Franco Piccinelli


Franco Piccinelli è uno dei maggiori narratori di memoria collettiva e di epica contadina. Piemontese di Neive, nelle Langhe cuneesi, vive a Roma. Giornalista radiotelevisivo conduttore di popolari programmi sulle realtà della provincia italiana. Tradotto in inglese, francese e tedesco, rappresentato in teatro, vincitore di importanti premi letterari.
Fra i romanzi di maggiore successo, Suonerà una scelta orchestra, Bella non piangere, Paura a mezzogiorno, Tersilio Manera contadino, I giorni del patriarca, Fino all'ultimo filare, La grande casa, Italiaddio, Tre civette sul comò, Domenica d'ottobre, La sfida, Gli avvoltoi, Il treno delle sei, Un amore italiano, La pioggia del diavolo.
I titoli di poesia: Un terribile gioco, Sapore di terra, Luna di luglio, Stagioni.
È in antologie scolastiche e varie Storie della letteratura italiana.

 

Fedele a se stesso (1994)

La giacca del preside era doppiopetto, rigorosamente abbottonata, imbottita di spalle, ampia di falde, appena modellata attorno ai fianchi. Per ritrovare una giacca così bisogna riferirsi al modello che indossavano i sottosegretari di Stato sempre tronfi nei nostri primi governi repubblicani, e non di rado anche più in qua.

Il preside approdava all'edificio scolastico prima di tutti suoi addetti, prima di tutti i suoi frequentatori. Percorreva a piedi la via dove si stavano alzando le serrande dei negozi, tirate su manualmente dopo un semplice giro di chiave nella serratura perché il metallo ondulato di una saracinesca era deterrente bastevole a dissuadere i ladri.

I bottegai lo salutavano, «Buongiorno, signor preside», e lui rispondeva sollevando il cappello di quanto bastava per far comprendere che ricambiava l'omaggio ma senza troppa familiarità.

Doveva essere per forza severo e rigoroso, il preside: sennò non sarebbe stato preside. E quand'anche, nell'intimo, la sua indole fosse diversa, doveva apparire secondo l'immagine alla quale s'ispiravano i numi tutelari della scuola, intesa come istituzione educativa.

Il suo ufficio (egli mai lo avrebbe chiamato stanza, e meno che mai lo avrebbero chiamato così i suoi sottoposti) era arredato con una mobilia di stile cavouriano, come s'immagina dovessero essere scrivanie, scranni, sedie e bergère nel Parlamento subalpino.

Il preside esercitava la sorveglianza su tutto: ma siccome rimaneva sempre chiuso nel loculo di memorie, veniva informato attraverso una rete di informatori che si proponevano per tali con l'intento d'ingraziarselo, ignorando di riceverne sotterraneo disprezzo.

Se da lui convocati, si faceva un esame di coscienza nel procedere lungo il corridoio di mattonelle alla veneziana che introduceva alla sala di presidenza, protetta da una doppia porta. E i bidelli commiseravano lo sventurato, senza nemmeno il coraggio di fargli coraggio, anche perché questa duplice coincidenza avrebbe rischiato di sembrare complicità.

Le mancanze più gravi si riconducevano alle assenze ingiustificate, alla falsificazione delle firme, alla colpevole scarsità di rendimento. Si ascoltavano reprimende, paternali e ramanzine, a capo chino, con il viso in fiamme, con la stessa confusione nella testa di una prova d'esame troppo sofferta o di una semplice interrogazione anomala, cioè non prevista, giunta a tradimento.

Pareva che il preside non fosse mai stato giovane infatti non era tenero nemmeno con le timide sperimentazioni dei professori avventizi sui quali incombeva lo spettro di inopinabili censure, nel caso non si fossero subito convertiti a una rigorosa ortodossia.

Essendo poi canuto e greve il ministro della pubblica istruzione, ancor più intransigente il provveditore agli studi, imbottito di regolamenti l'ispettore scolastico che, pur non avendo voce sugli Istituti superiori, gli faceva comunque giungere il controcanto, di necessità il preside incarnava una sorta di giustizia divina nel momento in cui, mi perdoni l'Altissimo, essa giunge da un percorso irato,

La disciplina era il suo vero pallino, lo suggestionava: al punto che preferiva un'aula in assoluto silenzio, compresa la voce del docente, rispetto al vociare di una classe coinvolta in uno scambio di idee filosofiche, di esercizi socratici sollecitati da chi stava in cattedra e non si limitava a spiegazioni fredde.

Quindi piaceva molto, al preside, la compostezza, nel senso della castigatezza comprendente l'abbigliamento, il comportamento, il lessico. Se le allieve erano tenute a indossare il grembiule nero, come le insegnanti, gli alunni maschi godevano del privilegio d'indossare nei banchi gli abiti predispostigli a casa, analogamente al professore uomo. E su queste vestimenta s'appuntavano gli occhi critici del preside, che non potendo interferire scrollava tuttavia la testa, o giungeva le mani di fronte alle stravaganze. E da esse ricavava una scarsa disposizione allo studio, non di rado sbagliando.

Ma nell'intimo il preside non era poi così cerbero. Sarebbe stata tenuta per incapacità, o per resa, ogni sua avvisaglia di dolcezza, in un mondo duramente formalista. Era sì padre, ma era preside anche con i propri figli. Tuttavia, se puniva era il primo a dolersene, quasi che la mancanza stigmatizzata dovesse farsi risalire a una lacuna della scuola piuttosto che dell'allievo. Quindi soffriva doppiamente.

Un fatto è certo: dei presidi insignificanti svanisce tosto la memoria; del preside fedele a sé e a ciò che la scuola, allora, a lui chiedeva, rimane il ricordo, rivalutato dall'incanto della giovinezza antica.

Franco Piccinelli, C'era una volta l'Italia, Roma, Newton Compton, 1994, 166-167.

 


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