Edmondo De Amicis


Edmondo De Amicis (Oneglia, 21 ottobre 1846 - Bordighera, 11 marzo 1908), conosciuto come autore del romanzo Cuore, uno dei testi più popolari della letteratura italiana, che ha forgiato generazioni di ragazzi.

Studiò a Cuneo e frequentò poi il liceo a Torino. A sedici anni entrò nell' Accademia militare di Modena, dove divenne ufficiale. Nel 1866 come luogotenente partecipò alla battaglia di Custoza e assistette alla sconfitta dei Sabaudi. Il 17 ottobre 1886, primo giorno di scuola, uscì nelle librerie Cuore, che da subito ebbe grande successo. Negli anni attorno al 1890 De Amicis si avvicinò al socialismo fino ad aderivi nel 1896. Questo mutamento di indirizzo è visibile nelle sue opere successive: Sull'oceano (1889) sulle condizione dei poverissimi emigranti italiani, Il romanzo di un maestro (1890), Amore e ginnastica (1892), Maestrina degli operai (1895), La carrozza di tutti (1899). Le ultime cose che scrisse furono L'idioma gentile (1905), Ricordi d'un viaggio in Sicilia (1908), Nuovi ritratti letterari e artistici (1908).

Morì nel 1908 a Bordighera. I suoi ultimi anni furono rattristati dalla morte della madre e dal suicidio del figlio ventiduenne Furio.

Zelo inquisitorio (1892)

Ma la sua contentezza fu temperata fin dai primi giorni dalla direttrice: una zitellona sui quarantacinque, una specie di marescialla dei carabinieri, dalle forme d'una Giunone enfiata, vestita con certa eleganza austera, serrata in un busto che la teneva su impettita come una corazza d'acciaio, con un enorme cappello nero, sormontato d'enormi penne nere, che pareva un piccolo catafalco. Costei era profondamente persuasa che nessuna donna stesse al di sopra direttrice di scuole municipali eccettuata, forse, la regina d'Italia. Aveva sotto di sé, come soleva dire diciotto maestre nella sezione centrale, e quattordici in due scuole succursali, e si diceva che ogni giorno, svegliandosi e andando a letto, le contasse sulle punte delle dita, con una voluttà d'orgoglio ineffabile. Era molto temuta dalle alunne, che rimetteva in fila a colpi di ombrello, e a cui nessuno aveva mai vista fare una carezza, e trattava con durezza particolare le madri giovani e belle: era poi severissima riguardo all'abbigliamento delle maestre, alle quali non permetteva né colori troppo vistosi, né vestiti troppo corti, né cappellini troppo larghi, né fiori nei capelli, né riccioli, né profumi. A quelle che arrivavano in ritardo d'un minuto, mostrava l'orologio, senza parlare; pretendeva che tutte, prima d'uscire, si presentassero a domandare se le occorreva qualche cosa ; non voleva che ricevessero lettere alla scuola, né che camminassero a passetti saltellati, né che stringessero la mano all'inglese. Aveva un modo di guardare come chi crede di avere una grande potenza negli occhi, e parlava in chiave di contrabbasso, con parole scelte e gravi, facendo una pausa a ogni frase, come per sentire il tonfo che doveva far nell'anima dell'ascoltatore.

Quanto al grado di sua cultura, riusciva un mistero imprescrutabile a tutti, da tanto ch'era coperta dalla prudenza e protetta dalla maestà; ma le maetre dicevano che non leggeva mai un libro, perché era così piena di sé, che oramai nessuna nuova idea o cognizione vi avrebbe trovato posto. La spalleggiava ottimamente la bidella, una commarona atletica e barbuta, dall'andatura ad anatra, che si sospettava che facesse la spia, e metteva terrore a tutti, anche alle maestre, alle quali s'andava a piantar davanti con la calza in mano, quando tardavano a entrare in classe, guardandole con un viso ammonitore. Si diceva pure che la direttrice facesse tener d'occhio le maestre dalla guardia civica e che interrogasse di nascosto il portalettere intorno alla loro corrispondenza epistolare. Insomma, aveva presso tutto il ceto scolastico la fama non immeritata della più feroce mangiamaestrine di Torino. E non di meno parve alla Galli di non aver fatto alla prima una cattiva impressione. Perché, in fatti, essa riuniva tutte le condizioni che ci volevano per andarle a genio: aveva trentadue anni, l'età media che quella preferiva, perché più giovani eran leggere, e più attempate poco maneggevoli; graziosa, ma non da dar troppo negli occhi, benché avesse una bocchina bellissima; più piccola di lei di quasi un palmo, al che teneva molto, e vestita con modestia; e poi senza parenti in città, e quindi più sua; e buona d'apparenza, ma d'un carattere logico e fermo, che avrebbe frenato la bontà, di cui quella diffidava. Andarono per ciò di perfetto accordo nel primo mese, durante il quale non barattarono, fuorché per ragioni di servizio, venti parole. Solo qualche volta, entrando piena di freddo nell'ufficio, la maestra domandava: - Permette che mi scaldi un pò in piedi? - e quella rispondeva: - Faccia; - oppure: - Mi posso sedere un momento? - e quella: - Segga. - O le diceva gravemente: -,Vigili sulla tal ragazza: c'è del marcio; - perché s'occupava con zelo inquisitorio delle quattro o cinque alunne peggiori di ciascuna classe, e lasciava credere d'avere a questo fine un servizio segreto di polizia.

E. De Amicis, Un Dramma nella scuola, Milano, Sugarco edizioni, 1993, pagg. 17-19.


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