile per la società nel suo complesso a migliorare o semplicemente per rimanere a galla. Prima di dividere bisogna produrre ed è questa la pietra di inciampo su cui son caduti i benintenzionati egualitaristi, in versione foucaultiana o no.

I soggetti sociali: genitori, studenti, scuole ed esperti

z88Le scuole sanno diagnosticare i limiti, ma non le potenzialità degli individui. Di fronte a una situazione molto nuova del contesto le scuole non sono radicalmente cambiate.

I genitori sono più ottimisti delle scuole per quanto riguarda le capacità dei figli ed i loro comportamenti risultano essere o troppo coinvolti o troppo distanti.

Gli esperti proliferano, a dimostrazione della scientificità dei processi educativi, ma la efficacia del loro lavoro è da dimostrarsi soprattutto nel campo dell’orientamento dove sembra scarsa.

Gli studenti tendono a rassegnarsi al loro destino e danno la colpa dei loro orientamenti educativi e professionali, a loro stessi oppure al caso, da cui fanno spesso dipendere le loro scelte.

z44Osservazioni interessanti che paiono sostanzialmente valide anche per la realtà italiana. Per quanto riguarda l’impostazione didattica delle scuole, non si tratta di cattivo carattere dovuto alle frustrazioni della classe docente, ma dell’applicazione nelle aule di una visione del mondo nella quale esiste la negatività, e si ottiene lo sviluppo del bene attraverso la sua limitazione e/o cancellazione piuttosto che per mezzo dell’espansione della positività, anche attraverso l’incremento dell’autoconsapevolezza dei soggetti. Purchè naturalmente non si superino i limiti posti dalla realtà, che è quello che talvolta sembra accadere alle famiglie.

Del pari, sembra acuta l’osservazione dei due estremi di vicinanza o lontananza fra i quali le famiglie sembrano oscillare, in una situazione di probabile reciproca dipendenza.

Gli esperti della educazione sono -non solo in questo caso- un bersaglio ovvio da parte del mondo pedagogico tradizionale e tuttavia non si può che condividere l’osservazione circa la scarsa loro efficacia nel definire i percorsi formativi, a fronte del peso dell’orientamento famigliare e perciò socioeconomico.

La scarsa attitudine degli studenti a comprendere il quadro socioeconomico in cui si collocano le loro scelte va probabilmente ricondotta all’individualismo tipico dell’età, ma anche ad un minore idealismo delle nuove generazioni. Le quali non sembrano, soprattutto ai livelli socioeconomici bassi, condividere i presupposti ideologici circa le predominanti responsabilità della società, tipiche della seconda metà del secolo precedente, rispetto a quelle degli individui nei confronti dei propri destini professionali.

Migrazione

z99Secondo questo testo che si riferisce a varie realtà europee, anche molto diverse da quella italiana, oggi, nella retorica pubblica, la migrazione non è più vista come problema, ma rimangono tensioni sulle sue ricadute in campo educativo.

I Paesi europei hanno contesti e politiche diverse nei confronti dell’immigrazione. Ad esempio Italia e Germania orientano le loro politiche verso l’integrazione, mentre ad esempio la Gran Bretagna e l’Olanda attraverso le scuole di tendenza da tempo praticano il multiculturalismo. Ma tutti non pensano di cambiare radicalmente le strutture bensì di estendere e rafforzare quelle esistenti.

All’Est poi spesso si tende ad affermare e praticare in proposito la political correctness allo scopo specifico di ottenere una buona immagine nei confronti dell’Unione Europea e conseguentemente fondi.

Aver avviato attività compensative con una grande sottolineatura del possesso della lingua ha poi rafforzato la sensazione che gli immigranti siano un problema. Anche perché le percentuali di fallimento non sono diminuite significativamente e i successi non sono aumentati.

E’ poi giusta la eguaglianza migrazione-svantaggio? Ancora oggi l’immigrazione è vista soprattutto come un modo per procurarsi manodopera a basso costo: al contrario si tratta anche di giovani caratterizzati da un alto potenziale, anche per il loro desiderio di miglioramento che spesso li spinge ad impegnarsi più degli autoctoni. Per i migranti dunque attraverso lo sviluppo delle loro conoscenze è utile passare dai diritti acquisiti per nascita a quelli legati alla partecipazione allo sviluppo della società.

La focalizzazione dell’attenzione sul mercato del lavoro e sulle competenze strumentali di base marginalizza il ruolo della scuola nello sviluppo di competenze nascoste, sottese e di carattere generale; la qual cosa è particolarmente importante per i migranti.

z44Al di là della parte analitica largamente condivisibile, non si può non notare che in forme meno evidenti prosegue qui la polemica tradizionale contro le valutazioni standardizzate delle competenze di base. Tuttavia, senza un accettabile supporto linguistico, anche le competenze di carattere generale difficilmente potranno essere dispiegate ed utilizzate. In prospettiva si stanno rivelando sempre più fondate le osservazioni circa l’impegno significativo di una parte – non tutti – dei giovani immigrati. In questo come in altri casi è però decisiva la volontà e la capacità di separare il grano dal loglio, se si vorrà valorizzare il grano a vantaggio anche del Paese ospitante.

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[1] Claudio Giunta, 2017, E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’Istruzione Umanistica, Ed. Il Mulino
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