Witold Gombrowicz


Witold Gombrowicz (Maloszyce, Kielce, Polonia, 4 agosto 1904 - Vence, Nizza, Francia, 24 luglio 1969) è considerato uno dei maggiori scrittori polacchi del XX secolo, attivo dal 1930 fino alla sua morte.

«Sono nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato»

Negli anni '10 i Gombrowicz si trasferiscono a Varsavia, dove Witold compie gli studi laureandosi in legge nel 1926, dal 1939 al 1963 visse in Argentina. I libri di Gombrowicz sono caratterizzati da una satira nei confronti della società che da luogo a una visione della realtà deformata e grottesca. All'inizio degli anni '60 inizia ad avere successo Europa, nel 1963 lo scrittore lascia l'Argentina, invitato a Berlino dalla Fondazione Ford.

Un corpo docente selezionato 

Il fiato mozzo, il cuore in tumulto, assistevo alla congiura, quando Pimko apparve sulla porta della scuola e mi fece segno di seguirlo dal Preside Piorkowski. Riapparvero i piccioni e sbattendo le ali si appollaiarono sullo steccato dietro il quale stavano le madri. Percorrendo il lungo corridoio scolastico cercai febbrilmente un modo per riuscire finalmente a spiegarmi e protestare, ma inutilmente, poiché Pimko, sputando in ogni sputacchiera che trovava, mi ingiunse di fare altrettanto, e quindi non ci fu nulla da fare... finché, così sputacchiando, giungemmo all'ufficio del preside Piorkowski. Piorkowski, un omone colossale, ci accolse restando seduto in modo assoluto e possente ma benevolo. Sii affrettò a farmi ganascino, creò un clima di corta, mi prese per il mento. Invece di protestare feci un inchino, mentre il preside con vocione di basso, diceva a Pimko sopra la mia testa:

"Benedetto sia culetto, professore carissimo! Dio la rimeriti per il nuovo allievo, egregio collega! Se tutti sapessero rimpicciolire come lei, saremmo il doppio più grandi di quanto già non siamo! Culetto culetto e sempre culetto! Ma lo sa che gli adulti rimpiccioliti e cuculizzati artificialmente rendono anche meglio dei bambini allo stato naturale? Benedetto il culetto, senza allievi niente scuola, e senza scuola niente vita! Non ci dimentichi, mi raccomando! Il mio istituto merita il massimo appoggio, i nostri metodi di cuculizzazione non temono confronti e il nostro corpo insegnante è selezionato con la massima cura. Vuol vedere il nostro corpo?"

"Con molto piacere," rispose Pimko. 'Si sa che niente influisce sullo spirito quanto il corpo."

Il preside socchiuse la porta della sala professori, i due uomini vi gettarono uno sguardo discreto e io li imitai. Mi prese un colpo. Nella grande stanza gli insegnanti sedevano attorno a un tavolo, bevendo tè e sbocconcellando panini. Mai m'era successo prima di vedere una simile accolta di squallidi vecchietti. La maggior parte tirava su rumorosamente, uno biascicava, un altro grufolava, un terzo succhiava, un quarto aspirava, il quinto era triste e calvo, e quanto alla professoressa di francese gli occhi le lacrimavano e se li asciugava con la cocca del fazzoletto.

"Non per vantarmi", disse il preside con orgoglio, "ma il nostro è un corpo selezionato con cura, quanto di più spiacevole e scostante offra il mercato. Non un solo corpo simpatico, tutti corpi pedagogici, come può ben vedere; e le poche volte che mi trovo ad assumere un insegnante giovane, faccio sempre in modo che abbia almeno una caratteristica repellente. Il professore di storia, ad esempio, purtroppo è nel fiore degli anni e a prima vista parrebbe passabile ma, se ci fa caso, è strabico." - "La professoressa di francese però mi pare simpatica", osservò Pimko in tono confidenziale.

"Balbetta e lagrima."

"Ah bé, in tal caso... Ha ragione, non me ne ero accorto. Ma non trova che abbia un'aria interessante?"

"Per carità: non riesco a parlarci un minuto senza sbadigliare due volte."

"Allora è un altro paio di maniche. Ma hanno il tatto, l'esperienza e la consapevolezza indispensabili per una missione importante come l'insegnamento?"

"Sono i migliori cervelli della capitale," replicò il preside.

"Non ce n'è uno che abbia un'idea sua. Se solo a qualcuno dovesse venirgliene una, ci penserei io a far sloggiare l'ideatore. Sono nullità innocue, solo quel che c'è nei programmi scolastici! No, no, nessun pericolo che gli venga un'idea originale."

"Santo culetto," disse Pimko, "vedo che lascio il mio Gingio in buone mani. Sa, non c'è nulla di peggio di un insegnante simpatico, specie poi se provvisto di opinioni personali. Solo un professore veramente noioso è capace di istillare negli allievi quella bella immaturità, quella simpatica inefficienza e inettitudine, quell'insipienza della vita tipica della gioventù, in modo che noi, veri pedagoghi per vocazione, possiamo farne il nostro campo d'azione. Solo con l'aiuto di un personale veramente adeguato possiamo riuscire a puerificare il mondo."

"Sssh.," replicò Piorkowski tirandolo per una manica, "Certo, certo, per il culetto! Ma parli piano, non gridi così!"

In quel momento un corpo si rivolse a un altro corpo e gli sussurrò:

"Eh, eh... hm... Che si dice? Che si dice, caro collega?" "Che si dice?" rispose il corpo. "Calano i prezzi. "Calano?" disse il primo corpo. "Vorrà dire rincarano." "Rincarano?" chiese il secondo corpo. "No no, qualcosa è ribassato."

"I panini no di certo," borbottò il primo corpo cacciandosi in tasca un avanzo di panino.

"Li tengo a dieta," sussurrò Piorkowski. "È l'unico modo per renderli anemici quanto basta. L'anemia è il terreno di coltura ideale per far esplodere in pieno i brufoli dell'âge ingrat, l'età ingrata."

In quel momento la professoressa di calligrafia scorse sulla porta il direttore in compagnia di un estraneo dall'aspetto importante. Le andò di traverso il tè e strillò con voce acuta:

"L'ispettore!"

A quella parola d'ordine tutti i corpi si alzarono e si ammucchiarono tremanti uno contro l'altro come un branco di polli. Non volendoli impaurire oltre, il preside chiuse discretamente la porta, Pimko mi baciò in fronte e disse con aria solenne:

"Su Gingio, ora va' in classe, la lezione sta per cominciare. Nel frattempo io vado a cercare di sistemarti a pensione da qualche parte e dopo le lezioni torno a prenderti e ti ci accompagno."

Feci per protestare, ma quel maestro assoluto mi aveva a tal punto ammaestrato con la sua irresistibile magistralità che non ce la feci, ed eseguito un inchino mi avviai in classe, colmo di proteste inespresse e di un tumulto che si inghiottiva tutte le mie proteste. Anche la classe tumultuava. In una gazzarra generale gli allievi prendevano posto nei banchi e urlavano come se di lì a poco dovessero tacere per sempre.

Chissà quando, a un certo punto apparve in cattedra il professore. Si trattava del medesimo corpo triste e sbiadito che in sala professori aveva espresso la significativa opinione sul ribasso dei prezzi. Sedutosi sulla sedia l'insegnante aprì il registro, scosse un peluzzo dal panciotto, tirò su le maniche perché non si consumassero sui gomiti, strinse le labbra, represse un moto interiore e accavallò le gambe. Indi sospirò e tentò di parlare. La gazzarra raddoppiò d'intensità. Urlavano tutti, eccettuato forse Sifone che, concreto, tirò fuori libri e quaderni. Il professore guardò la classe, si aggiustò un polsino, strinse le labbra, le aprì e tacque di nuovo. La scolaresca proruppe in un boato. Il professore aggrottò la faccia, fece una smorfia, si guardò i polsini, tamburellò con le dita, volse il pensiero a cose lontane, tirò fuori l'orologio, lo posò sulla cattedra, sospirò, represse o forse inghiottì nuovamente un moto interiore, o forse sbadigliò, raccolse lungamente le energie e finalmente sbatté il registro sulla cattedra urlando:

"Basta! Silenzio! Comincia la lezione."

W. Gombrowicz, Federydurke, Milano, Feltrineli, 1993, pagg. 43 - 45.

 


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