Marcella Olschki


 

 

 

 

 

 

 

 

Marcella Olschki (1921-2001) giornalista e scrittrice, fu collaboratrice del «Mondo» e de «La Città», scrisse sul «Giornale di Brescia». Autrice di Terza liceo 1939.. Vinse il premio Bagutta nel 1956.

"Aulisi Gaetano", rispose (1955)

27 ottobre. La data, per il profano, non significa nulla. E invece, per noi ragazzi, essa aveva un doppio significato: di gioia e di noia. Gioia, perché il giorno dopo sarebbe stata vacanza, noia, perché una ricorrenza dal significato così profondo non avrebbe potuto passare sotto silenzio, e a noi sarebbe stata inflitta la penosa anteprima della commemorazione. Da tredici anni. Dalla prima elementare alla terza liceo. Ogni 27 ottobre. in tutte le classi, si sarebbe improvvisamente aperta la porta, e dopo uno scambio di saluti col professore, seccatissimo per la lezione interrotta, il Preside si sarebbe seduto in cattedra e, con aria solenne, avrebbe incominciato il discorso di rito. Lo avrebbe cominciato invariabilmente col pronunciare una grande verità:"Domani è il 28 ottobre». Questo 28 ottobre! Quanti discorsi, quante chiacchiere, quanta retorica per il 28 ottobre, e quanti temi!

Dal Come avete trascorso la giornata del 28 ottobre di seconda elementare, al Significato storico ed etico della Marcia su Roma di terza liceo. Il Duce, il Duce, il Duce! Il 28 ottobre, il 28 ottobre, il 28 ottobre! Non avevamo davvero altra ragione che quelli della vacanza, per amare il 28 ottobre, ma per odiarlo sarebbe bastata la innumerevole serie dei temi su cui abbiamo dovuto sudare. Argomento, sempre lo stesso: ma col passar degli anni doveva essere infiorettato di aggettivi, agghindato da frasario elegante, punteggiato di esclamativi, bardato di voli pindarici, infiocchettato come un bove che va alla fiera. Ma a trascinare il bove riluttante alla fiera, non visti, sarebbero stati anche i genitori delle vittime che, stanchi del quotidiano lavoro, si sarebbero visti arrivare i ragazzi la sera con l'aria di chi non sa più che pesci prendere, e un quaderno in mano. «Papà, non mi riesce il tema. Mamma, mi aiuti un pochino?». E i poveri genitori, messo da parte il giornale o il libro, mormorando sotto voce (per carità, che nessuno senta!): «Vai, ci risiamo», avrebbero cominciato, anche loro, press'a poco così: «Il 28 ottobre 1922, alla testa di una colonna di intrepidi, un Uomo, Benito Mussolini..."ecc. ecc. ecc.

Quel 27 ottobre era un 27 ottobre come tutti gli altri dodici che lo precedettero. In classe le attività erano scarse. Presto sarebbe entrato il Preside. La nostra lunga esperienza ce lo diceva, e lo diceva anche al professore che traccheggiava perdendo tempo. Ogni tanto, nel corridoio, sentivamo una porta aprirsi, lo scalpiccio dei ragazzi che si alzavano in piedi, poi la porta richiudersi. E aspettavamo il nostro turno. Il professore, che avrebbe avuto un argomento interessante da trattare, sembrava assorbito in contemplazione di un registro aperto ma per oggi non usato, qua e là si sfogliavano i giornali, qualcuno si puliva le unghie un altro incideva due iniziali e un cuore sul banco, la Lisetta e Mario si scrivevano un bigliettino.

L'unico che come al solito non faceva assolutamente nulla era l'Aulisi. L'Aulisi era un sognatore. Stava vicino alla finestra e la finestra era il suo regno. Si nascondeva un pò dietro la testa del compagno davanti, poggiava i gomiti sul banco, si prendeva la testa tra le mani, guardava fuori e sognava. Dalla sua finestra si vedeva Piazza del Risorgimento. Il giardino con i pini rachitici, le poche panchine, i bambini col cerchio, e poi, tutt'intorno, le case bianche, i balconi con le serve che battono i materassi, qualche gatto pigro, e giù in piazza, ogni tanto, un automobile. L'Aulisi conosceva tutte le marche di automobili dal rumore del motore.

Era la lunga pratica delle scommesse con se stesso durante le lezioni noiose. Prima che la macchina voltasse l'angolo, lui sapeva già, e quando questo gioco diventò per lui uno scherzetto da bambini, inventò la scommessa su quante persone ci sarebbero state dentro, e secondo che vincesse o perdesse, la prossima interrogazione sarebbe andata bene o male. Ma la sua fantasia si sbrigliava in mille altri modi: se la vestaglia della signora di fronte, oggi, sarebbe stata quella a fioroni o quella di velluto bleu, se al balcone a destra sarebbe comparsa prima la serva bionda o quella bruna, se il postino, anche oggi, avrebbe avuto posta per il numero 37. L 'Aulisi era al corrente di tutto quello che si svolgeva in Piazza del Risorgimento, conosceva nomi e fisionomie, aveva simpatie e antipatie, sapeva perfino certi segreti che nessuno avrebbe voluto fossero condivisi, e che aveva scoperto osservando giorno per giorno le abitudini di certe persone.

Ma la sua gioia più grande era di alzare gli occhi verso i tetti. Posato lo sguardo lassù, l'Aulisi si sentiva allargare il cuore, dimenticava completamente dove si trovava, chi gli era accanto, e non sentiva più nemmeno la voce monotona del professore che spiegava, spiegava, spiegava. Lassù seguiva il volo dei piccioni, l'incrociarsi dei passerotti, sapeva dove avevano il nido le rondini; poi gli occhi si levavano ancora più in alto e si sperdeva con tutto se stesso in contemplazione del cielo così azzurro e terso. E gli veniva da sorridere. Si vedeva lassù, sul tetto, e immaginava di essere tanto in alto, e guardava in giù, e vedeva le persone come formiche, avanti e indietro, avanti e dietro. E vicino a lui volavano gli uccelli che non avevano paura. Gli volavano sulle spalle e sulle mani tese, nel sole tiepido, e lui si sentiva tanto libero e tanto felice.

L'Aulisi, quel 27 ottobre, era sul tetto. Sorrideva beato. Era ancora sul tetto quando entrò rumorosamente il Preside, urtando nella porta a vetri coi fianchi opimi, e vi rimase anche quando si sentì in piedi nel banco e alzò il braccio destro nel saluto fascista. Non era, per l'Aulisi, giornata da discorso commemorativo.

Fuori c'era il sole, il cielo era azzurro sui tetti, gli uccelli si davano un gran da fare. E non perché il 27 ottobre fosse il giorno che precede il 28, ma perché quello era un autunno ricco e pieno, e perché l'Aulisi quel giorno non chiedeva altro se non che lo si lasciasse sognare. Fu felice quindi quando il Preside si sedette pesantemente sulla poltrona dietro la cattedra, giungendo le mani alla fronte per concentrar meglio il pensiero. Il professore gli stava accanto, sull'attenti, perché sapeva che si sarebbe parlato del Duce.

E il Preside, ahimè! incominciò a parlare. Abbracciando con lo sguardo tutta la classe, ci annunciò che domani sarebbe stato il 28. E piano piano, presa la rincorsa iniziale, si lasciò andare a scintillanti acrobazie retoriche, a voli pindarici meravigliosi, dimenticandosi di cosa stesse parlando nell'ebrezza delle parole che sgorgavano facili per la lunga abitudine, quasi si raggruppassero da sé senza sforzo a far vibrare le corde vocali, mentre il cervello non vi aveva la minima parte. Ma come erano belle le immagini che la sua abilità oratoria creava in noi! Evocato dalle sue parole, vedevamo i~ corteo in camicia nera sfilare davanti ai nostri occhi, tutti questi begli uomini dall'aspetto virile e la faccia coraggiosa, il braccio destro perennemente levato in alto, il sinistro sul cuore. E a poco a poco le camicie nere diventavano d'oro, e gli uomini rudi erano circondati da un alone e si moltiplicavano, diventavano centinaia, migliaia, milioni. E qui, improvvisamente, nei nostri cervelli si formò il vuoto pneumatico. Come quando, la sera, si cominciano a contare migliaia di pecore, e poi, tutt'a un tratto, sopravviene il sonno.

Ma il Preside se ne accorse. Capì che sì era troppo ubriacato di parole e aveva perso il filo. Per noi, il filo si era spezzato. Allora il Preside tacque un momento, soppesando il significato di quaranta facce assenti. E in questo breve momento ritrovò il filo. Cambiò il tono di voce che diventò tonante, colossale, e rimbombò nell'aula silenziosa. Eravamo giunti al momento della domanda retorica che, a quei tempi, segnava quasi sempre la fine del discorso commemorativo. Tutta la classe fece qualche movimento. Ripresero i contatti interrotti tra gli orecchi e il cervello: eravamo tutti presenti a noi stessi. Ma l'Aulisi no. L'Aulisi era ancora sul tetto, coi passerotti sulle mani e le rondini sulle spalle. E non aveva la minima intenzione di tornare in classe.

Il Preside rosso per lo sforzo, vibrò un terribile colpo sulla cattedra col pugno chiuso. Il legno secco rispose come un tuono. «E come si chiama quest'Uomo», urlò - e pronunciò bene l'«u» di uomo perché si capisse che era pensato con la maiuscola -, «quest'Uomo, che ha riportato le aquile romane in Roma?». Pausa. «Quest'Uomo», riprese, «che ha salvato la Patria dal baratro della rivoluzione bolscevica?». Il compagno davanti all'Aulisi si spostò un pochino e si mise una mano sull'orecchio. Il Preside sfondava i timpani.

«Come si chiama quest'Uomo», gridò di nuovo il Preside in un parossismo di fede, «che ha portato l'Italia al primo posto tra le nazioni del mondo?». E a questo punto vide l'Aulisi sereno, sorridente, che guardava verso i tetti. Lo fissò. L'Aulisi continuò a bearsi di sole, lassù in alto. Il Preside si alzò in piedi, senza perdere d'occhio l'Aulisi. «Come si chiama quest'Uomo», disse con la voce sprezzante che usava il Duce prima di buttarsi a capofitto, con un crescendo potentissimo, nella frase finale, «quest'Uomo che ha reso all'Italia il suo Impero?». Puntò il dito fremente verso l'Aulisi. «Come si chiama?» urlò. Nessuna risposta. «Come si chiama?», gridò ancora con la gola strozzata.

L'Aulisi improvvisamente ruzzolò dal tetto. Spaventatissimo si ricordò di essere in classe, vide il dito minaccioso, sentì l'eco furibonda della domanda tonante. Si alzò in piedi, rosso, confuso, sotto una nuova gragnuola di «Come si chiama? Come si chiama?».

"Aulisi Gaetano", rispose.

M. Olschki, Terza liceo 1939, Palermo, Sellerio editore, 1993, pagg. 51-57.

 


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