Thomas Mann
Thomas Mann (Lubecca 1875 - Zurigo 1955), scrittore e saggista tedesco, premio Nobel nel 1929, è considerato una della figure di maggior rilievo della letteratura europea del '900. Il primo racconto breve, Il piccolo signor Friedmann (Der Kleine Herr Friedemann), fu pubblicato nel 1898. Tra il 1896 e il 1898 durante un lungo soggiorno, a Palestrina e Roma, iniziò a lavorare al suo romanzo più famoso, I Buddenbrook, pubblicato nel 1901 a soli 26 anni. Nel 1933, dopo la presa di potere dei nazionalsocialisti in Germania, Mann si trasferì, in Svizzera vicino a Zurigo. Nel 1938 emigrò negli Stati Uniti, per ritornare in Svizzera nel 1952 (si rifiutò di tornare in Germania). Morì di arteriosclerosi a Kilchberg, presso Zurigo, il 12 agosto del 1955.
Oltre a I Buddenbrook ricordiamo una serie di racconti e novelle, tra i quali in particolare Tonio Kröger (1903) e La morte a Venezia (1912), da cui Luchino Visconti trasse l'omonimo film; il romanzo La montagna incantata (1924); la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli, ricca rielaborazione della storia di Giuseppe, tratta dalla Genesi. E ancora il romanzo Lotte a Weimar e l'ultimo grande romanzo, Le confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull, pubblicato incompleto nel 1954.
Il padreterno (1900)
«Tò, ecco il padreterno!» esclamò Kai. «Passeggia nel suo paradiso terrestre.»
«Bel paradiso!» fece Hanno, mettendosi a ridere. Rideva d'un riso nervoso e non sapeva smettere, si teneva il fazzoletto sulla bocca e osservava colui che Kai chiamava il «padreterno».
Nel cortile era comparso il preside della scuola, dottor Wulicke: un uomo di statura altissima col cappello nero a cencio, la barba breve, la pancia prominente, i calzoni troppo corti e i polsini a imbuto che portava sempre molto sporchi. Con una faccia che pareva quasi sofferente per la collera, egli attraversava il cortile lastricato, indicando col braccio teso il rubinetto dell'acqua. L'acqua colava... Un gruppo di allievi lo precedeva correndo a precipizio per rimediare chiudendo l'acqua. Ma anche quando l'ebbero fatto stettero stralunati a guardare ora il rubinetto ora il preside che paonazzo si era rivolto al dottor Goldener subito accorso e gli parlava con voce profonda, cupa e concitata. Le sue parole erano inframmezzate da sibili e brontolii inarticolati.
Il preside Wulicke era un uomo terribile. Era il successore del vecchio, gioviale filantropo sorto il cui regime avevano studiato il padre e lo zio di Hanno. Morto quello poco dopo il '71, il dottor Wulicke, fino allora professore in un liceo prussiano, era stato nominato preside, e con lui era entrato nella vecchia scuola uno spirito nuovo e ben diverso. Mentre prima la cultura classica era stata considerata fine a sé stessa, un fine sereno da raggiungere con calma e tranquillità e con gaio idealismo, ora erano in onore altri concetti, i concetti di autorità, dovere, potenza, impiego, carriera; e "l'imperativo categorico del nostro filosofo Kant" era il vessillo che il preside Wulicke faceva sventolare minaccioso nei discorsi delle grandi occasioni. La scuola era diventata uno stato nello stato dove il rigore prussiano regnava così potente che non solo gl'insegnanti ma anche gli scolari si sentivano funzionari, preoccupati soltanto della promozione e desiderosi quindi di essere nelle grazie dei potenti. Poco dopo l'ingresso del nuovo preside si era incominciata, secondo i migliori criteri igienici ed estetici, la ricostruzione dell'istituto col nuovo arredo, e tutto era stato portato a termine felicemente. Rimaneva da decidere se, un tempo quando quegli ambienti avevano avuto meno comodità moderne e un pochino più bontà, serenità, benevolenza, più anima e tranquillità, la scuola non fosse un'istituzione più simpatica e più benefica...
Personalmente il preside Wulicke era cinto dal terrore enigmatico, ambiguo, ostinato e geloso del Dio dell'Antico Testamento. Era spaventevole nel sorriso come nella collera. L'enorme autorità di cui era investito lo rendeva paurosamente capriccioso e imperscrutabile. Era capace di dire una paro a scherzosa e di andar sulle furie se si rideva. Nessuno dei suoi tremebondi dipendenti sapeva come comportarsi con lui. Non rimaneva altro che venerarlo nella polvere ed evitare, con umiltà pazzesca, di essere travolti dalla sua ira e stritolati dalla sua immane giustizia...
[...]
Ma esattamente nell'istante in cui si spegneva l'eco della graziosa melodia, avvenne una cosa spaventevole, una cosa che si abbatté su tutti i presenti inaspettata, crudele, possente e schiacciante.
Senza che alcuno avesse bussato, la porta si spalancò di botto e un coso lungo, enorme, entrò emettendo un brontolio sordo e arrivando d'un balzo in mezzo ai banchi: era il "padreterno".
Modersohn si fece terreo e afferrò la sedia a braccioli, spolverandola col fazzoletto. Gli scolari erano scattati in piedi come un sol uomo. Con le braccia strette ai fianchi si alzarono sulle punte dei piedi e chinarono la testa mordendosi la lingua in un atteggiamento di rispetto illimitato. Il silenzio era perfetto. Qualche sospiro per lo sforzo sostenuto, e di nuovo silenzio.
Il preside Wulicke squadrò un istante la schiera irrigidita sull'attenti, alzò le braccia con quei suoi polsini sudici a imbuto e le riabbassò allargando le dita come uno che prema una tastiera. «Sedete!» disse con voce di contrabbasso. Dava del tu a tutti.
Gli scolari sprofondarono. Modersohn accostò la sedia con mani tremanti e il preside sedette presso la cattedra. «Prego, continui pure» disse. E aveva un tono terribile come avesse detto: "Ora la vedremo e guai a colui che...".
Il motivo della sua venuta era lampante. Modersohn doveva dar prova della sua arte didattica, doveva far vedere che cosa gli allievi di quinta avevano imparato da lui in sei o sette lezioni: si trattava della sua esistenza e del suo avvenire. Quando il supplente ritornò alla cattedra e chiamò un allievo a ripetere la poesia The Monkey, era assai triste a vedersi. E come fino a quel momento erano stati esaminati e valutati gli scolari, così avveniva ora del maestro. E fu un malanno per gli uni e per l'altro. La comparsa del preside Wulicke era un attacco di sorpresa e nessuno, meno due o tre, avevano studiato la lezione. Modersohn non poteva interrogare per tutta l'ora Todtenhaupt che sapeva tutto. E siccome non si poteva leggere The Monkey nel libro in presenza del preside, tutti fecero una misera figura, e quando si passò alla lettura di Ivanhoe soltanto il contino Mölln fu in grado di tradurre qualche passo perché egli si interessava personalmente al romanzo. Gli altri annaspavano, tossicchiando tra un vocabolo e l'altro. Anche Hanno fu interrogato e non arrivò più in là d'una riga. Il preside Wulicke emise un suono come quando l'archetto passa con forza sulla quarta corda del contrabbasso. Modersohn si torceva le manine maldestre e sporche d'inchiostro e andava ripetendo in tono lamentoso:
«E di solito si andava così bene! E di solito si andava così bene!»
Il campanello suonò mentre ancora lo ripeteva rivolgendosi disperato tanto agli alunni quanto al preside. Ma il "padreterno" era terribile e a braccia conserte dominava la classe con lo sguardo e tentennava il capo. Poi si fece dare il registro di classe e vi segnò un biasimo per pigrizia a tutti coloro che avevano dato risposte insufficienti: sei o sette allievi in una volta sola. Non poteva segnare il nome di Modersohn, ma questi stava peggio di tutti gli altri: era pallido, affranto e liquidato. Tra quelli che avevano avuto il biasimo c'era anche Hanno Buddenbrook. «Vi rovinerò io la carriera» soggiunse il preside Wulicke. E scomparve.