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SaltaMuri – Educazione sconfinata: per l’infanzia, i diritti, l’umanità

di

Manifesto del tavolo inter – associativo

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Sviluppiamo, a partire dalle scuole, la complessa arte della convivenza

I diritti, se non sono universali, si chiamano privilegi.
I principi di democrazia delineati dalla nostra Costituzione ci chiedono di abbattere i muri che difendono i privilegi, in nome di un’uguaglianza formale e sostanziale dei diritti di tutti, a partire dai più piccoli e dai minori.
Le scuole sono il principale luogo pubblico di incontro tra bambine e bambini, ragazze e ragazzi di diverse provenienze.
Dai nidi alle primarie, fino alle superiori, educatrici, educatori e insegnanti da anni realizzano esperienze di inclusione di grande valore, capaci di costruire embrioni di quella complessa arte della convivenza che sentiamo necessaria ed urgente.
La scuola è luogo di crescita, trasformazione, condivisione, creazione culturale. Non c’è scoperta che non comporti un attraversamento di confini.
La sfida che ci assumiamo sta nel mostrare e cercare di dimostrare come la compresenza di origini, lingue e universi simbolici differenti nelle aule costituisca una grande opportunità per ripensare l’educazione. Le classi sempre più disomogenee costituiscono, di fatto, un laboratorio di futuro, dove sperimentare il superamento dei confini emotivi che separano tra loro persone e segmenti di società, dove prenderci il tempo per costruire ponti che ci aiutino a coltivare l’empatia e la capacità di mettersi nei panni degli altri. Spazi di ricerca che offrono nuove possibilità di studiare, conoscere e comprendere più a fondo caratteristiche e problemi del nostro pianeta e dei diversi continenti, a partire dall’Africa, il più vicino e meno conosciuto, su cui grava il maggior peso di pregiudizi diffusi.

Sentiamo come necessaria un’educazione sconfinata, capace di non separare mai l’acquisizione di linguaggi e saperi dalla conoscenza di noi stessi, dalla scoperta degli altri, dalla valorizzazione di tutti, nessuno escluso.
Ci impegniamo a promuovere e moltiplicare incontri, scambi, corrispondenze tra nord e sud, est e ovest del mondo e, qui, tra ragazze e ragazzi delle più diverse provenienze.
E’ un processo difficile, faticoso e non avviene da sé. Necessita di energie, cooperazione, grandi sforzi collettivi e una piena assunzione di responsabilità individuale da parte di insegnanti, educatori, dirigenti, genitori e diversi operatori sociali, in qualsiasi contesto si agisca.
Nelle scuole innanzi tutto, ma anche in altri luoghi educativi, nelle associazioni, nei centri di aggregazione, nelle scuole di italiano per stranieri e in quelle degli adulti, nei territori e in qualsiasi spazio si svolgano attività pubbliche.

Scegliamo tra istruzione e distruzione

Difendere in primo luogo l’infanzia è scegliere di rimettere al centro l’educazione come priorità politica, come pratica al tempo stesso puntuale e corale, capace di contrastare le sacche di povertà educativa, la disgregazione sociale e la crescita dell’intolleranza.
La scuola italiana è ancora lontana dalla piena attuazione del dettato costituzionale, che impone di “rimuovere gli ostacoli (…) che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
In diverse città ci sono casi di scuole ghetto e, ancor più frequentemente, di classi ghetto dove si relegano gli alunni più fragili e meno protetti, che provengono da famiglie prive di voce e capacità di influenza. Noi ci battiamo perché tutte le bambine e i bambini possano iniziare da subito  a cooperare attivamente nell’apprendimento in un clima di accoglienza.

Se siamo capaci di gestire al meglio l’eterogeneità degli allievi, la varietà delle loro capacità e dei loro diversi approcci cognitivi, linguistici e culturali, la diversità può costituire un’opportunità di buona riuscita per tutti.
Per chi educa ogni bambina, bambino, ragazza o ragazzo è cittadino italiano fin da ora nella scuola, con parità di diritti e doveri, anche se, ancora oggi, abitano nel nostro paese oltre 800.000 giovani che si trovano nella condizione di essere italiani senza cittadinanza, nonostante siano nati qui o frequentino le nostre scuole da anni. Ed è importante che dopo decenni di tagli e disinvestimenti nell’istruzione e nella ricerca si inverta la rotta. Così come è necessario che chi educa avverta come inaccettabile ogni forma di discriminazione perché, oltre che profondamente ingiusta, è causa di grandi sofferenze e di lacerazioni personali e sociali che si prolungano nel tempo.
La strada maestra per costruire una società più solidale e sicura sta nel non escludere nessuno.

Rivendichiamo il valore della lingua che aiuta a dialogare e ragionare

La lingua e il linguaggio in cui siamo immersi non contribuiscono solo a comunicare la realtà sociale, ma anche a costruirla. Per questo riteniamo fondamentale una cura particolare della lingua (anche nel rispetto e nella valorizzazione di prospettive plurilingue), capace di dare valore alla parola precisa, nitida e chiara, che aiuta a pensare, ragionare, sostare sui problemi e non dare nulla per scontato.
Grande apporto possono dare a una rinnovata attenzione verso la realtà gli intrecci tra diverse discipline a partire dalla matematica, che permette di raccogliere dati ed elaborare statistiche che ci possono aiutare a comprendere la natura delle migrazioni, alcune dinamiche sociali e disparità e ingiustizie che abitano l’Italia, l’Europa, le coste del Mediterraneo e il mondo.

Nel linguaggio pubblico prevalgono sempre più superficialità, facili generalizzazioni, palesi menzogne e continue semplificazioni seduttive, capaci di nutrire l’intolleranza. A partire dai luoghi educativi, rivendichiamo la necessità di creare contesti in cui sperimentare l’ascolto aperto e l’arte del dialogo, capace di mettere in causa e attenuare pregiudizi e frasi fatte. Vogliamo creare momenti di comunicazione reciproca e stimolare la capacità di ragionare in proprio, imparando ad argomentare e a confrontarsi con le ragioni e i pensieri degli altri.
Oltre trent’anni fa Primo Levi ammoniva: “C’è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, in fondo c’è il Lager”. Sono parole nette, forti, su cui riflettere con attenzione oggi, che quel verbo torna a circolare con prepotenza in Italia e in Europa ed è forte il rischio dell’indifferenza.

Costruiamo momenti di incontro e familiarizzazione con cura e credibilità

Sostenendo l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri ed esploratori di frontiera, Alexander Langer ricordava che “in ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità”.
In ogni regione ci sono esperienze positive in proposito che vanno valorizzate, fatte conoscere e moltiplicate.

Noi non possiamo accettare che la prima accoglienza, anche dei minori non accompagnati (di cui 80% vive ancora nei Centri di accoglienza straordinaria (CAS), senza un accompagnamento familiare) assuma le forme della separazione e della segregazione. Tutta l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei nuovi immigrati va ripensata, a partire dagli esempi positivi in cui si è privilegiata una relazione attiva con la popolazione residente, capace di costruire momenti di incontro e collaborazione significativi.

Ripartiamo dai testi collettivi fondamentali, assunti come leggi e disattesi

La tragedia della seconda guerra mondiale, con suoi 68 milioni di morti, ha portato all’elaborazione di alcuni testi collettivi fondamentali a cui vogliamo tornare, per riproporli all’attenzione dei più giovani e di tutti.
La Costituzione prima di tutto, che parla di libertà personale inviolabile.
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che proclama solennemente che “l’infanzia ha diritto ad un aiuto e ad una assistenza particolari” “senza distinzione di sorta, in particolare di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di ogni altra opinione, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di ogni altra circostanza”.
La Dichiarazione universale dei diritti umani, che il 10 dicembre di quest’anno compie 70 anni e afferma, nell’articolo 7, che “tutti sono eguali dinanzi alla legge, tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione, come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che garantisce i diritti fondamentali indipendentemente dallo status giuridico e, nell’articolo 1, afferma che “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”. E sottolinea, nell’articolo 21, che “è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale”.

E’ importante tornare a questi testi collettivi ragionando sulle condizioni storiche che hanno portato alla loro elaborazione, a maggior ragione in un tempo in cui il catalogo dei diritti da ritenere comuni a tutti è aperto ed in continua ridefinizione.
Sappiamo che per educare alla cittadinanza, alla Costituzione e ai valori della convivenza, ogni classe e ogni scuola deve ambire a essere un luogo di democrazia, in cui il diritto alla parola di tutti e il dialogo come architrave del processo educativo siano garantiti da un ascolto attento da parte di noi adulti.
Poiché è dovere costituzionale, per chi insegna, educare alla convivenza civile e all’integrazione, è bene ricordare che il rifiuto di ogni discriminazione non è una scelta personale, ma dovere sancito dalla legge. Sapendo bene, tuttavia, che solo la coerenza dei comportamenti può aiutare a contrastare i crescenti incitamenti alla discriminazione.
Per realizzare tutto ciò dobbiamo cooperare e darci coraggio, documentare ciò che di buono si fa e coordinare i nostri sforzi con tutti i mezzi possibili e con un sito che ci impegniamo a mantenere vivo.

Un anno di mobilitazione per saltare muri, costruire ponti, darci coraggio e contrastare ogni propaganda della paura

Le associazioni riunite nel Tavolo interassociativo “Saltamuri” indicono per l’anno scolastico 2018-2019 una grande campagna di mobilitazione nei luoghi educativi che promuova momenti di studio, ricerca, discussione, documentazione ed espressione, capaci di andare oltre i muri delle scuole, coinvolgendo la cittadinanza e costruendo ponti che ci uniscano ai più fragili e alle vittima di qualsiasi forma di discriminazione. A 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, proponiamo di dedicare la settimana dal 10 al 17 dicembre 2018 a momenti collettivi di apertura e di incontro.

Oggi ci spetta il compito di creare reti di sostegno reciproco contro le violazioni dei diritti fondamentali. Reti di mutuo soccorso civile, culturale, politico, educativo e legale.

Alla campagna “mille scuole aperte per una società aperta” possono aderire singole educatrici, educatori e insegnanti, gruppi e collegi di docenti, dirigenti, scuole per adulti, genitori e cittadini volenterosi, associazioni, ONG, reti cittadine e tutti quei luoghi più o meno formali di aggregazione che si battono per una società aperta, che vuole progettare il futuro a partire dai diritti fondamentali dei minori e di tutti, in uno spirito cosmopolita, per una comune umanità.

Per aderire inviare una mail a mceroma@tin.it

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