Hermann Hesse


Hermann Hesse (Calw 2 luglio, 1877 - Montagnola 9 agosto, 1962), scrittore tedesco, poeta, pittore e vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.

La sua produzione, in versi ed in prosa, è vastissima e conta quindici raccolte di poesie e trentadue tra romanzi e raccolte di racconti. I suoi romanzi più famosi sono Peter Camenzind (1904), Il lupo della steppa (1927), Il gioco delle perle di vetro, (1943) e Siddharta (1922).

I suoi lavori rispecchiano il suo interesse per l' esistenzialismo, lo spiritualismo, il misticismo, non meno della filosofia indù e buddhista.

Un Socrate venerato (1926)

Il preside Bauer, anni prima, godeva fama di essere stato un pedagogo duro e alieno; un mio parente più vecchio di me era stato alcuni anni prima suo studente ed era stato duramente maltrattato da lui. Ora era un vecchio signore, passava per un originale, per un'insegnante che pretendeva molto dai suoi studenti, ma che sapeva essere anche gentile con loro. Comunque non era certo poca la paura che avevo di lui quando per mano a mia madre, dopo il primo doloroso distacco dalla casa paterna, ero in attesa davanti alla porta dello studio del preside. Credo che mia madre non fosse entusiasta di lui (quando ci venne incontro e ci fece entrare in quella sua stanza), un vecchio uomo ricurvo con i capelli grigi arruffati, con degli occhi un pò sporgenti venati di rosso, con un abito indescrivibile sul verde sbiadito, di foggia antiquata, con gli occhiali appoggiati in basso sulla punta del naso, e nella mano destra una lunga pipa che arrivava quasi a terra con una grande testa in porcellana, da cui faceva uscire ininterrottamente grosse nuvole di fumo, soffiando nella stanza già affumicata. Anche durante le ore di lezione non si separava da quella pipa. Questo strano vecchio con quell'aspetto curvo e trasandato, con l'abito vecchio e consumato, con quello sguardo triste e almanaccato, con le sue pantofole sformate, la sua lunga pipa fumante mi sembrò un vecchio mago alla cui tutela stavo per essere consegnato. Avrebbe potuto essere orribile vicino a questo vecchio grigio, polveroso, fuori dal mondo, ma forse avrebbe potuto anche essere affascinante, entusiasmante, in ogni caso sarebbe stato qualcosa di particolare, un'avventura un'esperienza. Ero pronto e curioso di andargli incontro.

[...]

Anche se quella sobria città industriale, la prigionia sotto la sorveglianza della mia severa padrona di casa e l'aspetto esteriore della mia vita a Göpping non mi piacevano in assoluto, tuttavia quel periodo (quasi un anno e mezzo) è stato estremamente fertile e importante per la mia vita. Quel rapporto tra maestro e allievo, di cui avevo avuto sentore a Calw con il professor Schmid, quel rapporto estremamente fecondo e sottile tra una guida spirituale e un ragazzo dotato, si sviluppò pienamente tra me e il preside Bauer. Quel vecchio originale, dall'aspetto pressoché spaventoso, pieno di stranezze e di stramberie, che guardava attraverso le sue piccole lenti verdi spiando malinconico, che riempiva col fumo della sua lunga pipa la nostra aula piccola e sovraffollata, fu per me, per un certo tempo, guida modello e giudice, un venerato semidio. Oltre a lui aveva avevamo altri due insegnanti, ma per me era come se non esistessero; scomparivano come ombre, come se mancassero di una dimensione, dietro l'amata, temuta, venerata figura del vecchio Bauer. E parimenti scompariva la vita a Göpping per me così poco simpatica; scomparivano perfino le amicizie con i compagni di scuola e diventavano prive d'importanza, accanto a questa figura principale. In quel periodo in cui la mia adolescenza era in piena fioritura e in cui già si muovevano le prime percezioni e intuizioni dell'amore tra i sessi, di fatto, per più di un anno, la scuola, l'istituzione solitamente tanto disprezzata o indifferente, fu il punto centrale della mia vita attorno a cui tutto girava, persino i sogni, persino i pensieri nei giorni di vacanza. Io che ero sempre stato uno scolaro sensibile e critico, che rifiutavo fino al sangue ogni forma di sottomissione e di sudditanza, ero prigioniero di questo vecchio misterioso, completamente stregato dal semplice fatto che mi spronava agli sforzi estremi, ai più alti ideali, che non sembrava vedere la mia immaturità, le mie goffaggini, le mie debolezze, che presupponeva in me il massimo e che considerava normale il massimo impegno. Non aveva bisogno di molte parole per esprimere una lode. Quando di un compito di latino o di greco diceva: "Hesse; l'hai fatto molto bene", per giorni e giorni ero felice e contento. E se, senza soffermarsi, senza guardarmi, mi sussurrava: "Non sono contento dite, potresti fare meglio", ne soffrivo e mi sforzavo furiosamente di riconquistare il favore del semidio. Spesso parlava latino con me, aveva tradotto il mio nome in Chattus.

Non so proprio dire quanto l'esperienza di quel particolare rapporto fosse condivisa dai miei compagni. Alcuni privilegiati, miei compagni e rivali più prossimi, erano evidentemente come me in balia del vecchio cacciatore d'anime e in quel tempo sentivano, come me, la solennità della vocazione, si sentivano come iniziati al primo livello di sacralità. Quando cerco di interpretare psicologicamente la mia giovinezza trovo che la cosa migliore e più efficace di quel periodo, nonostante fossi ribelle e fuggissi le bandiere, era la mia disponibilità al rispetto e il fatto che la mia anima progrediva e fioriva per il meglio, se poteva venerare, adorare, mirare alle mete più elevate. Questa fortuna, i cui esordi mio padre aveva capito e coltivato, che era stata sul punto di appassire sotto una schiera di maestri incapaci, mediocri e indifferenti, che era rifiorita un poco sotto l'influenza dell'iracondo professor Schmid, si sviluppò pienamente con il preside Bauer per la prima e ultima volta nella mia vita.

Se il nostro preside non fosse stato capace d'altro che di far innamorare gli scolari più idealisti del greco e del latino e d'instillare in loro la fede in una vocazione spirituale e il senso di responsabilità conseguente, sarebbe già stato qualcosa di grande e degno di riconoscenza. La caratteristica rara di questo insegnante era la sua capacità non solo di individuare i più intellettuali tra i suoi scolari e di dare nutrimento e consistenza al loro idealismo, ma di sapersi adeguare all'età degli scolari, al loro infantilismo, alla loro voglia di giocare. Poiché Bauer non era solo un venerato Socrate, era anche un insegnante abile ed estremamente originale, che capiva di dover rendere piacevole la scuola ai suoi allievi tredicenni. Questo saggio, che sapeva presentarci la sintassi latina e la morfologia greca in modo tanto geniale, aveva sempre delle trovate didattiche che entusiasmavano noi studenti. Bisogna avere idea della severità, della rigidità e della noia dei licei di quel tempo per potersi immaginare l'impressione di freschezza, di originalità e di genialità di questo ~l uomo in mezzo a una casta di secchi funzionari. Già il suo aspetto, la sua apparizione fantastica, che inizialmente suscitava critiche e risa, diventò presto uno strumento di autorità e disciplina. Delle sue peculiarità e dei suoi interessi, che in sé non sembravano adatti a sostenere la sua autorità, fece dei nuovi strumenti pedagogici. Per esempio la lunga pipa, che aveva atterrito mia madre, per noi studenti non fu più un attributo ridicolo o fastidioso, ma una specie di scettro e di simbolo di potere. Chi aveva il permesso di tenergli per qualche attimo la pipa, chi veniva incaricato di svuotarla e di tenerla in ordine, era un invidiato favorito. C'erano altri incarichi onorifici, per i quali noi scolari proponevano solleciti. C'era l'incarico di "sventato" che io ricoprii per qualche tempo con orgoglio. Lo "sventato" doveva spolverare ogni giorno la cattedra del preside con due zampe di lepre che stavano sopra la cattedra. Quando l'incarico mi venne tolto e fu dato a un altro scolaro, fu per me una severa punizione.

Nei giorni invernali, quando sedevamo nella classe molto riscaldata e piena di fumo, se fuori il sole compariva davanti alle finestre coperte di ghiaccio, poteva essere che il nostro preside dicesse all'improvviso: "Ragazzi, qui dentro c'è una puzza da far pietà e fuori c'è il sole. Fate una gara attorno alla casa e prima aprite la finestra!" Oppure nei periodi in cui noi candidati per l'esame di stato eravamo carichi di compiti extra, inaspettatamente ci invitava a salire nel suo appartamento dove, in una stanza speciale, trovavamo sopra un enorme tavolo molte scatole di soldatini di zinco che organizzavamo in eserciti e in file da combattimento, e quando la battaglia cominciava il preside soffiava potenti nuvole di fumo dalla pipa tra i battaglioni.

Le cose belle sono caduche e i bei tempi non durano a lungo. Se penso all'epoca di G ö pping, all'unico breve periodo dei miei anni di scuola in cui sono stato un bravo scolaro, in cui veneravo e amavo il mio maestro e mi impegnavo seriamente, mi vengono sempre in mente le vacanze estive del 1890 che trascorsi a Calw nella casa dei miei genitori. Per le vacanze non eravamo stati caricati di compiti. Al contrario, il preside Bauer ci aveva fatto presentì le "regole di vita" di Isocrate, che erano contenute nella nostra crestomazia greca e ci aveva raccontato che in tempi precedenti alcuni dei suoi migliori allievi le avevano imparate a memoria. Stava a noi seguire o no questo esempio.

Di quelle vacanze mi sono rimaste impresse alcune passeggiate con mio padre. Di quando in quando trascorrevamo il pomeriggio nei boschi sopra Calw; sotto i vecchi abeti c'erano mirtilli e lamponi in quantità, e nelle radure fioriva l'erica e volavano le farfalle estive, atalante e vanesse. C'era un forte profumo di resina e di funghi e a volte ci capitava di vedere dei caprioli. Allora mi aggiravo con mio padre nel bosco e ci fermavamo qui e là sui prati ai margini del bosco. E ogni tanto mi chiedeva a che punto ero con Isocrate, poiché ogni giorno mi sedevo davanti al libro e imparavo quelle "regole" a memoria. E ancora oggi la frase iniziale di Isocrate è l'unico brano di prosa greca che io conosco a memoria. Questa frase di Isocrate e un paio di versi di Omero sono tutto ciò che mi è rimasto della mia conoscenza scolastica della lingua greca. Del resto non riuscii neppure a venire a capo di tutte le "regole". Arrivai a una dozzina di frasi, imparate a memoria e che mi portai dentro per un breve periodo e che potevo ripescare a mio piacere, finché nel corso degli anni si persero e scomparvero come tutto ciò che l'uomo possiede per un momento e di cui crede di essersi impossessato definitivamente.

Oggi non so più una parola di greco e anche il latino si è perso quasi del tutto, l'avrei dimenticato completamente se non vivesse ancor oggi uno dei miei compagni di Göpping e non fosse ancora oggi mio amico. Ogni tanto mi scrive una lettera in latino e quando la leggo, aggirandomi tra le belle costruzioni classiche, sento il lieve profumo del giardino della giovinezza e della pipa del vecchio preside Bauer.

H. Hesse, Del mio tempo di scuola in Piccole gioie, Milano, Rizzoli, 1985, pagg. 153 - 158

 


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