Joseph Roth


Joseph Roth (Brody, 2 settembre 1894 - Parigi, 27 maggio 1939) è stato uno scrittore austriaco.

Roth fu il grande cantore della finis Austriae, della dissoluzione dell' Impero Austro-Ungarico che aveva riunito popoli di origini disparate, con lingue, religioni, tradizioni diversissime. Lui stesso era nato alla periferia dell'impero, nella parte orientale della Polonia.

Dopo un'infanzia resa difficile dalla perdita del padre e studi compiuti in parte a Leopoli in parte a Vienna, servì nell'esercito durante la prima guerra mondiale. Successivamente intraprese la carriera di giornalista, prima a Vienna poi a Berlino.

Lasciò la Germania all'avvento di Hitler trasferendosi a Parigi. Ormai in preda all' etilismo, vi morì, il 27 maggio 1939. Gli ultimi giorni della sua vita sono narrati nel racconto autobiografico intitolato La leggenda del santo bevitore, celebre anche per la trasposizione cinematografica di Ermanno Olmi.

La carriera di un capo (1916)

Il figlioletto del postino Andreas Wanzl aveva il viso più singolare che un bambino possa avere a questo mondo. La sua faccetta pallida, smunta, dai lineamenti marcati, che un serio naso aquilino accentuava ancor di più, era coronata da un ciuffo quanto mai esiguo di capelli d'un giallo quasi bianco. Un'alta fronte troneggiava incutendo rispetto sopra le due sopracciglia bianche, che si e no si vedevano, e sotto a queste due occhiolini infossati, celesti, scrutavano il mondo seri e saccenti. Un che di testardo aduggiava le labbra sottili, premute strette, pallide, mentre un bel mento regolare concludeva il viso con autorità. La testa era piantata su un collo esile, tutta la sua corporatura era gracile e delicata. Solo le mani, rosse, forti, che ciondolavano come non fossero ben fissate ai sottili e fragili polsi, contrastavano stranamente con la sua figura.

Anton Wanzl era sempre vestito con proprietà e pulizia. Non un granello di polvere sulla sua giacchetta, ne un minuscolo buco nel calzino, non una piccola cicatrice né un graffio sul suo visetto pallido e liscio. Anton giocava di rado, non si azzuffava mai coi ragazzi e non rubava mele rosse dall'orto del vicino. Anton studiava e basta. Studiava dalla mattina fino a tarda notte. I suoi libri e quaderni erano ricoperti con ogni riguardo di crepitante carta bianca da avvolgere, e sulla prima pagina, a caratteri bambino, c'era scritto il suo nome. Le sue brillanti pagelle, solennemente ripiegate in una grossa busta rosso mattone, erano riposte proprio accanto all'album con i più meravigliosi francobolli, per i quali Anton era invidiato quasi più che per le sue pagelle.

Anton Wanzl era il ragazzo più tranquillo di tutto il quel luogo. A scuola sedeva zitto a braccia "conserte", com'era prescritto, e fissava con i suoi occhiolini saccenti la bocca ti del maestro. S'intende che era il primo della classe. Era portato sempre ad esempio a tutta la classe, i suoi quaderni non presentavano segni rossi, a eccezione dell'energico 1 (nota1) che regolarmente brillava sotto tutti i suoi lavori. Anton dava risposte pacate, pertinenti, era sempre preparato, mai ammalato. Sedeva al suo posto nel banco come se ci fosse inchiodato. La cosa più spiacevole per lui erano gli intervalli. Allora tutti dovevano uscire, si arieggiava la stanza, solo il "capoclasse" rimaneva. Anton invece stava fuori nel cortile, si stringeva timido al muro e non osava fare un passo per paura di essere urtato e buttato per terra da uno dei ragazzi che correvano schiamazzando. Ma quando suonava la campana, Anton tirava un respiro di sollievo. Compassato come il suo direttore si avviava dietro la frotta vociante degli scolari, compassato si sedeva nel banco, non scambiava una parola con nessuno, si alzava dritto come un fuso e ricadeva come un automa sul sedile non appena il maestro aveva ordinato "Seduti".

Anton Wanzl non era un bambino felice. Una bruciante ambizione lo divorava. Una volontà ferrea di brillare, di superare tutti i suoi compagni, quasi prostrava le sue deboli forze. Per intanto Anton aveva un solo scopo.

Voleva diventare "capoclasse". A quel tempo, infatti, lo era un altro, un allievo "meno buono", che però era il più vecchio della classe e la cui età ragguardevole aveva destato la fiducia del maestro. Il "capoclasse" era una specie di sostituto del maestro. In assenza di questi, l'allievo così insignito doveva stare attento ai suoi compagni, "segnare" quelli che facevano chiasso e riferire al maestro, badare che la lavagna fosse pulita, la cimosa umida e il gesso appuntito, raccogliere soldi per quaderni, calamai e riparazioni di pareti scrostate e vetri rotti. Una tale carica faceva un'enorme impressione sul piccolo Anton. In notti insonni covava truci piani di vendetta, rimuginava a non finire come potesse scalzare il "capoclasse" per assumere lui questa onorifica carica. Un giorno imbroccò l'idea giusta.

Il "capoclasse" aveva una singolare predilezione per matite e inchiostri colorati, per canarini, piccioni e pulcini. Regali di questo genere riuscivano facilmente a corromperlo e il donatore poteva far chiasso a suo piacimento senza essere denunciato. Ecco dove Anton voleva intervenire. Lui regali non ne faceva mai. Ma c'era un altro ragazzo che non pagava tributi. Era il più povero della classe. Siccome il "capoclasse" non poteva denunciare Anton, perché nessuno lo riteneva capace di una marachella, il ragazzo povero era la vittima quotidiana della capoclassesca smania accusatoria. Qui Anton poteva compiere una brillante operazione. Nessuno avrebbe sospettato che voleva diventare "capoclasse". No, se si prendeva a cuore il ragazzo povero, che veniva bastonato di santa ragione, e svelava al maestro la scandalosa corruttibilità del giovane tiranno, per tutti sarebbe stata un'azione giusta, onorevole e coraggiosa. Dopo però nessun altro poteva sperare nel posto vacante di "capoclasse" se non appunto Anton. E così un giorno egli si fece animo e smascherò il "capoclasse". Questi fu subito destituito dalla sua carica, previa somministrazione di alcuni colpi di canna, e Anton Wanzl solennemente nominato "capo classe". Ce l'aveva fatta.

Anton era tutto contento quando stava seduto sulla cattedra nera. Era una sensazione talmente inebriante dominare la classe con lo sguardo da una rispettabile altezza, scarabocchiare con la matita, di quando in quando dispensare ammonimenti e giocare un po' alla Provvidenza segnando i nomi di ignari schiamazzatori, avviandoli alla giusta punizione, e sapendo in anticipo chi sarebbe stato raggiunto dall'inesorabile destino. Si ricevevano le confidenze del maestro, si poteva reggergli i quaderni, si riusciva ad apparire importanti, a godere di una certa considerazione. Ma l'ambizione di Anton non aveva requie. Sempre una nuova meta aveva davanti agli occhi. E lavorava con tutte le sue forze.

Eppure non lo si poteva affatto definire un «leccapiedi». Esteriormente conservava sempre la sua dignità, ogni suo piccolo gesto era ben meditato, con calmo orgoglio usava piccole attenzioni agli insegnanti, li aiutava a infilarsi il soprabito con la faccia più severa, e tutte le sue blandizie non davano nell'occhio, ma avevano il carattere di atti d'ufficio.

[...]

Il piccolo Anton però ripagava i genitori della loro sollecitudine e del loro amore con una grande obbedienza. Indubbiamente non gli riusciva molto difficile. Siccome i genitori davano pochi ordini, Anton aveva poco da obbedire. Ma la sua aspirazione ad essere definito un «buon figlio» andava di pari passo con la sua ambizione di essere l'allievo migliore. Quando sua madre lo lodava con le amiche fuori della porta, d'estate, sulla panca di legno color giallo uovo, e Anton sedeva sulla gabbia dei polli col suo libro, il cuore gli si gonfiava d'orgoglio. S'intende che allora assumeva l'aria più impassibile del mondo, tutto immerso nelle sue cose sembrava che non sentisse una parola dei discorsi delle donne. Perché Anton era un accorto diplomatico. Era così astuto che non poteva essere buono.

No, Anton Wanzl non era buono. Non aveva amore, non aveva cuore. Faceva solo ciò che riteneva saggio e pratico. Non dava amore e non lo chiedeva. Mai sentiva il bisogno di un gesto affettuoso, di una carezza, non era piagnucoloso, non piangeva mai, Anton non aveva neanche lacrime. Un bravo ragazzo non poteva piangere.

Così Anton Wanzl si fece adulto. O meglio: crebbe. Perché bambino Anton non era mai stato.

[.]

Era un insegnante coscienzioso, severo, giusto. Cresceva in stima agli occhi dei superiori, era un personaggio nella migliore società e lavorava a un'opera scientifica. Il suo stipendio aumentava sempre più,, egli saliva di categoria in categoria. I suoi genitori gli avevano fatto la gentilezza di morire tutti e due quasi contemporaneamente poco dopo il suo matrimonio. Ma il signor Wanzl, con grandissimo stupore di tutti, si fece trasferire nella sua città natale.

Lì, il piccolo ginnasio aveva un vecchio preside, un uomo indolente, solo, senza moglie né figli, il quale non viveva che nel passato e trascurava i suoi doveri. Nondimeno si era affezionato al suo posto, non poteva rinunciare alla vista delle giovani facce ridenti intorno a sé, alla cura dei suoi alberi nel grande parco, al saluto rispettoso degli abitanti della cittadina. Al consiglio provinciale scolastico avevano compassione di questo vecchio e ormai aspettavano solo che morisse.

Anton Wanzl arrivò e prese in mano la direzione della scuola. Come più anziano di grado divenne segretario, scriveva relazioni al consiglio scolastico, amministrava la cassa, sorvegliava le lezioni e i lavori di riparazione, metteva ordine. Di tanto in tanto capitava anche a Vienna e durante le serate che, sebbene più di rado, sua suocera organizzava tuttora, aveva modo di fare qualche volta anche un rapporto verbale a un signore della prefettura. In quelle occasioni sapeva egregiamente mettere nella luce migliore la sua personale attività, parlare del suo preside con un velato accento di commiserazione nella voce e accompagnare le sue parole con un'eloquente alzata di spalle. La signora Cäcilie però faceva il resto.

Un giorno il vecchio preside passeggiava col suo segretario dott. Wanzl nei bei giardini del ginnasio. L'anziano signore si rallegrava alla vista degli alberi, di tanto in tanto passava di volata un viso fresco di ragazzo e scompariva. Il vecchio cuore del preside si rallegrava. In quel momento svoltò nel viale il bidello, salutò e consegnò una pesante lettera. Il preside aprì con circospezione la grossa busta bianca, tirò fuori il foglio con il grosso sigillo ufficiale e cominciò a leggere. Un'espressione di terrore animò a un tratto i lineamenti flaccidi del suo vecchio viso. Fece un gesto come per portare la mano al cuore, barcollò e cadde. Alcuni secondi dopo era morto nelle braccia del suo segretario.

Al signor preside dott. Anton Wanzl le cose andavano bene. Da anni la sua ambizione riposava. Talvolta, certo, meditava che avrebbe potuto arrivare a una cattedra universitaria, ma presto ci ripensava. Era molto soddisfatto di sé. E ancor più degli uomini. Talvolta nell'angolo più riposto del suo cuore rideva della credulità del mondo. Ma le sue labbra smunte restavano sigillate. Persino quand'era solo, fra le sue quattro mura, non rideva.

Temeva che i muri avessero non solo orecchi ma anche occhi e potessero tradirlo.

Figli non ne aveva, né desiderava averne. A casa era il padrone, la sua sposa alzava su di lui lo sguardo colmo di ammirazione, i suoi allievi lo riverivano. A Vienna però, da qualche anno, non capitava più. Là una volta gli era successo qualcosa di molto spiacevole. Una notte che tornava a casa dall'opera con sua moglie, gli venne incontro, a un angolo, una donnina tutta agghindata che dette uno sguardo alla signora Lavinia al suo fianco e scoppiò in una risata stridula. Per molto tempo questa risata selvaggia risonò negli orecchi del signor Anton Wanzl.

Il preside Wanzl visse ancora per molto tempo felice, a fianco di sua moglie. Ma per la soverchia tensione le sue forze poco per volta cedettero. L'organismo strapazzato si vendicò. La debolezza a lungo contenuta da una inflessibile volontà, all'improvviso, prese il sopravvento. Una grave polmonite lo gettò su quel letto che non l'avrebbe più lasciato. Dopo alcune settimane di gravi sofferenze Anton Wanzl morì.

Erano venuti tutti gli allievi, tutti gli abitanti della cittadina, corone con lunghi nastri neri ricoprivano la bara, furono tenuti discorsi, pronunciate a gran voce parole di commiato.

Ma il signor Anton Wanzl giaceva là dentro sul fondo della bara nera di metallo e rideva. Anton Wanzl rideva per la prima volta. Rideva della credulità degli uomini, della stupidità del mondo. Lì poteva ridere. Le pareti della sua cassa nera non potevano tradirlo. E Anton Wanzl rideva. Rideva forte e di cuore.

I suoi allievi non poterono fare a meno di porre una lapide al loro riverito e amato preside. Su di essa. sotto il nome del defunto, stavano i versi:

«Animo retto e cuore fedele porta con te nell'umida tomba.»

J. Roth, L'allievo modello, in Opere 1916-1930, Milano Bompiani, 1989, pagg. 3-18.

 

Nota 1. Corrispondente al nostro 10.
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