LA PROFESSIONE DOCENTE NELLA VISIONE DI ADI

di Alessandra Cenerini

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ADi L’INIZIO. LA DOCENZA COME PROFESSIONE

L’affermazione della docenza come professione

La prima finalità che ADi si è data quando è nata nel 1999 è stata l’affermazione della docenza come professione, ossia dotata di un sapere specialistico, di autonomia professionale, di un codice deontologico, di standard professionali, di sviluppo di carriera e di uno specifico stato giuridico. Un’affermazione tutt’altro che scontata, poiché si era in presenza di un progressivo processo di “proletarizzazione” dell’insegnamento e di una contrattualizzazione che stava facendo scomparire la specificità della professione docente omologandola a qualsiasi altra funzione impiegatizia del Pubblico Impiego.
ADi intraprese allora un’elaborazione che, come è nella natura dell’Associazione, allargò subito l’orizzonte a livello internazionale. Uno dei primi documenti consultati fu la Raccomandazione sullo Status degli Insegnanti dell’UNESCO/ILO del 1966.

UNESCO – Raccomandazione sullo status degli insegnanti, 1966

2La Raccomandazione sullo Status degli Insegnanti (Recommendation concerning the Status of Teachers) è stata redatta a Parigi il 5 Ottobre 1966 da una speciale Conferenza intergovernativa convocata dall’UNESCO/ILO. Quella Raccomandazione, largamente disattesa, costituisce tuttora una pietra miliare per la vita e le condizioni di lavoro degli insegnanti di tutto il mondo.

La Raccomandazione, che ADi ha tradotto in italiano, ha sancito:

 

  • che l’insegnamento deve essere considerato una vera e propria “professione“,
  • che richiede “conoscenze e competenze specialistiche“,
  • che necessita della definizione, del mantenimento e dell’aggiornamento di “Standard professionali“,
  • che si fonda sull'”autonomia della professione docente“,
  • che deve essere autoregolata da un “Codice etico”.

In relazione alle retribuzioni dichiara preliminarmente che
Tra i vari fattori che influenzano lo status degli insegnanti occorre dare particolare importanza alla retribuzione, considerato che secondo le tendenze affermatesi a livello mondiale, anche altri fattori come il prestigio e il riconoscimento sociale, dipendono in grande misura, come avviene per altre professioni, dalle condizioni economiche di cui si gode”.

Afferma poi che la retribuzione dei docenti:

  • deve “progredire per incrementi regolari, preferibilmente attraverso scatti annuali” (noi li abbiamo sessennali e settennali!) e che la “progressione di carriera, fra il minimo e il massimo retributivo,
  • deve svilupparsi in un periodo non superiore ai 10/15 anni” (noi arriviamo al massimo dello stipendio dopo 35 anni!).

A partire da queste premesse, nel 2000 ADi ha elaborato Il codice deontologico e gli standard professionali della professione docente.

Il codice deontologico elaborato da ADi

3Il primo documento e il primo convegno realizzati da ADi nel 2000, un anno dopo la sua creazzione, sono stati sull’etica della professione docente.

Il codice deontologico elaborato da ADi è composto di 5 titoli:

  1. l’etica verso la professione
  2. l’etica verso gli allievi
  3. l’etica verso i colleghi
  4. l’etica verso l’istituzione scolastica
  5. l’etica nelle relazioni con i genitori e con il contesto esterno

Va detto che è affermato in premessa che questo codice etico-deontologico manifesta in molte sue parti uno spiccato carattere evolutivo e relativo. Una delle condizioni per fare progredire e migliorare la società è infatti la capacità di adattare l’ethos, i comportamenti, alle esigenze reali, ai grandi problemi sociali, che si manifestano in un determinato contesto e momento storico.
Quindi il Codice elaborato da ADi lungi dal postulare “fini ultimi”, intendeva indicare “comportamenti ” coerenti con il soddisfacimento dei bisogni/problemi che allora si manifestavano nel campo dell’istruzione-formazione e che oggi forse vanno riconsiderati.

Si era inoltre ben consapevoli che il complesso di doveri etici, che il codice delineava, richiedeva una serie di condizioni esterne di natura normativa, contrattuale e sociale, per potere dispiegare appieno i propri effetti, ma si era altrettanto convinti che non si poteva ulteriormente consentire che la mancanza di un’identità professionale alta, della quale gli insegnanti erano stati colpevolmente spogliati in decenni di compressione economica e sociale del loro ruolo, continuasse ad essere usata contro di loro.

Il circolo vizioso instauratosi fra negazione dei diritti ed offuscamento dei doveri doveva essere interrotto. ADi scelse di romperlo, almeno in parte, dando alla professione un proprio codice etico-deontologico, e propri standard professionali, che insieme dovevano costituire un vero e proprio manifesto per la professione docente.

Il documento sul codice deontologico della commissione ministeriale

4Alla fine del 2001, ADI ottenne, attraverso l’azione di Rosario Drago, in quegli anni comandato al Ministero, che la questione del codice deontologico fosse assunta a livello ministeriale. Fu insediata una commissione con il compito di ”definire criteri per un codice deontologico del personale della scuola che consenta alla categoria di veder tutelata la propria dignità, sia personale che professionale, anche al fine di potenziare la qualità del sistema scolastico”.

ll 15 Gennaio 2003 la Commissione, di cui facevo parte, terminò i propri lavori.

Il documento finale di sintesi, di cui porto grande responsabilità, segnava una vera e propria svolta sulla questione docente: il riconoscimento per la prima volta dell’insegnamento come “professione”. Un riconoscimento che richiedeva di intervenire su più piani: quello assegnato alla legge, quello affidato all’autonomia del corpo professionale e infine quello contrattuale, che dovrebbe discendere dagli altri due e con essi essere coerente.

Si affermava che spetta alla “legge” la promulgazione di un nuovo Stato giuridico, che ridefinisca:

  1. la funzione docente;
  2. i diritti e i doveri fondamentali degli insegnanti;
  3. rigorose modalità di reclutamento che tengano conto del nuovo Titolo V della Costituzione;
  4. una specifica formazione iniziale collegata alla formazione continua;
  5. la creazione di nuove figure professionali della docenza.

Spetta alla ”autonomia del corpo professionale” la definizione e il rispetto del codice deontologico e degli standard professionali (“che cosa dovrebbero sapere e saper fare gli insegnanti”) e la gestione dell’Albo. Questo comporta che i docenti dispongano di un proprio organo di autogoverno, che va previsto nella legge, ma sulle cui funzioni e composizione è necessario aprire un ampio dibattito fra gli insegnanti e l’associazionismo professionale.
Il ministro Letizia Moratti affossò tutto di fronte all’opposizione dei sindacati.

Gli standard professionali elaborati da ADi

5Poco dopo l’elaborazione del codice deontologico ADi compose gli standard della professione docente.
Si era allora ben consapevoli che definire che cosa devono sapere e saper fare gli insegnanti non era cosa facile, anche perché ci si trovava già in presenza di un’accelerazione e di una radicalità del cambiamento mai prima sperimentata.
Si convenne che c’era un principio professionale che doveva guidarci: la convinzione che “tutti i ragazzi possono imparare”.

Si trattava di una sfida professionale tutt’altro che scontata, e sicuramente non assunta dalla maggioranza degli insegnanti, ma ci guidava un’idea di fondo: tutta la nostra società si regge su realizzazioni un tempo improbabili o addirittura inconcepibili, divenute poi ordinarie, pur essendo estremamente complesse. In nome di questa idea scrivevamo, ormai 20 anni fa: “La prima cosa è prendere atto dell’alto grado di improbabilità del modello ereditato dal passato basato sulla conformità dell’apprendimento rispetto all’insegnamento, e sulla considerazione che il “non apprendimento” sia una devianza, un’eccezione rispetto al modello, in rapporto al quale è necessario attivare un intervento post factum, il recupero. Come mai tale eccezione risulti sorprendentemente così numerosa rimane non spiegato. A questa visione deve subentrarne una nuova che prenda atto dell’alto grado di improbabilità della automatica corrispondenza fra insegnamento e apprendimento e assuma come propria norma la valorizzazione delle diversità, intese anche e soprattutto come diversità di stili cognitivi e di intelligenze.

Guidati da quell’idea componemmo gli standard, che si ispirarono in larga misura agli “standard professionali” definiti dal National Board of Professional Teaching Standards, la più autorevole associazione non profit per l’accreditamento dei docenti esperti operante negli Stati Uniti, nata nel 1986 con la specifica finalità di affermare il professionismo della docenza e di innalzare gli standard professionali.

Il ricco amalgama di conoscenze, competenze, attitudini e comportamenti che caratterizzano gli insegnanti professionisti fu articolato in cinque proposizioni, svolte sotto forma di narrazione, così titolate:

  1. Gli insegnanti dedicano il loro impegno al successo formativo di tutti gli allievi.
  2. Gli insegnanti hanno un’approfondita conoscenza delle discipline che insegnano e sanno come insegnarle.
  3. Gli insegnanti sono responsabili dell’organizzazione e del monitoraggio dell’apprendimento.
  4. Gli insegnanti riflettono sistematicamente sulla pratica didattica e imparano dall’esperienza.
  5. Gli insegnanti sono membri di comunità scientifiche e professionali e partecipano alla vita e allo sviluppo della scuola nelle sue relazioni interne ed esterne.

Dopo quell’elaborazione, ADi ha continuato lo studio degli standard professionali, raccogliendone molti da tutto il mondo, dagli USA, dall’UK, da Singapore ecc…, mentre a livello ministeriale siamo tuttora all’anno zero.

Carriera docente e leadership intermedia

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La posizione di ADi, fin dal suo primo statuto, è stata chiarissima: SI alla creazione di una carriera differenziata e di una leadership intermedia dei docenti, SI alla loro valutazione, NO a “premi” individuali. ADi ha infatti sempre considerato esigenza imprescindibile per lo sviluppo di  un dinamico capitale professionale e per un’efficace gestione delle scuole autonome la costruzione di un middle management, capace di guidare e sviluppare l’organizzazione collegiale del lavoro dei docenti, superando il persistente individualismo e spontaneismo.
Questa impostazione si è da subito posta  in aperto contrasto con le posizioni sindacali che vedevano nell’articolazione della carriera docente la creazione di un “caporalato” che avrebbe leso la “libertà di insegnamento”, intesa evidentemente in termini del tutto individualistici e non nell’accezione costituzionale.

La rivendicazione di un nuovo stato giuridico

bbFu chiaro da subito che la rivendicazione della docenza come professione comportava innanzitutto riassegnarle per legge le sue specifiche caratteristiche, attraverso un nuovo stato giuridico, mai complessivamente riformato dal lontano 1974 (DPR 417/1974), e sottrarla ad una contrattazione “onnivora “ che l’aveva omologata a qualsiasi altra funzione impiegatizia.

Una battaglia non ancora vinta!

Ma andiamo con ordine, seguiamo la storia della docenza in Italia in questi ultimi 30 anni e le posizioni assunte da ADI sulle questioni fondamentali, dalla formazione iniziale al reclutamento, dallo sviluppo di carriera alla decentralizzazione, da un nuovo stato giuridico alla retribuzione.

LA DOCENZA IN ITALIA:
I FALLIMENTI ISTITUZIONALI E LE PROPOSTE ADi

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Affronteremo ora la storia “istituzionale” della docenza in Italia, non la gloriosa storia delle esperienze di insegnanti illuminati o di quella delle migliaia e migliaia di colleghi che hanno “con onore” retto il peso dell’istruzione anche in condizioni estremamente difficili, guarderemo invece alla meno gloriosa storia dei passaggi istituzionali sulle questioni nodali della docenza, quali formazione iniziale, reclutamento, carriera, stato giuridico e retribuzione. E’ una storia di fallimenti, di corsi e ricorsi, in cui ogni tentativo non ha mai fatto i conti con le ragioni del fallimento dei precedenti. E’ ciò che Sabino Cassese chiama “atavismo” ossia “l’inesorabile tragedia della perseveranza storica”.

Procederemo analizzando storicamente ciascun punto, fornendo poi per ognuno le soluzioni elaborate da ADi

Formazione iniziale: una surreale marcia lunga 45 anni

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La formazione iniziale degli insegnanti fa parte di quelle vicende surreali che hanno costellato la storia delle riforme dell’istruzione in Italia. Eccone in estrema sintesi i passaggi.

1974:  varo del decreto delegato 417/1974 (Stato giuridico) che ha previsto la formazione universitaria per tutti gli insegnanti. 

1998:  per dare applicazione al su citato decreto  ci sono voluti 24 anni con il varo del Regolamento del ministro Luigi Berlinguer, che ha dato avvio ai Corsi di Laurea in Scienze della Formazione Primaria e alle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento nella Scuola Secondaria, le SSIS biennali.

2008: 10 anni dopo, il Ministro Gelmini con la L. 133/2008 ha stabilito l’immediata soppressione delle SSIS prima ancora di avere definito le nuove modalità di formazione degli insegnanti della scuola secondaria di 1° e 2° grado.

2010: ci sono voluti due anni per ripristinare un percorso di formazione per gli insegnanti della scuola secondaria: i TFA annuali, Tirocini Formativi Attivi, varati dal ministero Gelmini in sostituzione delle SSIS biennali dallo stesso soppresse.

2013: ai TFA si sono aggiunti i PAS, Percorsi Abilitanti Speciali, ossia sanatorie per coloro che non avevano superato il TFA e avevano 3 anni di servizio. Un ulteriore discredito della formazione iniziale, che si riproponeva non qualificata e non selettiva.

2015: la L.107/2015, la così detta Buona Suola, ha previsto una delega per  il riordino, adeguamento e semplificazione del sistema  di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria.

2017: due anni dopo viene varato il  Decreto legislativo 59/17 applicativo della L.107/2015, che ha ridefinito la formazione iniziale e il reclutamento dei docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, attraverso il FIT, Formazione Iniziale Tirocinio e inserimento nella funzione docente. Si tratta di un articolato percorso di 3 anni, che non farà a tempo ad entrare in funzione.

2018: Il 31 /12/2018 viene infatti abolito il FIT dal governo giallo-verde senza nulla sostituirvi. E’ il ritorno a Gentile!  E …continuano le sanatorie.

ADi su formazione iniziale: percorso unitario per tutta la docenza

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ADi ha riproposto, in occasione del Dlgs 59/2017, la propria posizione sulla formazione dei docenti che con tale decreto ha qualche parziale analogia per quanto riguarda i docenti della scuola secondaria. La posizione ADi è così sintetizzabile:

  1. Uguale modalità di formazione iniziale per i docenti della scuola primaria e secondaria, dando la necessaria uniformità di formazione a docenti di scuola primaria e secondaria di 1° grado, anche al fine di ricomporre i due segmenti del 1° ciclo. Ciò significa:
     istituzione della laurea magistrale (biennio specialistico) per tutti i docenti con accesso altamente selettivo. I docenti della scuola primaria devono potervi accedere anche da altre lauree triennali, es. lettere, matematica, pedagogia ecc…
     contestualità di tirocinio e biennio specialistico (laurea magistrale), che si conclude con la laurea abilitante per i docenti non solo di scuola primaria ma anche di scuola secondaria.
  2. Definizione di standard professionali nazionali per la formazione iniziale (biennio specialistico) e per la valutazione finale della laurea abilitante.
  3. Iscrizione negli albi regionali (divisi territorialmente), dopo il conseguimento dell’abilitazione.

Reclutamento: girandola di sanatorie piu’ che di concorsi

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La storia del reclutamento degli insegnanti italiani è ancora più surreale della formazione iniziale: abbiamo contato 35 provvedimenti fra leggi e decreti in 70 anni, di cui la maggioranza sono sanatorie.

I concorsi sono sempre stati solo teoricamente legati alla programmazione dei posti, in realtà ne sono stati sempre avulsi, con la conseguente creazione di situazioni contrastanti fatte sia di un enorme precariato sia di soprannumerari.

Le modalità di svolgimento dei concorsi si sono dimostrate del tutto inadeguate ai fini di una selezione efficace e rigorosa. Sono state infatti contraddistinte dai seguenti elementi negativi:

  1. Prove scolasticistiche, in cui è, peraltro, totalmente assente la valutazione dell’”attitudine” ad insegnare.
  2. Commissioni non qualificate.
  3. Discrezionalità nella valutazione anche per l’assenza di standard professionali e di una visione della scuola.
  4. Tempi lunghissimi di svolgimento, totalmente slegati dalle effettive esigenze delle scuole.
  5. Graduatorie ad esaurimento.

ADi su reclutamento: capovolgere l’ottica da nazionale a locale

Occorre prendere atto della totale inefficienza e inadeguatezza dei megaconcorsi nazionali e avere il coraggio di ribaltare l’ottica, spostandola sul locale. In estrema sintesi ADi propone:

  1. Eliminazione dei concorsi nazionali, istituzione dei concorsi di scuola o di rete aperti agli iscritti all’Albo territoriale, da svolgersi ogni volta che si è in presenza di posti vacanti stabili.
  2. Commissioni esterne di valutatori certificati che si attengano a standard professionali nazionali integrati dalle esigenze espresse dai PTOF locali.
  3. Assunzione con incarico triennale a Tempo Determinato con formazione (apprendistato), che si trasforma in assunzione a Tempo Indeterminato alla fine del triennio di apprendistato, a seguito di valutazione positiva del comitato di valutazione e tutor basata sugli standard. Obbligo di permanenza nella scuola per altri 3 anni.
  4.  Possibilità per le scuole di chiamare esperti con contratto privatistico (tale normativa è stata precedentemente esistente).
  5. Riduzione e nuovo regime delle supplenze. Ridurre le supplenze comporta anche una revisione dell’orario di servizio e la capacità organizzativa della scuola di fare fronte dall’interno alle situazioni contingenti anche mediante l’uso intelligente delle tecnologie. Ove permanga bisogno di supplenze, stipula di un contratto temporaneo senza punteggio, con chiamata dall’elenco di istituto. Occorre infatti evitare la “raccolta punti” che produce sanatorie ed altera il valore qualitativo della selezione in ingresso. Per l’assunzione dei supplenti è opportuno basarsi sulla valutazione del curricolo, anche nella forma del portfolio professionale, che può essere accompagnato da un colloquio.

La kafkiana vicenda della carriera per merito

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E’ una storia che ha dell’incredibile e l’abbiamo più volte raccontata sul sito ADi, fino a farne un dettagliato resoconto che raccoglie, dal 1974 al 2017, 38 provvedimenti, fra leggi, decreti, documenti di commissioni, contratti ecc.. (v. La cronistoria di un fallimento annunciato: merito e carriera dei docenti.

  • Tutto comincia con il DPR 417/1974, Norme sullo stato giuridico del personale docente, direttivo ed ispettivo, con cui viene abolito il “concorso per merito distinto”, insieme alle note di qualifica. Si trattava di un istituto nato con la riforma Gentile e modificato nel 1958 che riconosceva e premiava competenze culturali e professionali con un’accelerazione di carriera. Quando fu abolito aveva sicuramente fatto il suo tempo, così come l’avevano fatto le “note di qualifica”, ma l’errore fu il non sostituirli con meccanismi più adeguati.
    Il mito dell’unicità della funzione docente e dell’egualitarismo, sotto cui sono andate via via annidandosi mediocrità e pigrizia, è stato da allora sbandierato contro qualsiasi articolazione e differenziazione della carriera docente.
  • Dal 1987 al 1997 sono stati fatti molteplici tentativi per reinventare una progressione per merito, non tanto una leadership intermedia, sempre osteggiata al punto che viene addirittura eliminata la figura del vicepreside, che avrebbe dovuto essere il primo tassello di un middle management istituzionalizzato, con propria normativa e scala retributiva.
  • 1997 varo della legge 59, che all’art. 21 istituisce l’autonomia scolastica. Il comma 16 dell’art. 21, voluto dal ministro Berlinguer, recita: “In connessione con l’individuazione di nuove figure professionali del personale docente, ferma restando l’unicità della funzione, ai capi d‘istituto è conferita la qualifica dirigenziale”. Di quel comma è stata realizzata solo la qualifica dirigenziale per i capi d’istituto, ma non hanno mai visto la luce le nuove figure professionali della docenza, per quanto inficiate dall’immancabile “unicità della funzione docente”.
  • Dal 1997 ad oggi, si sono susseguite in connessione con i contratti varie commissioni per lo studio del problema, ma senza alcun risultato. Il recente bonus per merito della Buona Scuola, lungi dal rappresentare l’avvio di una carriera per merito, si è dimostrato fallimentare.

ADi su differenziazione della carriera docente: 3 percorsi

Ciò che impone la scelta della differenziazione della carriera è la consapevolezza che, per costruire una buona scuola, non c’è solo bisogno di bravi docenti (capitale umano), ma di équipe di professionisti (capitale sociale e capitale decisionale) che lavorino insieme in modo efficace, sostenuti da un’organizzazione tecnica ben strutturata, con precisi livelli di responsabilità e di competenze. Si tratta di definire carriere differenziate che assumano  un diverso stato giuridico e  una diversa scala retributiva.

I 3 percorsi professionali.
ADi ha previsto l’articolazione e differenziazione della carriera docente in tre percorsi professionali, con sviluppi anche all’esterno dell’istituto scolastico oltre il middle management. Attualmente è previsto solo il passaggio dalla docenza alla dirigenza scolastica e alla dirigenza tecnica (ispettori), mentre è importante allargare questa possibilità ad altri settori dell’Amministrazione scolastica, per aumentarne le competenze di carattere educativo, oggi largamente assenti (basti guardare i titoli di studio e professionali dei dirigenti del MIUR). Si tenga anche conto a questo fine che attualmente si fa un ampio e improprio uso di docenti comandati (oltre mille) presso gli uffici del MIUR centrali e periferici con incarichi temporanei e con il mantenimento dell’inquadramento di insegnanti di base. Una situazione insostenibile da tutti i punti di vista.

Per ciascuna delle figure ricomprese nei tre percorsi, devono essere definiti specifici standard professionali e differenziati percorsi di formazione, che, a seconda del livello  possono consistere in periodi di formazione in servizio fino a mirati master biennali.

Il reclutamento  si differenzierà a seconda delle varie figure presenti nei tre percorsi, e dovrebbe svolgersi in una progressiva differenziazione di sedi, a cominciare dall’interno della scuola per i primi livelli fino a sedi e commissioni totalmente esterne, per funzioni e ruoli esterni alla scuola. Vanno comunque scongiurati i mega concorsi nazionali, inefficaci e inadeguati  come la storia ci ha insegnato.

I percorsi professionali che noi abbiamo prefigurato sono i seguenti:

  1. Percorso legato alla qualificazione dell’insegnamento/apprendimento. I docenti che accedono a questo percorso sono insegnanti eccellenti nel loro campo di insegnamento. Le loro funzioni includono tra l’altro:
    • guida di gruppi di sviluppo professionale entro la propria scuola e/o rete di scuole,
    • elaborazione e diffusione di modelli innovativi di insegnamento/apprendimento,
    • tutorato dei docenti tirocinanti e dei nuovi assunti nella propria scuola e/o rete,
    • tutorato dei docenti in formazione iniziale presso le Università.
    • ecc….
  1. Percorso legato alla gestione del sistema istruzione.
    Questi percorsi dovrebbero svilupparsi su progressivi livelli di avanzamento, che a partire dall’interno della scuola si diramano anche verso altri ambiti dell’Amministrazione scolastica. Se ne indicano i principali:

    • Capo-dipartimento
    • Responsabile/referente di sede
    • Vicario
    • Ecc….

    Le progressive e successive tappe dovrebbero essere:

    • Dirigente scolastico
    • Dirigente tecnico (ispettore)
    • Dirigente USR e MIUR

    E’ necessario spendere alcune parole sulla dirigenza scolastica, che vive una profonda contraddizione. Ha mantenuto il legame con la docenza, poiché questa rimane l’unica via per accedere alla dirigenza, ma sta perdendo tutte le caratteristiche di leadership educativa per la progressiva ’omologazione con la dirigenza amministrativa pubblica. Questo processo, avvenuto in nome dell’innalzamento retributivo, sta generando una mutazione genetica della figura del preside, iniziata con la modificazione del nome: nomen omen. Il tutto può essere recuperato se si prevede un percorso progressivo in cui i “presidi” siano formati e scelti fra i migliori componenti della leadership scolastica intermedia e si trovino ad agire entro un modello organizzativo che esalta questa specificità

  1. Percorsi per funzioni specialistiche.
    Le figure professionali di questo percorso, estremamente importanti in un sistema di istruzione possono essere specializzazioni della docenza, ma anche provenienti da altri specifici percorsi formativi. Le funzioni qui descritte possono essere esercitate a livello di scuola, di rete di scuole o presso agenzie come INVALSI e INDIRE o lo stesso MIUR e sue diramazioni (USR) o presso le Autonomie Locali. Si indicano alcune importanti specializzazioni oggi carenti:

    • Esperto di progettazione dei curricoli.
    • Esperto di valutazione e psicometria educativa.
    • Esperto in ricerca e statistica in educazione.
    • Documentalista
    • Psicologo in campo educativo.

Un discorso a sé, particolarmente controverso, riguarda gli specialisti per il sostegno ai BES.

La retribuzione: l’altra faccia del depauperamento professionale

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Fare l’analisi della retribuzione degli insegnanti nel corso della storia della nostra scuola significa affondare il coltello nella carne di questo mestiere, nella vita stessa degli insegnanti italiani: una sequenza di passaggi che dipingono i tentativi e le sconfitte di questa categoria di conquistare quel riconoscimento sociale che le spetterebbe, ma che ogni volta è stato respinto ai blocchi di partenza.

Di questa lunga storia sceglierò solo una data, quella che  segna ufficialmente l’avvio di quel processo di deprivazione della specificità professionale degli insegnanti che ha assunto il nome di “impiegatizzazione”: 29 marzo 1983, varo della Legge Quadro sul Pubblico Impiego (legge n.93/1983). Una legge voluta dalle Confederazioni in nome del “disboscamento della giungla retributiva” e che sul versante del personale scolastico produsse tre effetti:

  1. Omologazione ai livelli impiegatizi
    I maestri furono omologati al 6° livello impiegatizio (il più alto dei diplomati nel Pubblico Impiego) e di conseguenza i professori al 7° (che era però il più basso dei laureati nel P.I.).
  1. Standardizzazione entro il Comparto scuola
    Insegnanti, ausiliari, applicati, capi d’istituto, furono tutti inquadrati  nel Comparto scuola secondo istituti normativi e retributivi omogenei, che andavano dalla progressione economica fino all’aggiornamento professionale.
  1. Fine del legame fra la docenza della scuola secondaria e quella universitaria
    Questa omologazione fra le categorie del Pubblico Impiego determinò la rescissione del proficuo legame fra le retribuzioni dei professori della scuola secondaria superiore e quelle dei docenti universitari. Si ricorda che fino agli anni Settanta lo stipendio iniziale di un professore di scuola secondaria superiore era  esattamente identico a quello di un docente assistente universitario.

Gli unici che sono riusciti a sfuggire a questa omologazione sono stati, alla fine del secolo scorso i presidi, che sono diventati dirigenti scolastici e sono usciti dal comparto scuola. Questo è avvenuto senza dare attuazione a nuove figure professionali del personale docente , che  secondo il comma 16 dell’art.21 della legge 59/97 dovevano essere istituite contestualmente alla dirigenza scolastica, e abbandonando progressivamente le caratteristiche di leadership educativa.

Di questo processo di “impiegatizzazione”  della docenza sono stati ampiamente corresponsabili i sindacati ( con i partiti), che hanno contribuito a generare alcuni dei mali  della docenza che ancora ci trasciniamo, quali  il salario appiattito e  la mancanza di sviluppo e articolazione della carriera, che sono andati di pari passo con  il declino del prestigio e dell’autorità dei docenti,  e con l’eccessiva femminilizzazione della professione.

ADi sulla retribuzione

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Retribuzione e status professionale un binomio indivisibile.

Ci guida la convinzione che retribuzione e nuovo status professionale siano un binomio indivisibile, questo significa che si potrà avere un reale innalzamento della retribuzione solo con profondi cambiamenti delle condizioni  professionali degli insegnanti, insieme a una nuova più rigorosa e lungimirante allocazione delle risorse. Nell’ultima legge finanziaria la spesa per l’istruzione scolastica è stata ridotta di 4 miliardi nel triennio, cioè di circa il 10%. Si passa da 48,3 a 44,4 miliardi nel giro di tre anni. Questo diminuzione, rispetto ad una spesa per l’istruzione già molto bassa, è stata calcolata meccanicamente in relazione alla diminuzione degli studenti prevista per i prossimi anni ( circa un milione e 300 mila studenti in meno nel 2030). Ciò che occorre fare è invece reinvestire i risparmi derivanti dal decremento demografico in maniera intelligente, avendo la capacità e la volontà di riallocare le risorse in modo innovativo ed efficace. Noi crediamo che una vincente politica retributiva debba andare di pari passo con il superamento di vecchi tabù e con il reindirizzamento della prospettiva. Ci riferiamo in particolare all’esigenza di:

  • superare il tabù dell’uniformità dell’orario di servizio,  differenziandolo e rendendolo per diverse figure docenti  onnicomprensivo;
  • raffreddare la pressione del mercato del lavoro attraverso una rigorosa programmazione dei posti, una severa selezione per l’accesso alla formazione iniziale, un reclutamento a scadenze regolari, che eviti  la creazione di precariato  e sanatorie;
  • allocare le risorse in modo razionale:  sappiamo che  gli elementi che concorrono alla spesa dell’istruzione sono essenzialmente quattro: 1) la retribuzione degli insegnanti, 2) l’orario di insegnamento, 3) l’orario scolastico degli alunni, 4)  il rapporto alunni docenti. In Italia le retribuzioni degli insegnanti sono basse,  il tempo scuola degli alunni è elevato e  il rapporto alunni docenti  è tra i più bassi in Europa; occorre quindi operare delle scelte;
  • rompere la rigidità degli organici. I parametri su cui si costruiscono gli organicdanno luogo a situazioni inefficaci e inefficienti, va rotta la rigidità delle classi, e va sostenuta  la possibilità di  utilizzare gli insegnanti in modo più flessibile.

Una nota sulla scala stipendiale.
La  progressione stipendiale  è stata ripetutamente messa in discussione a partire dal 1987. E’ stata prima bloccata, poi ripristinata , quindi modificata con passaggio da scatti biennali a sessennali e settennali. La posizione di ADI è sempre stata chiara: la progressione non può essere eliminata ( è presente in  tutti i sistemi scolastici), e va sviluppata su un numero inferiore di anni rispetto agli attuali 35- a regime non più di 10/15con scatti biennali ( v. documento UNESCO).  La valutazione dei docenti è opportuna e necessaria, ma come azione continua. Ai fini dello scatto stipendiale dovrebbe essere considerata solo la possibilità di blocco per demerito, per non trasformare l’operazione in un ulteriore quanto inutile fardello burocratico.

Differenziazione retributiva legata all’articolazione della carriera.
Infine occorre incentivare l’avanzamento dei docenti con relativo innalzamento retributivo attraverso la valorizzazione e differenziazione della docenza  nei tre percorsi indicati.

Le 2 pietre d’inciampo: centralizzazione e contrattualizzazione

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Tutte le questioni fin qui trattate hanno trovato, nel loro cammino, due massicce pietre d’inciampo: la persistente centralizzazione del personale e un’onnivora contrattualizzazione della docenza.

La riforma costituzionale del Titolo V (di cui abbiamo parlato nella relazione sull’istruzione) non ha mai trovato attuazione nel settore dell’istruzione proprio a causa degli insormontabili contrasti a decentralizzare la gestione del personale alle autonomie locali e agli istituti scolastici autonomi.

L’altra faccia della stessa medaglia, è la mancata ridefinizione per legge di alcune fondamentali caratteristiche della docenza, ossia un nuovo stato giuridico, quale premessa alla decentralizzazione. E ciò per la ferma opposizione delle organizzazioni sindacali e per la loro pretesa di contrattualizzare  tutte le condizioni normative degli insegnanti insieme a quelle del personale ATA, mentre i dirigenti scolastici sfuggivano loro di mano, acquisendo autonoma contrattazione e autonome definizioni normative.

ADI su decentralizzazione del personale e nuovo stato giuridico

Abbiamo da sempre espresso la convinzione che nessuna seria innovazione sarà possibile finché la gestione del personale rimarrà affidata alla buro-centralizzazione ministeriale.
Il sito ADi (si veda la sitografia qui riportata) è la testimonianza di quanto l’Associazione si sia spesa fin dai suoi primissimi anni sia per il varo di un nuovo stato giuridico degli insegnanti sia per l’applicazione del nuovo Titolo V della Costituzione nel settore istruzione, in particolare per la decentralizzazione della gestione del personale.
Le due questioni sono sempre state intrecciate perché, secondo ADi,  un nuovo stato giuridico nazionale leggero è  la conditio sine qua non per l’attuazione della decentralizzazione alle autonomie locali e alle autonomie scolastiche.

Di fronte all’estrema difficoltà a procedere, ADi si è dichiarata favorevole anche a forme di autonomia differenziata delle Regioni  e degli Istituti scolastici, ISAS (v. L’istruzione nella visione dell’ADi), ma anch’esse richiedono inevitabilmente la ridefinizione dello stato giuridico nazionale, come quadro di riferimento in termini di principi fondamentali.
Lo stato giuridico dovrebbe innanzitutto ridefinire le materie che spettano alla legge e quelle che spettano al contratto.

Spettano alla legge (stato giuridico nazionale) la definizione della formazione iniziale, del reclutamento, della formazione in servizio, della carriera, della diversificazione dei ruoli con lo sviluppo della leadership intermedia, e infine della mobilità.

Competono al contratto nazionale la negoziazione della retribuzione e dell’orario, entro un quadro di flessibilità definito nello stato giuridico, con margini di autonomia riservati alla contrattazione locale. Spetta ugualmente al contratto la definizione delle ferie, dei congedi, e dei permessi.

LA VISIONE DI ADI SULLA PROFESSIONE DOCENTE

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La ricchezza delle elaborazioni svolte in questi 20 anni di vita di ADi ci consente di delineare in modo abbastanza accurato, pur in una situazione complessa e contraddittoria e in costante evoluzione, la visione di ADi sulla docenza. Si tratta di un percorso tutto in salita che però non va mai abbandonato.
Qui si fornisce in estrema  sintesi un quadro comparativo fra la situazione attuale, ancora intrisa di antichi miti,  e la prospettiva della docenza come professione, secondo la visione di ADi.

 

LA DOCENZA

SITUAZIONE ATTUALE E ANTICHI MITI

ADi: LA DOCENZA COME PROFESSIONE

L’ insegnamento come attività individuale basata sul solo capitale umano. Il mito del bravo insegnante ”solitario” e la convinzione fallace che il solo potere dei singoli sia in grado di cambiare il sistema.

L’insegnamento come capitale professionale costruito dall’insieme di 1) capitale umano (conoscenze e competenze dei singoli), 2) capitale sociale ( rete di relazioni professionali costruite sulla fiducia, la collaborazione, la responsabilità collettiva), 3) capitale decisionale (capacità di valutare in base ai dati e di assumere collegialmente decisioni pertinenti in situazioni complesse).

La libertà di insegnamento come “insindacabile dote” individuale.

L’autonomia della professione, contemperata dal codice deontologico e valorizzata dagli standard professionali.

Irrilevanza della formazione iniziale. “Chi sa, sa insegnare.

Formazione iniziale specifica, con laurea magistrale abilitante per tutti gli insegnanti, attraverso rigorosa selezione nell’accesso al biennio specialistico. Formazione e valutazione fondate sugli standard professionali. Tirocinio contestuale.

La formazione in servizio come attività discrezionale, corollario di una interpretazione distorta della libertà di insegnamento.

La formazione in servizio come sviluppo professionale continuo, attraverso network professionali, sempre più sostenuti dalle tecnologie digitali.

Reclutamento attraverso mega concorsi nazionali, avulsi da una seria programmazione dei posti. Abuso delle sanatorie come soluzione del precariato.

Decentralizzazione del reclutamento alle scuole e/o reti di scuole. Programmazione dei concorsi ogni volta che si verificano posti vacanti stabili. Commissioni di valutatori esperti; valutazione sulla base di standard professionali nazionali e su esigenze locali.

L‘anzianità di servizio come riconoscimento di qualità sia in ingresso sia in itinere.

Il merito come principio fondamentale per la selezione iniziale e come criterio regolatore dell’articolazione di carriera.

L‘unicità della funzione docente.

La multiformità della professione docente con avanzamento, differenziazione e articolazione della carriera.

L‘uniformità dell’orario di servizio come corollario dell’unicità della funzione.

La differenziazione dell’orario di servizio in connessione a diverse funzioni e all’articolazione delle figure professionali.

La retribuzione appiattita e depauperata collegata alla perdita di prestigio e riconoscimento sociale.

Retribuzione e status sociale come binomio indivisibile.
Innalzamento significativo delle retribuzioni accompagnato non solo da un aumento degli stanziamenti per l’istruzione, ma anche da una più razionale allocazione delle risorse.

Centralizzazione della gestione e contrattazione onnivora che ha portato alla ”impiegatizzazione” della docenza.

Decentralizzazione della gestione sostenuta da un nuovo stato giuridico, con la definizione di ciò che spetta alla legge e di ciò che compete alla contrattazione, valorizzando la specificità della professione docente.

ADi PROTAGONISTA DELLA FORMAZIONE E CERTIFICAZIONE DI LEADER EDUCATIVI 

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ADi è l’associazione che più in Italia ha approfondito il tema della leadership educativa, raccogliendo materiali da tutto il mondo, da cui hanno, peraltro, attinto in tanti.
E’ tempo di mettere a frutto questo lavoro di anni.
E’ in gestazione la predisposizione di corsi di formazione relativi ad alcuni percorsi di leadership educativa e anche modalità di certificazione per docenti già esperti, in analogia a quanto da anni svolge il NBPTS.                               

SITOGRAFIA

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2016 Leadership educativa intermedia di A. Cenerini

2016 La cronistoria di un fallimento annunciato: merito e carriera docenti di A. Cenerini

2013 Per non morire di regole e statalismo. Un nuovo statuto professionale dei docenti di A. Cenerini

2013 Il capitale professionale. Come trasformare l’insegnamento in ogni scuola. di A. Hargreaves

2013 Pochi sporchi e subito. La triste storia della retribuzione degli insegnanti. Di R. Drago

2013  The lesson study: una modalità giapponese di formazione professionale di M. Bardelli

2012 Il capitale professionale. Cosa dicono le indagini internazionali di A. Cenerini

2012 Il mio primo anno di scuola. Agenda per presidi alle prime armi, ma non solo…. Di R, Drago

2012 Concorso dei docenti: gli annunci di un ministro e le speranze infrante della scuola italiana di Rosario Drago

2011 La quarta via nel panorama mondiale dell’istruzione di A. Hargreaves

2011 La via australiana ai premi per l’eccellenza nell’insegnamento. di Silvia Faggioli

2011 La valutazione degli insegnanti: una sfida per i valutatori. di N. Bottani

2010 Mummificati in un fondale marino, merito e valutazione riemergeranno inabissando gli scatti di anzianità? Di A. Cenerini

2010 La stabilità degli insegnanti, chiave del successo scolastico. di N. Bottani

2009 Codice deontologico degli insegnanti inglesi a cura di Silvia Faggioli  

2009 Il regolamento dimezzato: formazione iniziale degli insegnanti senza reclutamento. Intervista a Giunio Luzzatto con introduzione ADi

2009 Intervista di A. Cenerini a Carlo Marzuoli. Due fantasmi si aggirano per l’Italia: decentralizzazione dell’istruzione e stato giuridico degli insegnanti

2008 Così è se vi pare. o del paradosso della formazione in servizio. Di Carlo Marzuoli con prefazione ADi

2007  Leadership per la Sostenibilità di Andy Hargreaves, con intro di A. Cenerini

2007  Nuovi orizzonti per docenti e dirigenti:i nodi irrisolti della professione docente e dirigente nel panorama internazionale di A. Cenerini

2007 Carriera e nuovi standard professionali degli insegnanti inglesi di A. cenerini e A. Martini

2007 Presidi e direttori didattici tra autobiografia e rappresentazione di R. Drago

2006 Precarizzazione e Proletarizzazione della docenza

2003 Reinventare la dirigenza scolastica una leadership per l’apprendimento degli studenti a cura dello IEL – Institute for Educational Leadership

2003 Documento finale della Commissione Codice Deontologico, di A. Cenerini

2003 Lo stato giuridico degli insegnanti. 1a intervista a C. Marzuoli

2003  Il precariato nella scuola a cura di ADi

2003 Autobiografie dell’insegnante italiano di R. Drago

2001 5 ottobre giornata mondiale degli insegnanti a cura di ADi

2001 La raccomandazione dell’UNESCO del 1996, a cura di ADi

2001 La dichiarazione dei diritti e dei doveri degli insegnanti, approvata il 16 febbraio 2001 a Bologna dal 2° Convegno Nazionale dell’ADi

2000 la riforma della professione docente in Italia

2000 Un modello di insegnamento efficace di Hay McBer

2000 Il codice deontologico della professione docente di ADi

2000 Gli standard professionali della docenza di ADi

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