INTERVISTA A FRANÇOIS DUBET SULLA SITUAZIONE GENERATA DAL CORONA VIRUS

Intervista di Denis Lafay su La Tribune del 6/04/20 - Traduzione italiana a cura di Romina Papa

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François Dubet: “La prova dell’isolamento rivela delle disuguaglianze che possono diventare odio”

 

dubet1Come vive intimamente e come interpreta intellettualmente questo momento molto particolare dell’isolamento? 

 

dubet2Anche se la mia situazione è relativamente “confortevole” – non sono solo, abbiamo un giardino e non mancano le letture – l’isolamento è comunque una prova. Siamo lontani da quelli che amiamo e non sappiamo quando li rivedremo.
Guardando il mondo attraverso lo schermo, mi sento travolto dalle ondate di informazioni ogni giorno più angoscianti. Anche le rare uscite in strada risultano “inquietanti”, quando si sentono quasi solo gli uccellini. Ma è soprattutto la relazione con il tempo che è dolorosa, poiché non possiamo proiettarci verso alcuna data; e così è necessario occupare il tempo con una successione di piccoli riti in modo che non si diluisca in modo indistinto. Non nascondiamoci che sarà sempre più difficile sostenere questa prova e che probabilmente ne usciremo un po’ diversi e stanchi.

Dal punto di vista intellettuale, mi sento profondamente destabilizzato, perché i problemi che mi occupavano la mente, come la scrittura di un libro con Marie Duru-Bellat sui paradossi della scolarizzazione di massa, diventano irrisori al confronto. Ho letto un libro pubblicato tre settimane fa sulle primarie democratiche negli Stati Uniti, e già sembra datato tanto lontane appaiono queste questioni dalle nostre preoccupazioni.

Non siamo in guerra – formula scomoda – ma è come una guerra: tutto diventa urgente, essenziale, vitale e nessuno intravede una fine certa. Non ci sono solo questioni di sopravvivenza, sappiamo benissimo che dopo le cose non riprenderanno il loro corso normale e che i nostri dibattiti non saranno più gli stessi: impoverimento, debito, crisi del commercio, esplosione della disoccupazione…

Sentiamo il “panico” prenderci, non ne sono esenti gli scienziati: molti diventano epidemiologi dalla sera alla mattina. E come sempre quando non sappiamo cosa sta veramente succedendo nè cosa bisogna fare, le teorie più strane e più cospirative prendono il sopravvento poiché nulla è peggio di non saper spiegare cosa sta accadendo.

Piuttosto che il vuoto va bene qualsiasi spiegazione…

In questa situazione, cerco di fidarmi di quelli che sanno e di quelli che agiscono, perché non ho ragionevolmente altra scelta. Inoltre cerco di non essere connesso tutto il giorno per mantenere un minimo di lucidità.

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dubet1L’isolamento evidenzia drammaticamente le disuguaglianze. Quelle per esempio legate al luogo e alle condizioni materiali dell’isolamento, l’immagine dei parigini sulle spiagge di Cap Ferret si scontrano con l’invisibilità di quelli stipati nei loro monolocali a Seine-Saint-Denis. Quelle legate all’inaccessibilità dei dispositivi di protezione, all’analfabetismo digitale, ecc. Ci si preoccupa che l’isolamento possa aumentare la percezione delle “piccole disuguaglianze”, quelle comunemente trascurate ma che la rabbia dei gilet gialli aveva messo in evidenza, quelle che aggravano l’amarezza e il risentimento, quelle che alla fine frammentano e dividono di più la società. Quelle che potrebbero causare violenza, sia fisica che psicologica. In quali forme possono esplodere queste disuguaglianze “silenziose”? Quali “altre” disuguaglianze sono  o saranno rese manifeste da questa prova di isolamento?

dubet2Giustamente, le scienze sociali, molti think tank e gli economisti sulla scia di Thomas Piketty, hanno evidenziato la crescita delle disuguaglianze negli ultimi trent’anni. Le disuguaglianze che loro misurano e denunciano sono in realtà le grandi disuguaglianze, quelle che oppongono il 5%, l’1%, lo 0,1% o persino lo 0,01% al resto della popolazione. Hanno ragione nella misura in cui la ricchezza si accumula su una minoranza della popolazione, il che pone problemi economici, sociali e fiscali, non solo di giustizia, dal momento che in questo modo una parte della società sfugge alla vita sociale “ordinaria” e al controllo statale.

Tuttavia, questa visione ha portato a ignorare le “piccole disuguaglianze”, quelle che gli individui percepiscono nella loro vita quotidiana, al lavoro, a scuola, in città. In Francia, queste disuguaglianze non sono esplose e in alcune aree sono state addirittura ridotte. Ma per gli individui sono insopportabili e questo per diverse ragioni. La prima è la trasformazione del “regime della disuguaglianza”. Finché vivevamo in una società industriale e di classe, le disuguaglianze erano in qualche modo proporzionate e diventavano un’esperienza collettiva. All’io contrapponevano il “noi”, “noi” i lavoratori, “noi” i “borghesi”, “noi” i contadini… Il confronto era fra gruppi. Negli ultimi trent’anni, questo regime di disuguaglianze si è annullato e sono gli individui più che i gruppi che vivono le disuguaglianze, perché ognuno cristallizza in sé diverse dimensioni di disuguaglianza: io sono disuguale “in quanto ” donna, di periferia, scarsamente istruito, divorziato, lontano dal mio lavoro, o “in quanto” giovane, vecchio, con o senza connessione digitale…

Di conseguenza, le disuguaglianze sono vissute come discriminazioni ed espressioni di disprezzo, tanto più insopportabili dal momento che il sentimento di uguaglianza fondamentale per tutti non ha cessato di rafforzarsi, in conformità con la grande narrazione della “provvidenza” democratica di Tocqueville. Ad esempio, negli ultimi 30 anni, le disparità tra donne e uomini sono state ridotte “oggettivamente”, ma quelle che rimangono sono molto più insopportabili.

Un altro esempio, fino agli anni ’70, le grandi disuguaglianze educative contrapponevano i giovani che erano iscritti all’Università e quelli che lavoravano; oggi quasi tutti studiano, ma non seguono lo stesso percorso d’ istruzione, seguono filiere diverse all’interno del sistema scolastico e la sensazione di ingiustizia di fronte a queste “piccole disuguaglianze” a scuola è molto più sentita rispetto a quando solo una minoranza studiava.

“Se la pandemia ha una virtù, e una soltanto, è di ricordarci che dipendiamo gli uni dagli altri e siamo in debito verso chi non conosciamo.”

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dubet1La propagazione virale delle tesi sulla cospirazione dell’origine del virus ne è portavoce: l’anarchia dei modi in cui si esprime la percezione di queste disuguaglianze, apre la strada a un disordine democratico e politico con conseguenze inaspettate… 

dubet2Il movimento dei gilet gialli ne è un esempio: ha protestato meno contro i “padroni” e Bernard Arnault e di più contro le “piccole disuguaglianze” che intaccano la vita e, ancor più, contro la sensazione di essere disprezzati, invisibili e ignorati. Ma, allo stesso tempo, questo movimento non ha prodotto richieste collettive, ognuno ha portato avanti la sua propria rabbia. Possiamo ipotizzare che covid-19 possa esacerbare questa esperienza di disuguaglianze poiché, come lei dice, ciascuno si confronta più da vicino con se stesso: casa o appartamento, capacità o impossibilità di aiutare nei compiti i figli, connessione efficace o isolamento… La prova a cui siamo sottoposti con questo isolamento rivela disuguaglianze che potevano essere considerate insignificanti per alcuni, ma evidenti per altri. Come per i gilet gialli, queste disuguaglianze non hanno un’espressione collettiva e politica, possono quindi diventare odio, cospirazionismo, populismo… In uno scenario peggiore, possiamo immaginare che le disuguaglianze stiano aumentando: perché questa regione più di quella, perché le mascherine qui e lì no…? Mentre le “vecchie” disuguaglianze di classe avevano un’espressione politica, le diverse molteplici disuguaglianze sono vissute come processi personali, private ​​della connotazione collettiva, si individualizzano e si moltiplicano senza aggregare…

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dubet1… Ne è la prova la polemica negli Stati Uniti – rivelatrice delle vicissitudini dell’organizzazione federale – per cui la Casa Bianca favorirebbe la fornitura di materiale sanitario in Stati, come la Florida, favorevoli alla strategia elettorale di Donald Trump. La pandemia essenzialmente uccide gli anziani o i più fragili. Questa differenza intergenerazionale costituisce sia un grido di allarme delle disuguaglianze sia una chiave di volta del “fare società”. La considerazione per gli anziani, il ruolo e il luogo che vengono loro conferiti, potrebbero cambiare un domani?

dubet2Ogni anno l’influenza uccide gli anziani molto più dei giovani. Suppongo a causa delle loro naturali fragilità. Con l’ondata di caldo del 2003, abbiamo scoperto che le residenze per anziani e le case di riposo proteggono meno di quanto pensassimo. Gli anziani sono morti molto più in Francia che in Spagna e in Italia, dove sono rimasti di più con i loro figli, per mancanza di un efficace stato sociale. E poi, abbiamo dimenticato questa circostanza… per riscoprirla oggi.

Ciò che colpisce di più è il fatto che la scarsità di mezzi di rianimazione richiederebbe di selezionare i pazienti in base alla loro speranza di guarigione quando, a priori, tutte le vite hanno uguale valore. Non avremmo mai immaginato di dover ricorrere alla medicina di guerra.

Stiamo anche scoprendo quanto le nostre vite dipendano dallo stato sociale e dai servizi pubblici: una coppia che lavora ha bisogno di un sistema scolastico, di vari aiuti e supporto per le vacanze scolastiche. Gli anziani sono una questione più dello stato che della famiglia. Anche se la Francia è attrezzata piuttosto bene per quel che riguarda la protezione sociale, non è escluso che la pandemia ci porti domani a revisioni dolorose in termini di solidaretà locali, familiari e di orari di lavoro. Forse tutto ciò che chiamiamo “lavoro di cura”, il “care”, dovrà essere ridefinito, distribuito in altro modo da un lato all’interno delle famiglie dall’altro tra famiglie e comunità.

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dubet1Solidarietà: la pandemia mette davvero in discussione in modo preoccupante ciò che la connota, ciò che, dentro di noi e nella società, la alimenta e la spegne, e la questione degli anziani ne è forse una fotografia salutare…

Ovviamente, non voglio un ritorno alle solidarietà domestiche sostenute dalle sole donne, ma la divisione del lavoro all’interno delle famiglie e tra le famiglie e lo Stato oggi rivela la sua fragilità nella società francese che, ripeto, non è la meno protettiva e la meno ridistributiva. Il modello di welfare e di solidarietà non sarà più sostenibile esattamente come non lo è il modello di sviluppo economico. Dovremo chiedere alla comunità di aiutarci a essere solidali, piuttosto che affidare, per delega, la solidarietà al solo Stato.

“L’universalità del rischio e l’imperativo della solidarietà ci costringeranno a mettere in discussione la giustizia delle disuguaglianze.”

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dubet1Viceversa, è indiscutibile che la pandemia rompa alcuni muri sostanziali delle disuguaglianze: colpisce indipendentemente dal patrimonio, dallo status, dalle classi sociali, dai mezzi finanziari, dai territori, dai Paesi, dai continenti… La percezione di questa rottura potrà durare nel tempo? Questa “uguale vulnerabilità” contribuirà a renderci conto che domani “noi” dovremo impegnarci a combattere “le disuguaglianze ingiuste”? 

dubet2Per quanto ne sappiamo, il Covid-19 è cieco e democratico. Colpisce tutti e costringe tutti a proteggersi proteggendo gli altri. Allo stesso tempo in cui rivela disuguaglianze nelle condizioni di vita, è un fattore di solidarietà poiché la sopravvivenza di ciascuno dipende dagli altri, compresi quelli che non erano affatto visibili e apprezzati. Da questo punto di vista, come nei dopoguerra, molte disuguaglianze diventeranno insopportabili. Dopo la guerra del 14-18, ci si chiedeva perché la società dividesse “quelli che le trincee avevano unito”. Ma questo è lo scenario ottimistico perché si può immaginare, al contrario, che la paura porti alla guerra di tutti contro tutti.

In ogni caso, l’universalità del rischio e l’imperativo della solidarietà ci costringeranno a mettere in discussione la giustizia delle disuguaglianze. È giusto che un sanitario, un camionista, un cassiere o un addetto alle consegne siano condannati a bassi salari e insicurezza quando ora sappiamo che il loro lavoro è così vitale? D’altra parte, è giusto che guadagni altissimi siano totalmente disconnessi dall’utilità sociale del lavoro svolto? Chi guadagna cento volte di più di un altro non è mai cento volte più essenziale. Si può immaginare che queste domande, finora un po ‘astratte, siano tanto più necessarie in quanto dovremo affrontare una crisi economica tale che sarà necessario condividere i sacrifici, le perdite e non i profitti.

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dubet1A proposito di disuguaglianze, dobbiamo distinguere la percezione dalla realtà. L’entità, oggi incalcolabile, inimmaginabile, delle ripercussioni economiche e quindi sociali e anche umanitarie di questa crisi, potrebbe modificare profondamente il “soggetto stesso” delle disuguaglianze, tanto nelle dimensioni della percezione quanto nella realtà. In che modo la “democrazia” – più precisamente ogni leva della democrazia: il potere esecutivo, legislativo, i corpi intermedi, gli spazi della democrazia diretta o partecipativa – dovrebbe, forse fin da subito, affrontare la questione?

La percezione delle disuguaglianze sociali non riflette le disuguaglianze reali. Ogni società aderisce più o meno a una filosofia di giustizia sociale che la porta a percepire le disuguaglianze o alcune di esse come più o meno accettabili. Ad esempio, gli americani sono meno scandalizzati dalle disuguaglianze sociali rispetto agli scandinavi, dato che le disuguaglianze sono molto più elevate negli Stati Uniti che nel nord Europa; quanto alle società liberali, convinte dell’ampiezza della mobilità sociale, tollerano le disuguaglianze meglio delle società socialdemocratiche. Tuttavia, la mobilità sociale non è, di fatto, maggiore nelle prime. Le rappresentazioni contano tanto quanto i fatti, se non di più.

Queste rappresentazioni avranno senza dubbio un ruolo domani. Detto questo, la mia preoccupazione riguarda meno le rappresentazioni e le immaginazioni e di più le capacità politiche. Quale sarà il futuro post-pandemico dipenderà dalle capacità politiche delle società democratiche.

O saranno in grado di organizzare un dibattito e prendere decisioni riconosciute legittime, o non saranno in grado di farlo, in tal caso ci sarà da temere il peggio: paralisi anarchica che probabilmente porterà a regimi autoritari o “illiberali”. L’attuale situazione politica può legittimamente preoccupare: come potranno i sistemi politici democratici che da alcuni anni sono fortemente destabilizzati, offrire prospettive politiche coraggiose e democratiche in presenza di fragili maggioranze, potenti movimenti populisti e demagoghi “incontrollabili e incontrollati” ora al potere in molti “grandi Paesi”? Per quanto riguarda il futuro dell’Europa, ci sono anche buone ragioni per non essere molto ottimisti – e tutti sanno che le risposte nazionali non peseranno sulla situazione del mondo.

“O le società democratiche saranno in grado di organizzare un dibattito e prendere decisioni riconosciute legittime, o se non saranno in grado di farlo c’è da temere il peggio: la paralisi anarchica che porta a regimi autoritari o illiberali.”

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dubet1Qualunque disuguaglianza non è di per sé dannosa o ingiusta, alcune sono di traino e di stimolo, contribuiscono al progresso degli individui e della “comunità”. Può emergere da questa crisi una ridistribuzione delle disuguaglianze “buone” e “cattive”? 

dubet2La questione della disuguaglianza non si è mai presentata come un’alternativa tra egualitarismo assoluto e accettazione di tutte le disuguaglianze. Fortunatamente, non dobbiamo scegliere tra la Corea del Nord – tutti uguali tranne uno – e Hayek – ogni disuguaglianza è buona fintanto che proviene da un mercato aperto. Tutti i sondaggi condotti su questa domanda mostrano che gli individui sono un po’ più sottili e pensano che ci debba essere uguaglianza su alcuni aspetti, come quelli delle libertà fondamentali e della soddisfazione dei bisogni primari. Al contempo ritengono che alcune disuguaglianze siano accettabili quando dimostrano lo sforzo, il merito e il contributo al bene comune. E i francesi sembrano essere in gran misura “seguaci di Rawls”: ritengono che le disparità risultanti da una competizione meritocratica siano accettabili se i più svantaggiati vedranno migliorare la loro situazione. Il dibattito non ha mai opposto l’uguaglianza alle disuguaglianze, ci sono delle disuguaglianze accettabili e in una certa misura utili a tutti. Su quest’ultimo punto, non credo alla teoria dello “sgocciolamento”, alla favola secondo cui la super ricchezza di pochi avvantaggia i più poveri.

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dubet1Lei cita il ​​sociologo Emile Durkheim, autore del principio di “solidarietà organica”: il lavoro di ciascuno contribuisce alla vita collettiva, la coesione sociale deriva dall’interdipendenza degli individui tra loro. La prova a cui siamo sottoposti oggi, potrebbe, in seguito, dare a questo principio una nuova dimensione? E fin da ora sconvolgere alcuni parametri di riferimento, alcuni meccanismi che orchestrano l’organizzazione collettiva della solidarietà e che, ancor prima, alimentano la nostra concezione e il nostro esercizio personale della solidarietà?

dubet2Dobbiamo tornare al concetto di solidarietà perché la ricerca dell’uguaglianza presuppone che siamo solidali con gli altri, con quelli che non conosciamo e per i quali siamo pronti a fare sacrifici: pagare un po’ tutti progressivamente o contribuire tutti allo stesso modo. La solidarietà si basa su una dimensione simbolica: credenze e rappresentazioni comuni ci legano l’un l’altro, in particolare credenze religiose poiché saremmo tutti “fratelli” essendo figli (meno spesso figlie) dello stesso Dio. Nelle società moderne, è essenzialmente la nazione che offre questa dimensione simbolica di solidarietà e che richiede “sacrifici supremi”.

Ma c’è un’ altra narrazione della solidarietà, San-Simoniana, poi Durkheimiana e solidarista, secondo la quale i legami simbolici resistono male all’individualismo moderno, alla divisione capitalistica del lavoro e al disincanto religioso. In questo caso, la società è considerata un organismo, un “alveare” al quale ognuno contribuisce attraverso il proprio lavoro. Più intensa è la divisione del lavoro, più dipendiamo dagli altri e più gli altri dipendono da noi. Solo i folli e i “parassiti” sfruttano questo sistema senza contribuirvi. In questo caso, il solidarismo, quindi il socialismo, consiste in un sistema di diritti e protezioni legato al lavoro che apre debiti e rivendicazioni: ogni lavoratore dà alla società e quest’ultima deve “restituire” il donato. Il moderno stato sociale e la società salariale sono stati costruiti in questo modo, con la ridistribuzione sociale, restituiamo ai lavoratori, ai pensionati… ciò che hanno dato alla società. Nelle società industriali nazionali, questa rappresentazione della solidarietà era estremamente potente perché trasformava un conflitto di classe in un insieme di diritti e doveri sociali. Si chiamava progresso sociale.

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dubet1Progresso sociale le cui fonti di solidarietà sembrano essersi attenuate nel tempo…

 

dubet2In effetti, questa rappresentazione si è progressivamente indebolita e troviamo difficile, con la globalizzazione, la moltiplicazione degli scambi e la mobilità, rappresentare la società in questa forma organica. Se la pandemia ha una virtù, e solo una, è quella di ricordarci le nostre dipendenze e i nostri debiti verso coloro che non conosciamo. Non siamo più in una società di individui puri in competizione, una società di vincitori e vinti, ma in un tutto da cui dipendiamo e che dipende da noi. Il ragionamento può essere esteso oltre le società nazionali: dipendiamo da tutti gli altri esseri umani e persino dalla natura che si auto-invita alla tavola dei diritti… Se questa visione non si impone, rischiamo di vivere un ritorno arcaico delle sole solidarietà simboliche e identitarie: un ripiegamento sulle identità, sulle nazioni, su vicini… un ripiegamento contro tutti gli altri. Dal momento che questo virus è mondiale, la soluzione peggiore sarebbe la chiusura nazionalista e delle identità, e infine: la guerra, quella vera! Quindi dobbiamo, allo stesso tempo, rilanciare ciascuna società e rafforzare la governance internazionale. Non sono sicuro che questo scenario sia quello preferito da Putin, Trump e qualcun altro.

“I francesi credono che le disuguaglianze che derivano da una competizione meritocratica siano accettabili se i più svantaggiati vedranno migliorare la loro situazione. Il dibattito non oppone l’uguaglianza alle disuguaglianze, ma si concentra sulle disuguaglianze accettabili e utili a tutti”. 

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dubet1L’evento, forse anche di civiltà, che sta iniziando avrà enormi conseguenze sul lavoro. Potrebbe anche generare ripercussioni, di ogni tipo, sul “lavoro” – una delle principali leve su cui modelliamo la nostra identità, ci costruiamo intimamente e socialmente -: il nostro rapporto con il lavoro, il posto che diamo al lavoro nella nostra esistenza, la gerarchia delle priorità e dei “valori” relativi al lavoro – domani si cercherà il significato del lavoro più che il denaro? E nelle aziende, nelle organizzazioni lavorative, nei sistemi di gestione, nelle relazioni di potere interno…

dubet2Non ho mai creduto nel declino del lavoro e della civiltà del lavoro. Siamo stati così ossessionati dal lavoro che a volte abbiamo dimenticato che il lavoro è un legame sociale, una solidarietà, una identità e una delle principali espressioni della creatività umana. Basta osservare l’esperienza della disoccupazione per vedere che il lavoro non è solo un “fastidioso obbligo per guadagnarsi da vivere”. Tuttavia, senza tornare alle critiche sul neoliberismo e sul neo-managerialismo, è chiaro che spesso abbiamo degradato le condizioni di lavoro, abbiamo ignorato l’orgoglio, le identità professionali, abbiamo agito come se la ricchezza fosse prodotta solo da manager geniali. Non si può non immaginare che il desiderabile ritorno della solidarietà non porti anche a una riabilitazione del lavoro.

Il problema non è nuovo, in Francia in particolare dove le capacità di contrattazione collettiva rimangono particolarmente deboli, deboli come i sindacati che pensano di non avere altra scelta al di fuori dello scontro, in presenza di dirigenti che pensano di non avere altra scelta che l’allentamento degli statuti e la flessibilità dei lavoratori.

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dubet1Ogni giorno ci dà il flusso infinito di previsioni o speranze. Le profezie distopiche affrontano gli scenari di una rivoluzione delle coscienze e dei comportamenti, un cambio radicale di paradigma. Il suo collega Michel Wieviorka li classifica come segue: i disincantati (“tutto tornerà come prima”), i pessimisti (“domani sarà peggio”) e gli ottimisti, tra i quali si mescolano in vari gradi candore, fede, fatalismo, utopia, determinazione, speranza. Le scienze umane e sociali, e in particolare i sociologi, esaminano la società com’era e com’è. Non come sarà. In questo singolare momento, quale dovrebbe essere il contributo di sociologi, antropologi, etologi, filosofi per capire ma anche, “un po’ “, per prepararsi ?  

dubet2Nessuno può prevedere lo stato personale e collettivo in cui saremo dopo sei settimane di isolamento, in Francia e nella maggior parte dei Paesi. Solo una certezza, non sarà “come prima”. A priori sarà peggio, dato che sembrano garantiti un’esplosione di disoccupazione, un aumento del debito, una aggravata sfiducia nei confronti dei responsabili di ogni tipo… Sarà anche peggio perché molti di noi saranno traumatizzati e in lutto. Ma se abbiamo le disposizioni politiche e intellettuali, possiamo immaginare un rinnovamento delle nostre capacità di azione: come ricostruire una globalizzazione che non indebolisca tutte le economie, come ricostruire la solidarietà e l’uguaglianza, come agire nella natura e non contro di lei ? Tutte queste domande, che erano state bloccate da critiche più o meno superficiali, diventano essenziali.

Le scienze umane e sociali potrebbero svolgere un ruolo in questa congiuntura se sviluppassero un’etica della modestia e della serietà dicendo ciò che è possibile e quali saranno gli effetti delle nostre decisioni. Questa osservazione può sembrare dura e amara – l’isolamento non è un buon consigliere. Ma come possiamo non renderci conto che il gusto per le posizioni indignate, per la denuncia, per la continua riproposizione della perversità del dominio e del potere, che il desiderio di ridurre tutto a spiegazioni semplicistiche, occupano la scena e invadono la rete? Piuttosto che associarci all’isteria del web e delle reti, dovremmo assumere un modesto “positivismo”: dire ciò che sappiamo, ciò che abbiamo studiato, ciò che la storia ci insegna. Il mondo intellettuale e accademico dovrebbe chiedersi: perché le loro posizioni e scelte sono spesso così lontane dalla vita sociale? Sono sempre stato molto sorpreso dalla situazione intellettuale degli Stati Uniti: campus spesso iper-critici e radicali, impegnati in più studi… e, accanto a questo, una società che vota Trump e ritene ammissibile che la terra sia piatta… la Francia non è tanto diversa.

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dubet1Non vi è dubbio che il ruolo dei “veri” esperti, principalmente dei professionisti della medicina, abbia ottenuto un sostanziale riconoscimento. Finalmente!
Inoltre, gli schermi televisivi solitamente invasi da ciarlatani mostrano più rigore e vigilanza. Questa crisi può consentire di “rilegittimare” la scienza presso un’opinione pubblica che le manifesta tanta sfiducia? Inoltre queste scienze umane e sociali sempre più “relegate” – anche all’interno del mondo accademico e politico – possono avere un maggior riconoscimento della loro utilità?

dubet2Non sul web ma sui media “normali”, le assurdità anti-scientifiche sono diminuite. Oggi sarebbe difficile affermare che i vaccini sono più pericolosi dei virus e che i medici non ne sanno nulla. Il fatto di decidere di una politica basata sulla consulenza scientifica non mi sembra possa essere messa in discussione. Anche se stiamo affrontando la più grande incertezza, non abbiamo davvero un’alternativa alla scienza, alle sue domande e alle sue controversie che fanno parte della normale vita scientifica. A questo proposito, la pandemia è benvenuta. Alle scienze umane, insisto, sarebbe consigliato di offrire analisi modeste e serie per non cadere nel solo mondo delle opinioni. Indubbiamente hanno materiale da studiare e cose da dire sui meccanismi sociali rivelati dalla pandemia poiché notiamo che le società non reagiscono e non agiscono allo stesso modo. La questione della loro utilità, spesso negata in nome del rifiuto dell’utilitarismo, oggi è ancor più urgente. L’ho sempre pensato: poiché gli insegnanti-ricercatori sono finanziati dalle tasse pagate da tutti i cittadini, devono qualcosa alla società, devono “rendere conto” – che non significa “fare i conti”.

La retrocessione delle scienze umane e sociali nel mondo accademico deriva dal funzionamento stesso dell’istruzione superiore e della ricerca: non accolgono gli studenti migliori perché offrono sbocchi professionali incerti – la Francia non è l’unico Paese in queste condizioni. Siamo in parte responsabili di questa situazione dal momento che le produzioni più lungimiranti e professionali rimangono confinate nelle riviste dedicate agli scambi scientifici e, soprattutto, alle carriere accademiche, mentre nello spazio pubblico, queste conoscenze scompaiono e vengono sostituite da opinioni e varie posizioni.

“La Francia è abbastanza ben attrezzata in materia di protezione sociale, ma non è escluso che la pandemia ci porterà domani a revisioni dolorose a beneficio delle solidarietà locali, familiari e degli assetti degli orari di lavoro”.

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dubet1Sono già aumentate le prospettive di ritorsioni giudiziarie contro lo Stato, i governanti, le autorità pubbliche accusati di carenze nella gestione e soprattutto nell’anticipazione della crisi. L’ampiezza di queste ritorsioni sarà proporzionale a quella dell’approccio giudiziario e della deresponsabilizzazione delle coscienze e delle azioni. Questa osservazione solleva due domande: il principio di precauzione messo in Costituzione non ha forse, all’interno della società, avvelenato seriamente le coscienze e l’esercizio della responsabilità oltre il suo perimetro originario? Gli scienziati, ai quali l’esecutivo fa costantemente riferimento per spiegare e… giustificare le sue decisioni, potrebbero diventare capri espiatori in caso di catastrofe umanitaria?

dubet2Non siamo ancora fuori dalla pandemia che già mi viene chiesto di firmare un appello per una causa contro Emmanuel Macron, Edouard Philippe e altri, per “messa in pericolo” e persino “alto tradimento”… lo trovo terrificante, perché questo diventa la ricerca di capri espiatori: “loro” sapevano, “loro” mentivano, “loro” uccidevano consapevolmente… A livello collettivo, non è altro che la denuncia dell’infermiera vicina accusata di diffondere il virus. Ovviamente, dovremo spiegarci e spiegare come siamo arrivati ​​a quel punto, e chiederci se abbiamo agito come avremmo dovuto. Ma quegli stessi che ridevano delle scorte di mascherine accumulate inutilmente a seguito dell’influenza, oggi denunciano l’imprevidenza di chi governa…

Il meccanismo è sempre lo stesso: se ci sono effetti – una pandemia – è perché ci sono cause e dietro le cause ci sono intenzioni di nuocere. “Loro”, i potenti, gli scienziati, la casta, i cinesi, e perché no, gli ebrei e i musulmani… sono dietro tutto. Quelli che si regolavano sulla base di alcuni pogrom e roghi, ora mettono in scena la giustizia. Questo è lo scenario peggiore per uscire dalla crisi. Il peggiore perché ciascuno si libera delle proprie responsabilità: denuncio il turismo di massa, ma rivendico il diritto di andare in vacanza dove voglio; denuncio la globalizzazione ma amo gli abiti prodotti in Bangladesh… Il “sistema” funziona perché ciascuno vi partecipa con entusiasmo, finchè funziona. Allo stesso modo, queste chiamate a processo sono spesso modi per sbarazzarsi della propria colpevolezza. I partiti che hanno richiesto lo svolgimento della prima tornata del voto comunale, oggi accusano il governo di averli seguiti.

Ovviamente, dovremo capire cosa è successo e perché abbiamo agito come abbiamo agito. Ma è minore il ruolo della giustizia rispetto a quello delle istituzioni democratiche. Ed è per questo che la metafora della guerra è pericolosa: il virus non è un esercito nemico e la guerra richiede traditori ed eroi, il che non è il caso della pandemia che richiederebbe piuttosto responsabilità e fermezza di carattere.

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dubet1Dentro e fuori la crisi, la “responsabilità di educare” è e sarà centrale: per spiegare, aiutare a capire, a discernere, a imparare la lezione e persino a “costruirsi” diversamente. I genitori, in particolare oggi, e la scuola, in particolare domani, sono e saranno in prima linea. È una prova, per le madri, i padri, gli insegnanti e per l’Educazione Nazionale; forse anche un’opportunità?

dubet2Non è stato necessario attendere la pandemia per scoprire che il lungo periodo di massificazione scolastica è oggi in affanno. La promessa di giustizia sociale è stata mantenuta solo in minima parte e le disuguaglianze si moltiplicano all’interno dello stesso sistema scolastico. La promessa del capitale umano, quella dell’aumento generale delle competenze, è stata mantenuta solo per i vincitori della competizione scolastica: gli altri si trovano ad affrontare la svalutazione dei diplomi e il declassamento. Infine, la promessa democratica, secondo la quale l’educazione di massa dovrebbe rafforzare la fiducia democratica e più in generale la fiducia, è stata mantenuta solo per i più istruiti che costituiscono un’élite culturale, politica e sociale contro la quale si rivoltano i vinti della competizione scolastica. Oggi, gli elettori sono definiti più dai livelli di diploma che dai criteri classici di classe sociale.

Se il fattore principale dell’uscita dalla pandemia è quello della solidarietà e della fiducia democratica, non vedo come la scuola non possa non essere messa in discussione. Più che il funzionamento della scuola, sarà lo stesso modello educativo francese a essere scosso. Ovviamente, i genitori non saranno trasformati in insegnanti, ma i rapporti con l’apprendimento, l’orario di lavoro, le valutazioni scolastiche non usciranno indenni da questa crisi. Tuttavia, si può essere ottimisti quando si vede quanto gli insegnanti, spesso percepiti come cauti e ripiegati sulle loro tradizioni pedagogiche, si mobilitano, inventano, si relazionano con i loro studenti, non contano il tempo che impiegano. Sembra che il 10% degli alunni sia oggi escluso. È molto, ma non avrei scommesso personalmente su una cifra così bassa. Forse la pandemia trasformerà la scuola e l’università più di quanto i ministri siano stati in grado di fare.

“Il mondo intellettuale e accademico dovrebbe chiedersi: perché le loro posizioni e le loro scelte sono spesso così lontane dalla vita sociale ?”

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dubet1Lo ha affermato il capo dello stato durante il suo discorso del 16 marzo con l’annuncio del lock down. “Quando vinceremo [la guerra contro il coronavirus], il giorno dopo non sarà un ritorno al prima (…). Questo periodo ci avrà insegnato molto. Molte certezze, convinzioni saranno spazzate via, (…). e sarò con voi per trarne tutte le conseguenze (…). Cerchiamo di essere individualmente e collettivamente all’altezza del momento”. In sintesi, come immagina e come spera che sarà questo “giorno dopo”?

dubet2Ciò che rende la situazione così difficile è che si può immaginare di tutto. Una cosa è certa, tuttavia: non usciremo dall’attuale isolamento con la stessa rapidità con la quale ci siamo entrati. Ci saranno fasi, transizioni, riprese graduali ed entreremo in un periodo politico poiché la politica non consisterà più nell’accompagnare i cambiamenti di fronte a un’evoluzione vissuta più o meno come irreversibile. Le mie speranze riguardano la nostra capacità politica collettiva, vale a dire la nostra capacità di progettare un futuro e gestire i nostri conflitti. Le mie preoccupazioni riguardano anche questa capacità. Quando si è isolati, quando si perde l’esperienza diretta del mondo sociale, le speranze e le preoccupazioni fluttuano e cambiano costantemente. E questo è estenuante.

François Dubet è professore emerito all’Università di Bordeaux-II e direttore degli studi presso l’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS). Ultimo lavoro pubblicato: Il tempo delle passioni tristi: disuguaglianze e populismo, (Coédition Seuil-La République des idées, marzo 2019).

Il testo francese si trova a questo link

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