Addio agli insegnanti specialisti d'inglese

 

   Il contenuto dell'art. 66 comma 1 lettera e)

Il comma 1, lettera e) , prescrive (tramite apposito decreto ministeriale) l'adozione di un piano biennale di formazione (eventualmente anche a distanza) dei docenti di scuola primaria per l'insegnamento dell'inglese; ciò al fine di dare attuazione alle previsioni dell'art. 1, c. 128, della legge 311/2004 (1). Quest'ultimo aveva previsto che l'insegnamento della lingua straniera nella scuola primaria (2) fosse impartito dai docenti della classe in possesso dei requisiti richiesti o, in subordine, da docenti inclusi nell'organico di istituto in possesso dei requisiti; solo qualora tale procedura non avesse soddisfatto il fabbisogno, avrebbero potuto essere assegnati posti a docenti cosiddetti “specialisti” (impegnati esclusivamente nell'insegnamento della lingua straniera in sei o sette classi). Si disponeva a tal fine la realizzazione di corsi di formazione, la cui partecipazione era obbligatoria per i docenti privi di requisiti (3). Secondo la relazione tecnica al ddl finanziaria, la disposizione si rende necessaria a causa delle misure di contenimento della spesa - adottate nel 2005 - che hanno impedito all'amministrazione di realizzare i corsi sopra citati

Un'inversione di rotta?

È la prima volta che si mette in discussione – giustamente - l'applicazione della legge sui moduli. Con la fine degli “insegnanti specialisti”, non solo si incide sugli organici in modo consistente, ma si ammette implicitamente che la via seguita da più di dieci anni, quella in sostanza di “secondarizzare” i curricoli elementari, era sbagliata.
Chi ricorda il dibattito sul sistema “tre maestre per due classi” sa che questo team doveva assolvere a tutte le esigenze didattiche delle classi (insegnamento della religione, integrazione dell'handicap, lingue straniere, ecc.) con un accento particolare ad una organizzazione fortemente integrata (di gruppo, la cosiddetta “cotitolarità”) e la “rotazione.
Niente di tutto questo è avvenuto in questi anni. Al contrario:

Questa organizzazione, che non ha esempio in nessun paese d'Europa, è dovuta alla gestione accentrata e “poco rigorosa”degli organici. Si è operato nel senso di mantenere alta la domanda di posti, senza alcuna analisi qualitativa del modello “modulare”, che è rimasto sostanzialmente rigido, nonostante l'autonomia organizzativa delle scuole, e senza peraltro creare condizioni di lavoro “distese” per le insegnanti, che spesso vivono in situazioni di forte stress.

Quindi il superamento delle specialiste in inglese potrebbe costituire una giusta inversione di rotta , ma il metodo del “corsetto” è mediocre e avrà risultati nulli o quasi sulle competenze dei bambini. Per ottenere un risultato significativo e stabile nel tempo bisognava partire dalle scuole di formazione delle insegnanti della scuola primaria (ma anche degli altri insegnanti), istituendo in quella sede corsi ed esami per l'apprendimento “certificato” della lingua straniera.

(1) - Legge finanziaria 2005.
(2) - Si ricorda che l'insegnamento di una lingua straniera nella scuola elementare era stato introdotto dalla legge148/1990 (inizialmente a partire dalle classi terze); successivamente l'articolo 2, comma 1, lettera f) della legge n. 53/2003/ (cosiddetta “legge Moratti”) ha introdotto in maniera generalizzata lo studio della lingua straniera; il successivo provvedimento di attuazione – D.Lgs. 59/2004 (recante norme generali relative alla scuola dell'infanzia ed al primo ciclo di istruzione) ha fatto riferimento alla lingua inglese (art. 5).
3( )- La misura avrebbe dovuto comportare - secondo la relazione governativa - un recupero sul posto comune di almeno 7.100 docenti (impegnati esclusivamente nella didattica della lingua straniera) per ciascuno degli anni scolastici 2005-2006 e 2006-2007.


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