Presidi e direttori didattici fra leggenda e storie reali

La professione di preside vive di luce riflessa, di rappresentazioni romanzesche più o meno fantastiche, di «ricordi di scuola», piuttosto che di preziose autobiografie.

A diversità dei manager, degli imprenditori, dei politici, ma anche degli stessi insegnanti, il profilo di questa professione non ha ispirato né favorito la costruzione di un'immagine storicamente veritiera, attraverso i ricordi dei protagonisti. Ancora per molto tempo, in attesa degli sviluppi della ricerca, essa rimarrà legata soprattutto alle rappresentazioni narrative.

Quasi nessuno dei grandi e piccoli scrittori, dei poeti o, più semplicemente, dei personaggi famosi in vena di raccontare la loro storia - all'inizio della carriera o alle soglie della pensione -, hanno resistito alla tentazione di fare i conti con l'esperienza scolastica e, in primo luogo, con il loro preside, simbolo involontario o attore consapevole dei valori che essi hanno contestato oppure, più raramente, condiviso.

Esiste una vera e propria «leggenda nera» dei presidi. Le caratteristiche che la compongono s ono molteplici, ma su tutte prevale l'autoritarismo, nei suoi risvolti untuosamente paternalistici associati all'uso arbitrario della punizione corporale, dell' umiliazione, dell'espulsione dalla scuola e via torturando.

Non esiste, invece, una «leggenda aurea», ma una numerosa serie di rappresentazioni che fanno del preside una professione complessa e ricca di sfumature. Purtroppo, non possiamo far conto su altrettanto numerose opere autobiografiche o «storie di vita».

La leggenda nera

Per dare inizio alla "leggenda nera" ci affidiamo al signor Milliner che, durante una delle sue umoristiche conversazioni serali tra amici, così risponde a «Boccale» (grande bevitore di birra), che immagina «i presidi vecchi un secolo e alti due metri, con degli occhi di fuoco e lunghe barbe bianche» :

-Lei ha lasciato presto la scuola, eh?

-Avevo sedici anni. Dovevo entrare nella ditta di mio zio.

-Ecco, appunto - disse il signor Milliner annuendo con aria saggia - Lei, in altre parole, ha chiuso la sua carriera scolastica prima di quell'età in cui il ragazzo giunge a stabilire un rapporto personale con l'uomo che sta al vertice, e impara quindi a guardare a lui come a una guida, a un filosofo o a un amico. Il risultato è che lei soffre della ben nota Fissazione o Fobia del preside, proprio quello di cui soffriva mio nipote Sachverell. Era un ragazzo piuttosto delicato, e i genitori lo tolsero dallo Harborough College poco dopo il quindicesimo compleanno per farlo studiare a casa con un istitutore privato; e l'ho spesso sentito dire che il Rey, J. G. Smethurst, 1'uomo che comandava a Harborough, era uno che masticava cocci di bottiglia e divorava i ragazzi.(Wodehouse, 1933, p. 95) 

Le punizioni corporali

Dove il preside può dimostrare tutta la sua odiosa potenza è nelle punizioni corporali, che lo hanno reso famoso sia nella versione inglese che in quelle tedesca e francese. Gli italiani, per debolezza costituzionale, non hanno molti trofei da esporre.

Le tecniche e i mezzi sono i più diversi, ma l'obiettivo è sempre lo stesso: educare l'anima tramite la mortificazione del corpo.

In questa specializzazione il meglio è offerto dall'elegante violenza del Preside Wyss che:

sa picchiare in modo egregio. Si prende uno sulle ginocchia e lo pesta di santa ragione; ma non è proprio un barbaro. Le percosse di Wyss hanno qualcosa di regolamentare; mentre ti capita di assaporare quei colpi, hai la ragionevole sensazione che si tratti di una punizione ragionevole, giusta. Così, non c'è niente di terribile. L'uomo che sa picchiare con santa maestria deve in certo qual modo essere umano.

(Walser, 1914, p. 236)

Ma nell'uso della canna, maestri sono solo gli inglesi, come il Preside di Repton, futuro vescovo di Canterbury:

Ricevette l'ordine di calarsi i pantaloni e d'inginocchiarsi sul divano del Direttore, col busto curvo nel vuoto, a un lato del divano. Il grand'uomo gli affibbiò un colpo tremendo. Poi ci fu una pausa. Il Direttore depose la canna e cominciò a riempirsi la pipa di tabacco. Cominciò anche a indottrinare il ragazzo inginocchiato a proposito del peccato e della cattiva condotta. Poi riprese la canna e un secondo terribile colpo si abbatté sulle natiche tremanti. Poi ricominciò a trafficare con la pipa e a concionare per circa altri trenta secondi. Terzo colpo di canna. Lo strumento di tortura fu allora deposto sulla tavola e comparve una scatola di fiammiferi. Un fiammifero ne fu tolto, sfregato e accostato al fornello della pipa. La pipa non s'accese come doveva. Fu somministrato un quarto colpo, accompagnato da predica. Questo procedimento lento e terribile continuò, finché dieci crudeli colpi non furono somministrati, e tutto questo mentre il Direttore continuava ad accendere la pipa, sfregava fiammiferi, e concionava senza sosta sul male, sulla cattiva condotta e il peccato e i misfatti e altre azioni disdicevoli. Alla fine comparvero un catino, una spugna e un piccolo asciugamano pulito e il Direttore ordinò alla vittima di lavare via il sangue prima di rivestirsi. (Dahl, 1984, p. 153)

Nei paesi coloniali, i presidi ispirati dal tipico zelo dei neofiti e dal timore di essere inferiori al modello sono ancora più fantasiosi, come dimostra- siamo in Nigeria - il complicato cerimoniale preparatorio ai trentasei colpi di bastone sulla schiena del malcapitato ragazzo:

Convocarono un'assemblea speciale. Il personale sfilò solennemente nelle prima fila dell'auditorio e il signor Kuforiji montò sulla piattaforma. In toni adeguatamente formali, annunciò lo scopo dell'incontro, espresse l'indignazione di tutta la comunità della scuola [...], disse poi il nome del colpevole, gli ordinò di alzarsi e di salire sulla piattaforma. Kuforiji si rivolse a lui e intonò il discorso che aveva deciso di concedergli un'altra possibilità nella vita dandogli una scelta. Poteva lasciare la scuola, espulso, col nome infangato per sempre, oppure poteva ricevere trentasei colpi di bastone davanti all'assemblea. Il giovanotto scelse la seconda cosa.

Erano state deposte sul tavolo tre bacchette. Ordinarono al prefetto di toccarsi la punta dei piedi e la punizione cominciò. Nominarono uno degli insegnanti per tenere il conto.

(Soynka, 1984, p. 219)

E questo tipo di cerimonie non smise neppure dopo che le autorità, su pressione dei genitori, tolsero ai presidi le ferule, le canne, i bastoni e le fruste:

Ora il preside deve accontentarsi di adoperare le proprie mani. La sua specialità scientifica sono le ricerche intorno alle oscillazioni del pendolo. E lui riesce e far oscillare le sue braccia in modo che i ceffoni colpiscano esattamente nel punto desiderato, e con grande forza.

(Sherfig, 1940, p. 78)

La violenza psicologica

Ma c'è qualcosa che fa più male ai ragazzi dell'uso di strumenti di tortura e della punizione corporale: la paura dell'umiliazione, la suprema violenza psicologica. Il preside conosce il lato debole delle sue vittime ed esercita questa capacità, pur sapendo che esige una certa imponenza e un abbigliamento adeguato. In questo sono esemplari, ma non unici, i presidi prussiani, che nel loro ottuso autoritarismo prepararono il clima favorevole al nazismo. Indimenticabili il preside soprannominato Rex, figlio di Himmler, ricordato da Àndersch (1980), e soprattutto Wulicke, il preside di Hanno Buddenbrok:

La personalità del Preside Wulicke ricordava l'atrocità enigmatica, ambigua, ostinata e gelosa del Dio del Vecchio Testamento. Era tremendo nel sorriso come nella collera. L'enorme potere che aveva in mano lo rendeva spaventosamente capriccioso e imprevedibile. Era capace di dire una frase scherzosa, e d'infuriarsi poi perché si rideva. Nessuno dei suoi tremanti subalterni sapeva dare un consiglio su come comportarsi con lui. Non rimaneva altro che venerarlo con la fronte nella polvere, con illuminata sottomissione, evitando di essere travolti dalla sua ira e schiacciati dalla sua implacabile giustizia...

(T. Mann, 1901, p. 442)

I presidi come Wulicke hanno una loro grandezza, che viene dall'essere assurti a simbolo di un'intera epoca o dello spirito di una nazione in un determinato periodo.


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