Aldo Palazzeschi


Aldo Palazzeschi (Firenze, 2 febbraio 1885 - Roma, 17 agosto 1974) poeta italiano, padre della neoavanguardia. Il suo vero nome era Aldo Giurlani.

Aldo Giurlani, che solo dal 1905 iniziò a firmarsi con il cognome della nonna materna, Palazzeschi, nacque a Firenze nel 1885 da una famiglia di agiati commercianti e per volontà del padre frequentò gli studi in ragioneria, dedicandosi poi all'arte e alla scrittura. Dalla seconda attività conseguì una ricca produzione letteraria che diede al Palazzeschi fama di rango nazionale. Tuttora viene considerato tra i maggiori poeti del Novecento.

Il cedimento (1934)

Con questo intermezzo di violini, e il finale strappo di corde, si venne al presente, al viaggio di Ancona, le quarantotto gallerie: «Povera Augusta! Ah! Ah!».

La direttrice non ricordava di Augusta, che doveva essere una bambina al tempo dell'amicizia con le sorelle, non se ne ricordava, Né si peritava di dichiararlo. La morte della poveretta, il ritorno col nipote, finché tutti gli sguardi e i sorrisi delle tre donne si concentrarono su di lui. Fu abbastanza la voce nel dover confessare che un ragazzo di quattordici anni, fisicamente così aitante, non possedeva la licenza elementare, ma aveva frequentato appena a terza classe. E qui la direttrice superò tutte le sue altezze: le sue vertiginose, e quelle del caso abbastanza imbarazzante. Lasciò le sorelle parlare sommesse, vergognose, spaventate manovrando essa la ciminiera imponente, annuendo con vastità, quasi che tanta vergogna e paura fossero più che giustificate, e le fossero anzi dovute; quindi, volgendosi prima accigliata verso il colpevole, e incominciando ad abbozzar sorrisi in cui erano tutti i misteri impenetrabili, tutti i segreti, i fascini dell'autorità; e nei quali il ragazzo poteva leggere tutti i giudizi, tutti i commenti, tutti i rimproveri, e anche tutte le promesse; e iniziando infine un saliscendi di risate eseguite tanto magistralmente: larghe, strette, larghe che finivano strette, strette che andavano ad allargare, lasciate cadere, riprese, picchiandosi un pugno sui ginocchi e mandando ancor più all'indietro il trofeo dell'autorità, tanto che le sorelle rimasero trasfigurate.

La direttrice volle sapere il nome.

«Remo, bene, mi piace, benone, meglio Remo che Romolo il quale, pure avendo fondato Roma aveva ucciso il fratello: bisognava fondare Roma senza uccidere nessuno, sarebbe stato meglio. Non vi pare?» concluse la direttrice.

E le sorelle dicevano: "sì, sì", e stavano a sentire, si capiva che la storia non era il loro forte, e in quanto a Remo sappiamo bene, oramai, dove arrivassero le sue facoltà dottrinarie. Quindi, come il campione che scendendo in campo sicuro della propria forza e del proprio valore incomincia ad agitare con naturalezza quelle membra con le quali svolgerà il prodigio dinanzi alle folle attonite: "Ah! voi, signorino, a quattordici anni compiuti, così grande e grosso non avete ancora la licenza elementare, e non vi vergognate? E avete anche il coraggio di stare davanti a me?". Rideva, rideva la direttrice. La cosa più stupefacente si è che Remo, davanti al fuoco di quelle artiglierie rimaneva impassibile, con un raggio fra labbro e labbro, proprio come appena giunto a Santa Maria e guardandosi attorno non vedeva che camicie e mutandine. Da quel ragazzo intelligente ch'egli era, allora aveva capito l'articolo, ora capiva il genere.

La direttrice, in volute serpentine esauriva le sue risate il cui significato era ben diverso da quello che le amiche potevano supporre. Quello che dava a loro tanta vergogna e tanto timore, a lei faceva soltanto ridere, e ridere proprio di gusto essendo una cosa di ordinaria amministrazione. Dar la licenza elementare a Remo era per lei come mangiare una pallottolina di zucchero per un elefante.

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A questo punto tacque, la direttrice, e si mise a guardare giù in fondo, più giù... ma non in fondo alla stanza, il suo sguardo oltrepassava tutte le muraglie. E veramente quando rientrando i denti, non al completo perché la bocca non era capace di contenerli, socchiudendo gli occhi guardava laggiù laggiù... non era più la direttrice di una scuola elementare, ma non si sapeva dove potesse incominciare né dove andasse a finire la sua direzione. Quindi tamburellando le dita sopra la coscia, fece un conticello:

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«Dunque: Aprile, Maggio, Giugno... due ore tutte le mattine...» E rivolta a Remo erigendo la testa e alzando una mano: «ma bisogna studiare, bisogna riacquistare il tempo perduto, rimediare alle magagne» concluse severa: «mio caro signore».

Risolto il problema con tanta semplicità, sollevate dal peso che le opprimeva da molti giorni, Teresa e Carolina si alzarono insieme di scatto e corsero alla tavola, nella penombra, dove erano preparati i rinfreschi. Servirono prima un'aranciata alla direttrice che mentre le sorelle erano corse al tavolino, estratte le lenti dal giacchetto le aveva inforcate: voleva veder bene quello che era venuta ad inghiottire; quindi del vino santo del 1907 (si era nel 19) con dei biscottini e delle tartine finissime.

La direttrice mostrò di gradire molto la cortesia e accettò, con gran copia e varietà di sorrisi, il vino santo e i dolci, e una volta visto di che si trattava infilò presto le lenti nel giacchetto buttandosi senza guardare. Venuto poi il momento di dir basta si mise a rifiutare facendo delle sbarrature con le braccia, tirandosi indietro con la testa: "no, no, è impossibile". A questo punto intervenne Remo per vincere i dinieghi e le riluttanze. Andato a prendere un vassoio sulla tavola con premura e senza dimostrare timidità, lo presentò alla direttrice che si fece indietro sul canapè, sul cranio le si rizzarono le penne tutte insieme, come a un gallo che abbia davanti il rivale, sgranò gli occhi, spalancò la bocca mostrando i denti per divorare l'audace. Ma lui, oramai, non aveva paura di quei morsi, conosceva il carattere delle vecchie cavalle e ci sapeva stare. "Ah! tu osi offrire un biscotto alla direttrice che ha già detto di no tante volte alle zie? Tu hai tanto ardire?" Quindi, da quell'atteggiamento offeso di bocca spalancata per divorare l'offensore, pareva sputare i denti per comporre il sorriso, dalla gioia non li poteva contenere, cedeva, sorrideva e finiva per divorare il biscottino. Sì, sì, da lui se lo lasciava dare un altro biscottino, dalle amiche invece no, niente da quelle, ma da lui lo prendeva e lo buttava giù. L'esercizio fu ripetuto parecchie volte, e sempre dopo crescenti offese, e capitolazioni più clamorose. E anche un altro gocciolino si lasciava mescere, dopo aver detto alle amiche che le avrebbe fatto male. Ma quelle, invece d'ingelosire si mostravano raggianti per il successo del nipote. Un altro gocciolino dal futuro licenziando elementare, e un altro biscottino. Le tirava l'occhio, il maschietto, alla direttrice. E Remo, offrendoglielo, non aveva per nulla l'aria impacciata o supplichevole: macché! glie lo presentava con la sicurezza dell'affare concluso pur sapendo che bisognava aspettare, rimanendo impermeabile alla scena di quell'ennesimo stupore in fondo al quale era l'accettazione.

Una di queste scenette venne interrotta dall'apparizione di Niobe con la Tonina sulla porta del salotto. Anche la faccia di Niobe s'illuminò a quell'allegria, si capiva che tutto camminava nel miglior modo possibile, la direttrice non era venuta a Santa Maria inutilmente, mentre la Tonina ripeteva in gran scompiglio e fervore: Signora, signora, guardi, se vedesse!. Le sue braccia erano cariche, ed erano cariche anche quelle di Niobe: fiori, frutta, insalata, la ricciola, il radicchio scoltellato, la lattughina delle ventiquattrore; tutto quello che piaceva alla direttrice (che cosa non le aveva fatto piacere, la Tonina durante quella visita, anche qualcosina che piaceva a lei, probabilmente) semi e piante per il giardinetto della direttrice, frasche, sissignori, perché le piacevano tanto anche le frasche, e le teneva in camera, sul cassettone, mentre i fiori li teneva nel salotto da pranzo. L'astuta Niobe aveva tirato su le calze alla Tonina, e l'aveva ricoperta di quanto potesse tornar gradito all'augusta padrona.

Si capiva già, non essere quello che un semplice campionario, un anticipo, la direttrice si sarebbe vista capitare a domicilio cose del genere, e molto meglio probabilmente, per tutta la primavera e l'estate avrebbe avuto di che tenersi fresca e dolce la bocca.

A. Palazzeschi, Le sorelle Materassi, Milano, Mondadori, 1990, pagg. 107-113.

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