A. Cavalli – INSEGNARE PER UN MONDO GLOCALE

Alessandro Cavalli, atti del Seminario Internazionale ADi 2019

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LE RAGIONI DELL’INCERTEZZA

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Un tempo educare voleva dire trasmettere alla nuove generazioni il patrimonio di saperi accumulato nei secoli, affinché fossero in grado di affrontare nella loro vita futura i problemi che le generazioni precedenti avevano già risolto, senza dover partire ogni volta da zero.

Da quando le società umane sono entrate in un processo di accelerazione del cambiamento, che non sembra al momento destinato ad arrestarsi, educare vuol dire anche preparare le nuove generazioni ad affrontare problemi di un mondo che non conosciamo ancora, sappiamo solo che sarà diverso dal nostro e da quello delle generazioni passate.
Ad esempio, che cosa vuol dire educare a vivere in una società in declino demografico quando l’umanità nel suo insieme sperimenta un’esplosione demografica? Che cosa vuol dire vivere in una società in cui la quota di anziani oltre i 65 anni supera di molto la quota di coloro che ne hanno meno di 18?

Cosa vuol dire prepararsi ad affrontare la possibile graduale scomparsa del lavoro manuale, almeno nelle forme a noi conosciute?
Il cambiamento genera inevitabilmente resistenze ed entusiasmi.
Il compito dell’educazione non consiste nel rafforzare le resistenze o gli entusiasmi, ma educare a vivere consapevolmente il cambiamento. A seconda delle circostanze, può essere utile premere sul pedale del freno, oppure sull’acceleratore.
Parliamo di globalizzazione e non sappiamo quali direzioni prenderà, ma sappiamo che ha ed avrà importanti implicazioni su ogni società nazionale e locale, sull’ambiente del quale ogni scuola è parte, sulla vita quotidiana dei suoi membri.

La vera grande trasformazione antropologica è consistita nel passaggio da società lente a società veloci, anzi a società che sperimentano da poco più di due secoli un incessante e vorticoso processo di accelerazione. Mentre nelle società lente il mondo non cambiava sostanzialmente tra la nascita e la morte delle persone (anche perché la durata della vita media era assai inferiore ad oggi), quindi l’intera vita di una persona si svolgeva nell’arco della stessa epoca, ora il mondo cambia anche radicalmente nell’arco di una stessa esistenza. La nostra vita attraversa epoche storiche diverse.

5cavalliBasta guardare la curva della crescita della popolazione mondiale, come è cresciuta lentamente nell’arco di millenni e poi si è impennata negli ultimi due secoli. Quando sono nato eravamo 2,5 miliardi, oggi siamo 7,5 miliardi.
Per una persona anziana, come me, basta guardare retrospettivamente agli scenari che si sono presentati nell’arco di un (quasi) secolo.
Queste trasformazioni hanno comportato che molti mestieri sono scomparsi, altri sono cambiati radicalmente, sono comparsi nuovi mestieri. Che cosa ci riserva il futuro ? Sicuramente delle sorprese, cioè eventi/situazioni che non siamo in grado di prevedere.

7cavalliChe cosa riuscirà a fare l’Intelligenza Artificiale? I robot non sono soltanto dei meccanismi che mimano i movimenti umani, ma diventeranno sempre più macchine che pensano, che apprendono, che avranno prestazioni impensabili per degli esseri umani (ad es., giocano a scacchi meglio dei migliori giocatori; Alpha-go è un software per giocare a go, un gioco giapponese simile agli scacchi; non si trova più nessun giocatore umano capace di battere la macchina).
Le macchine possono avere una memoria praticamente infinita. Ci si chiede se riusciranno anche a dimenticare, ad avere emozioni e sentimenti. Del resto abbiamo già adesso alcuni esempi, come l’auto senza guidatore, il traduttore automatico, la diagnostica medica computerizzata, i big data e i connessi problemi di privacy e security. Tutte cose impensabili solo vent’anni fa.

8cavalliInfine, la globalizzazione ha messo in moto movimenti di popolazione sulla faccia della terra che non sono nuovi, ma la cui novità è costituita dall’imponenza quantitativa del fenomeno. Sono in atto tentativi di ostacolare, fermare, bloccare questi movimenti, non sappiamo se e in che misura riusciranno nel loro intento.
Gli scenari della politica mondiale sono altrettanto imprevedibili. Siamo passati da un mondo bipolare ad uno multipolare, ma non sappiamo se il nostro paese o l’Europa riusciranno ad avere un posto, ed una voce, in questo mondo e quale.

9cavalliI paesi ricchi andavano più alla svelta dei paesi poveri, ora tende ad accadere il contrario. Cina, India, Brasile, e anche qualche paese africano per i paesi avanzati; gli USA non sono più il modello che ci dice come e che cosa saremo in futuro; la fase dell’innovazione per imitazione sta esaurendosi, i paesi emergenti hanno imparato la lezione e forse saranno loro ad insegnarci qualcosa; la conoscenza e l’innovazione si diffondono sempre più rapidamente senza incontrare barriere; i maggiori incrementi di produttività non vengono più dal “vecchio mondo”, cioè dagli USA e dall’Europa, ma anche da chi fa e farà grandi investimenti in Ricerca e Sviluppo.

LE IDENTITÀ COLLETTIVE IN UN MONDO GLOCALE

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Il mondo globalizzato nel quale siamo entrati è pieno di incognite e di incertezze. Fa oggettivamente “paura” e la paura paralizza, oppure invita a tornare indietro e questo spiega la rinascita dei nazionalismi sotto la forma del sovranismo.

11cavPoiché i governi hanno perso il controllo di quello che succede, le società si ripiegano su se stesse, cercano protezione nel ritorno agli stati nazionali e alle identità etnico-culturali, linguistiche, storico culturali, senza rendersi conto che sono proprio gli stati nazionali a non essere più in grado di tutelare e valorizzare le identità collettive, nonché il benessere o il malessere dei propri cittadini.

Il tema della formazione delle identità collettive resta comunque un tema cruciale che la scuola, soprattutto nella fase attuale, non può bi-passare. Le identità individuali sono infinite, ognuno ha la propria diversa da quella di tutti gli altri che vivono e che hanno vissuto sulla terra. Le identità collettive sono plurime: ci sono quelle legate al genere, all’età, alla cultura, alla professione, alle fedi religione, alle preferenze politiche e altre ancora. Qui ci interessano quelle culturali legate a un territorio. Le identità legate a una cultura o a un territorio sono plurime, ma ognuna non esclude tutte le altre, anche se possiamo forse ordinarle lungo una scala gerarchica. Ad esempio, molte ricerche ci invitano a indicare quale identità di appartenenza mettiamo al primo posto, quale al secondo e via di seguito.

12cavStoricamente in Europa dal xix secolo in poi la scuola pubblica si è data, o le è stato assegnato, il compito di formare, rafforzare e coltivare l’identità nazionale che, spesso ma non sempre, coincide con l’identità linguistica. I processi di globalizzazione tendono ad attenuare la centralità dell’identità nazionale, anche se viviamo in una fase in cui c’è chi proclama “America first”, oppure “prima gli italiani”, i polacchi, e così via. Personalmente, vedo con terrore qualsiasi identità che tenda a diventare esclusiva.

13cavInvito ognuno a fare un esercizio. Dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei. Io, personalmente risponderei così. Ho vissuto pezzi della mia vita in diversi paesi, però quando mi chiedono da dove vieni, se sono in Asia, in Africa o in America dico che sono europeo, se sono in un paese europeo dico che sono Italiano, se sono in Italia dico che sono milanese, anche se non vivo a Milano da più di quindici anni, e se sono a Milano e parlo con quei pochi che sono nati e cresciuti a Milano dico che sono o di Porta Venezia (dove ho vissuto l’infanzia), oppure di Porta Ticinese (dove ho vissuto gli anni della scuola superiore e dell’università). Se per caso sbarcasse sulla terra un marziano, probabilmente mi verrebbe da dire che sono un essere umano. Anche se penso al futuro di questo pianeta mi viene da dire di essere un essere umano.

Il luogo dove si è passata l’infanzia e l’adolescenza è comunque sempre molto importante, il paese dove si parla la tua lingua madre lo è altrettanto, ma lo è anche il luogo dal quale pensi dipenda il futuro tuo e dei tuoi figli e nipoti.

La scuola può, anzi deve, aiutare i soggetti ad orientarsi nella scelta delle identità plurime senza trascurarne nessuna.
Ma non può e, a mio avviso, non deve, privilegiarne una a scapito di tutte le altre. Questo vale prima di tutto quando si insegna la storia: che si parta dalla storia locale o dalla storia globale, l’importante è scoprire i nessi tra i vari livelli e che non ci si fermi a metà strada. Questo è il senso del glocale che sta nel titolo di questo intervento.

LA SFIDA DELLA COMPLESSITÀ

Il compito degli educatori (genitori, insegnanti, figure di riferimento) risulta particolarmente complesso nelle condizioni della contemporaneità per una serie di fattori: il pluralismo dei valori, la facile accessibilità a mondi e culture diverse da quella dove si è nati e cresciuti, la dinamica dei modelli educativi, la crescente instabilità dell’ambiente familiare, la dinamica della struttura delle occupazioni, il cambiamento rapido delle tecnologie della vita quotidiana.
Il mondo è sicuramente diventato più complesso nel senso che le reti di interdipendenza sono diventate più lunghe fino a coprire l’intero globo. Una perturbazione nella borsa di Tokio arriva come un’onda sismica nelle borse di tutto il mondo e queste a loro volta si ripercuotano sui mercati e le economie reali di ogni paese.
Ma forse non è soltanto il mondo che è diventato più complesso. E’ la nostra conoscenza del mondo che è diventata più incerta. Meglio, sono venute meno nella fase storica in cui viviamo le “grandi narrazioni” che ci consentivano di “ridurre la complessità”, le ideologie funzionavano da “grandi semplificatori” e la loro eclissi ci ha messo in guardia contro le semplificazioni arbitrarie di quell’intreccio di interdipendenze reciproche che gestisce la complessità.

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In breve, ci siamo resi conto che dobbiamo adottare un’ottica sistemica. Un’ottica sistemica mette inevitabilmente in crisi una concezione del sapere fondata sulla somma di una pluralità di discipline concepite come autosufficienti.

Siamo di fronte a una vera contraddizione: da un lato il progresso scientifico impone una specializzazione sempre più spinta delle discipline, dall’altro richiede che le stesse discipline dialoghino sempre di più le une con le altre per non spezzare arbitrariamente le catene di interdipendenza che costituiscono la complessità del reale. 17cav

Anche perché i fenomeni emergenti affiorano sempre più negli interstizi, cioè in quei territori del sapere che si collocano nelle aeree di sovrapposizione di discipline diverse. Ciò vale per le discipline scientifiche “hard”, ma vale anche per il settore delle discipline umanistiche e per le scienze “soft”.

EDUCARE ALL’INCERTEZZA

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Sono evidenti le ripercussioni di tutto ciò sull’organizzazione delle attività di formazione, sulla elaborazione dei curricula, ma anche sulla formazione dei docenti, sulla costruzione delle classi e degli orari. Un approccio per competenze, quale quello che si sta faticosamente affermando anche in Italia, pur tra tante incertezze e esitazioni, ponendo l’accento non solo sul sapere, ma anche sul saper fare e sul saper “stare e fare insieme” risulta particolarmente congeniale ad una realtà dominata dall’incertezza e dalla complessità.

19cavE’ chiaro come un approccio per competenze non cancelli un approccio per discipline, ma si possa ad esso variamente integrare, per non parlare dei settori, come l’educazione alla cittadinanza, dove parlare solo di discipline è quanto meno riduttivo, se non fuorviante.
Insegnare non vuol dire solo avviare all’apprendimento di saperi e di sape r fare (knowledge, know how and skill), ma anche contribuire a formare quei tratti della persona che consentono di agire nell’incertezza e nella complessità in qualsiasi ambito “l’apprendista” si trovi ad operare. Di fronte all’incertezza assume rilevanza, ad esempio, la capacità di compiere della scelte, la quale comporta la capacità di valutare costi e benefici delle alternative e, soprattutto, la capacità di rinunciare. La vita è un continuo trovarsi di fronte a situazioni di dilemma, l’ambivalenza è intrinseca alle condizioni della post-modernità. Una condizione unica, nella quale i destini non sono deterministicamente segnati fin dall’inizio, ma lasciano al soggetto spazi, più o meno ampi, di azione. Per scegliere bisogna esplorare la propria scala di preferenze (quella che gli economisti neo-classici chiamano la “funzione di utilità”) e per farlo bisogna trovare una soluzione soddisfacente alla definizione della propria identità.

20cavGli educatori devono addestrare i propri allievi a vivere in un mondo che essi stessi non conoscono e del quale possono sia intravvedere le opportunità sia temere i rischi.

Gli educatori stessi vivono in una condizione di incertezza ontologica. Per affrontare con fiducia l’incertezza è indispensabile (o almeno preferibile) disporre della certezza di sapere affrontare l’incertezza, cioè avere un’immagine di sé sufficientemente solida (il tema dell’autostima), ma abbastanza duttile per adattarsi ai cambiamenti, quindi non rigida e pertanto potenzialmente fragile. Chi è in grado di governare l’incertezza non deve avere nè troppa nè troppo poca autostima, deve sapere individuare gli ostacoli senza perdere di vista le mete, deve essere consapevole delle difficoltà, ma avere la fiducia di essere capace di superarle.

I fattori di incertezza del contesto della vita quotidiana nelle società della tarda-modernità, ai quali ho fatto riferimento in precedenza, rendono particolarmente complesso, lo ripeto, il compito degli educatori. Questo consiste nell’aiutare la crescita formando quelle sicurezze che possono in futuro (peraltro ignoto) aumentare le capacità di affrontare l’incertezza.
Ho accennato al tema dell’identità personale, della fiducia nelle proprie capacità e dell’autostima e al ruolo dell’educazione e degli insegnanti nel contribuire a formarla. Gli insegnanti, anche a causa della carente preparazione professionale (distinta dalla preparazione disciplinare) che hanno ricevuto, spesso non si rendono conto del grande potere che hanno nell’attivare o deprimere le risorse di fiducia e autostima dei propri allievi.

21cavNon ci sono però solo gli insegnanti.
Anche i compagni, i pari, sono una componente spesso decisiva nella formazione dell’identità personale: si impara, e si cresce, studiando insieme, divertendosi insieme, nello sport come nella musica. Nella cooper azione per raggiungere un obiettivo condiviso, ma anche nella competizione per misurare le proprie forze e i propri limiti, si ottengono i riconoscimenti indispensabili per la costruzione di un’immagine adeguata di sé e la scuola non può essere indifferente a questa dimensione. Ma questo non è il luogo approfondire questo punto.

 

EDUCARE ED EDUCARSI ALLA CITTADINANZA NEL MONDO GLOCALE

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Di educazione civica nella scuola si è parlato spesso e si è fatto poco. Agganciata all’insegnamento di storia, l’educazione civica non ha sviluppato una propria cultura e tradizione disciplinare. Oggi è forse soltanto nell’ambito dell’insegnamento della religione dove trova spazio una riflessione sul tema della cittadinanza. Questa assenza alla fine si può rivelare un vantaggio perché l’educazione alla cittadinanza (se non è intesa come un breve corso di diritto pubblico) riguarda tutti gli insegnanti ed anche il personale non docente.

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Qui non si tratta di trasmettere un sapere, ma di far nascere una consapevolezza della necessità di gestire le regole della convivenza. Il discorso sarebbe lungo ed in altra sede ho cercato di svilupparlo meglio.

 

Qui mi limito a una proposta: dedicare una mezza giornata ogni mese (cioè, 3-4 ore nove o dieci volte all’anno) a discutere un tema in classe suggerito dagli studenti o dagli insegnanti su qualcosa che è successo nella scuola, nella comunità come nel mondo nelle settimane precedenti e sul quale sembra importante che ci si faccia un’idea. Una finestra attraverso la quale fare entrare il mondo nella scuola.

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