Ignorati due aspetti nuovi della FP
Nello scrivere i commi 1) e 2) dell'art. 68, il legislatore dimostra di non conoscere due questioni importanti:
1) i nuovi utenti della formazione professionale.
2) La nuova situazione dei CFP (Centri di Formazione Professionale).
1) Gli allievi dei corsi professionali di primo livello sono cambiati. In passato erano giovani delle classi sociali meno abbienti, oggi la maggior parte dei giovani che non proseguono gli studi o che li abbandonano precocemente, non lo fanno per motivi economici . Ad approdare alla formazione professionale sono quelli che hanno concluso la scuola media con quel verdetto di “sufficiente” che suggella una infausta carriera scolastica. La scelta della formazione professionale rimane un ripiego, ma di tipo diverso: non la scelta obbligata dei poveri, ma quella dei “somari”. A chi non possiede la necessaria tolerance for education , se non decide subito di abbandonare la scuola, non resta che il “breve corso di formazione professionale”. Questo significa che a questo livello di formazione accedono ragazzi e ragazze che desiderano affrettare l'ingresso nel mercato del lavoro acquisendo una qualifica professionale, ma anche giovani con difficili problemi di orientamento, di inserimento sociale, di ridefinizione della propria identità. Un incerto confine separa questi ultimi da altre nuove categorie: handicappati ed ex tossicodipendenti . Cresce un'utenza problematica. È per queste persone servono interventi educativi di orientamento personale prima che scolastico e professionale, che richiedono professionalità complesse, interazioni significative con famiglie servizi sociali, strutture di accompagnamento progettate per interventi di medio-lungo periodo.
2) Questa ignoranza dell'utenza della formazione professionale e dell'apprendistato si accompagna all 'ignoranza sulla situazione dei centri di formazione professionale, oggetto di malintesi, alimentati anche dalla difformità nelle prestazioni dei centri stessi. Si ritiene con disinvoltura che la formazione professionale di primo livello sia un retaggio parassitario del passato, e in base a questo tipo di considerazioni, in molte regioni i finanziamenti per i corsi post-licenza media, negli anni scorsi, sono stati ridotti a favore dei corsi post-diploma. In realtà, numerosi centri di formazione sono stati costretti a rinnovarsi , almeno per tre motivi:
a) La presenza di una nuova utenza giovanile che non è disposta non solo ad assoggettarsi al regime scolastico, ma nemmeno a quella disciplina di fabbrica che in passato regnava nei centri.
b) l'aumento degli abbandoni (che – a differenza delle scuole – i centri pagano con una riduzione dei finanziamenti regionali),
c) la crescente esposizione a una cultura internazionale della formazione stimolata dall'Unione Europea. I centri di formazione professionale infatti, più della scuola di Stato, da anni sono chiamati , per poter accedere ai finanziamenti del fondo sociale europeo, a entrare in relazione con partner di altri paesi dell'Unione, a progettare insieme attività di formazione, a confrontarsi sui risultati raggiunti.
Così, nella progettazione e nella realizzazione dei percorsi formativi nella formazione di primo livello compaiono con sempre maggiore frequenza alcuni tipi di innovazione, come i moduli di orientamento o di accoglienza, gli stage, i bilanci di competenza, l'accompagnamento all'inserimento lavorativo.
Se tutto questo è vero, bisogna ammettere che la via percorsa dal “diritto-dovere” era più funzionale al riconoscimento della diversità qualitativa dei percorsi. E i passi vanti si sono visti subito, sia con la diminuzione degli abbandoni, che con il successo dell'offerta presso i ragazzi e le ragazze “sufficienti”. Bisognava migliorare questi percorsi, investire in qualità e trasparenza, arricchendo, anche nell'apprendistato, i contenuti irrinunciabili richiesti per un positivo inserimento sociale, senza però imporre gerarchie culturali, didattiche ed organizzative, cioè “liceali”.
Per queste ragioni, per la sottovalutazione dei risultati dell'esperienza e per l'impostazione troppo legata a prinicipi astratti – per quanto sostenuti da buone intenzioni – la scelta dell'”obbligo all'istruzione” risulta una scelta conservatrice, decisamente meno in grado di favorire soluzioni e sviluppi efficaci rispetto all'impostazione, anch'essa imperfetta ma più “laica” e concreta, del “diritto-dovere all'istruzione e alla formazione”.