James Joyce


James Augustine Aloysius Joyce (Dublino 1882 - Zurigo, Svizzera, 1941), poeta e scrittore irlandese. Benché la sua produzione letteraria non sia molto vasta è stato di fondamentale importanza per lo sviluppo della letteratura del ventesimo secolo, in particolare della corrente modernista. Il suo romanzo più noto, Ulisse, è una vera e propria rivoluzione rispetto alla letteratura dell'ottocento, e il successivo e controverso Finnegans Wake ne è l'estremizzazione.

Il suo carattere anticonformista e critico verso la società irlandese e la chiesa cattolica traspare in opere come Gente di Dublino - palesato dalle famose epifanie - e soprattutto in Ritratto dell'artista da giovane.

Durante la sua vita intraprese molti viaggi attraverso l'Europa, ma l'ambientazione delle sue opere, così saldamente legata a Dublino, lo fece diventare uno dei più cosmopoliti e allo stesso tempo più locali scrittori irlandesi.

Evviva (1914)

Il refettorio era semivuoto e i compagni continuavano a uscire in fila. Potrebbe andar su per la scala perché non c'era mai né un sacerdote né un prefetto fuori dell'uscio del refettorio. Ma no, non poteva andare. Il rettore avrebbe preso le parti del prefetto degli studi e pensato che fosse un trucco di scolaro e poi il prefetto agli studi sarebbe venuto lo stesso tutti i giorni, soltanto sarebbe stato peggio per l'ira terribile contro chi era salito dal rettore a lamentarsi di lui. I compagni gli avevano detto di andare, ma non sarebbero andati loro. Se n'erano già dimenticati tutti. No, era meglio non pensarci più e forse il prefetto agli studi aveva soltanto detto che sarebbe tornato senza intenzione di farlo. No, era meglio cercare di tenersi nascosto, perché, quando si è piccoli e giovani, sovente la si passa liscia in questo modo.

I compagni del suo tavolo si alzarono. Si alzò con loro e s'incamminò in fila. Doveva decidersi. Si avvicinava all'uscio. Se andava avanti coi compagni, non sarebbe mai più potuto salire dal rettore, perché per questo non si poteva lasciare il campo. E se saliva e veniva picchiato lo stesso, tutti i compagni l'avrebbero preso in giro e avrebbero parlato del piccolo Dedalus che era salito dal rettore a lamentarsi del prefetto agli studi.

Camminava giù per la stuoia e si vide l'uscio innanzi. Era impossibile: non poteva. Pensò alla testa calva del prefetto agli studi dai crudeli occhi incolori che lo fissavano e risentì la voce del prefetto chiedergli due volte come si chiamava. Perché non si era ricordato il nome la prima volta? Non l'aveva ascoltato la prima volta o era per farsi beffe del nome? I grandi uomini della storia avevano nomi come il suo e nessuno se ne faceva beffe. Era del proprio nome che avrebbe dovuto farsi beffe, il prefetto, se proprio ne aveva voglia... Dolan: pareva il nome di una lavandaia.

Era arrivato all'uscio e, voltandosi rapidamente a destra, andò su per le scale; e prima di essersi potuto decidere a tornare indietro, era entrato nell'oscuro corridoio basso e stretto che portava al castello. Varcando la soglia dell'uscio del corridoio vide, senza volgere il capo, che tutti i compagni lo guardavano passando.

Andò per l'oscuro corridoio stretto, passando davanti a piccoli usci: erano gli usci delle stanze della comunità. Aguzzò gli occhi innanzi, a destra, a sinistra nel buio, e pensò che dovevano essere ritratti. Era buio e tutto silenzioso e i suoi occhi erano deboli e stanchi dalle lacrime, in modo che non poteva vederci. Ma pensò che fossero i ritratti dei santi e dei grandi uomini dell'Ordine, che lo guardavano silenziosi mentre passava: sant'Ignazio di Loyola che teneva un libro aperto e vi indicava le parole Ad Majorem Dei Gloriam, san Francesco Saverio che si indicava il petto, Lorenzo Ricci colla sua berretta sulla testa come uno dei prefetti delle file, i tre patroni della gioventù santa, san Stanislao Kostka, san Luigi Gonzaga ed il beato John Berchmans, tutti con facce giovani perché erano morti giovani, e padre Peter Kenny seduto su una poltrona avvolto in un gran mantello.

Uscì sul pianerottolo sopra il vestibolo e si guardò intorno. Era qui che Hamilton Rowan era passato e c'erano i segni delle pallottole dei soldati. Ed era qui che i vecchi servi avevano veduto il fantasma col mantello bianco da maresciallo.

Un vecchio servo scopava in fondo al pianerottolo. Stephen gli domandò dov'era la stanza del rettore e il vecchio servo gli indicò l'uscio in fondo e gli guardò dietro, mentre lui andava a bussare.

Non ebbe risposta. Bussò di nuovo e più forte e gli balzò il cuore quando sentì una voce soffocata dire:

- Avanti!

Girò la maniglia e aprì l'uscio e cercò a tastoni la maniglia della porta interna imbottita di verde. La trovò, la spinse ed entro.

Vide il rettore che scriveva seduto a un tavolino. Sul tavolino c'era un teschio e in tutta la stanza un bizzarro odore solenne, come quello che ha il vecchio cuoio delle poltrone.

Il cuore gli batteva rapido per il luogo solenne in cui si trovava e il silenzio della stanza: e guardò il teschio e la faccia benevola del rettore.

- Ebbene, piccolo, - disse il rettore - cosa c'é. Stephen inghiottì qualcosa nella gola e disse:

- Ho rotto gli occhiali, signore.

Il rettore aprì la bocca e fece:

- Oh!

Poi sorrise e disse:

- Bene, se abbiamo rotto gli occhiali, dobbiamo scrivere a casa per averne un altro paio.

Ho scritto a casa, signore, disse Stephen e padre Arnall ha detto che io non debbo studiare finché arrivino.

- Benissimo - disse il rettore.

Stephen inghiottì di nuovo quella cosa e cercò di fermare il tremito delle gambe e della voce.

- Ma signore...

- Ebbene?

- Padre Dolan è venuto oggi e mi ha picchiato perché non scrivevo il tema.

Il rettore lo guardò in silenzio e Stephen si sentì il sangue salire alla faccia e quasi le lacrime agli occhi.

Il rettore disse:

- Ti chiami Dedalus, vero?

- Sì, signore.

- E dove li hai rotti gli occhiali?

- Sulla pista, signore. Un compagno usciva con la bicicletta ed io caddi e si ruppero. Non so il nome di quel compagno.

Il rettore lo guardò di nuovo in silenzio. Poi sorrise e disse:

- Oh, è stato un errore. sono certo che padre Dolan non lo sapeva.

- Ma io gliel'ho detto che li avevo rotti, signore, e lui mi ha picchiato.

- Gli hai detto che avevi scritto a casa per averne un altro paio? - domandò il rettore.

- No, signore.

- Oh, ecco, - disse il rettore - padre Dolan non ha capito. Dì che ti dispenso dalle lezioni per due o tre giorni.

Stephen disse in fretta, dalla paura che il tremito glielo impedisse:

- Sì, signore, ma padre Dolan ha detto che tornerà domani per picchiarmi di nuovo.

- Bene, - disse il rettore - è un errore e io stesso parlerò a padre Dolan. Sei contento?

Stephen sentì le lacrime bagnargli gli occhi e mormorò:

Oh sì, signore, grazie.

Il rettore tese la mano lateralmente dalla scrivania dove c'era il teschio e Stephen, dandogli la sua per un momento, sentì una palma fresca e umida.

- Buongiorno ora - disse il rettore, ritirando la mano e piegando il capo.

- Buongiorno, signore - disse Stephen.

S'inchinò e uscì silenziosamente dalla stanza, richiudendo gli usci lento e con cura.

Ma quando ebbe passato il vecchio servo sul pianerottolo e fu di nuovo nello scuro corridoio basso e stretto, cominciò a camminare sempre più in fretta. Sempre più in fretta attraversò il buio, agitato. Picchiò il gomito contro l'uscio in fondo e correndo giù per la scala, percorse in fretta i due corridoi e uscì all'aria aperta.

Sentiva le grida dei compagni nel campo. Si mise a correre e, correndo sempre più rapido. attraversò la pista e raggiunse palpitante il campo della terza fila.

I compagni l'avevano veduto venire. Gli si strinsero intorno in cerchio, spingendosi a vicenda per udire.

- Raccontaci! Raccontaci!

- Che cos'ha detto?

- Sei andato?

- Che cos'ha detto?

- Raccontaci! Raccontaci!

Stephen riferì ciò che aveva detto lui e ciò che aveva detto il rettore e, quand'ebbe finito, tutti i compagni gettarono i berretti roteanti in aria e gridarono:

- Evviva.

Ripresero i berretti e tornarono a gettarli roteanti nel cielo gridando:

- Evviva! Evviva!

Fecero una sedia con le mani congiunte e vi issarono Stephen e lo portarono in giro, finché dové dibattersi per liberarsi. E quando si fu liberato, si sciolsero in tutte le direzioni, buttando ancora per aria i berretti, fischiando mentre quelli salivano roteanti, e gridando:

Evviva!

E diedero tre urlate per Dolan Zucca Pelata e tre acclamazioni per Conmee e dissero che era il più bravo rettore che c'era mai stato a Clongowes.

Gli applausi morirono nella soffice aria grigia. Stephen era solo. Era libero e felice: ma non sarebbe stato in nessun modo superbo con padre Dolan. Sarebbe stato invece molto quieto e obbediente: e desiderava poter fare per lui qualcosa di gentile per mostrargli che non era superbo.

L'aria era soffice e tiepida, e scendeva la sera. Passava nell'aria l'odor della sera: l'odor dei campi dove dissotterravano le rape per pelarle e mangiarle, quando andavano in passeggiata dalle parti del maggiore Barton: l'odore che c'era nel boschetto oltre le tribune, dove crescevano le noci di galla.

I compagni provavan palle lunghe, palle al volo e palle in curva. Nel soffice silenzio grigio poteva sentire il tonfo delle palle: e da ogni parte, nell'aria calma, il colpo delle mazzette da cricket: tic, toc, tac, tuc: piccole gocce d'acqua in una fontana, che lentamente cadono nella vaschetta piena.

J. Joyce, Dedalus, Ritratto dell'artista da giovane, Adelphi, Milano, 1990, pagg. 77-82.

 


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