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LA SCUOLA E I 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA

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I tre prestigiosi soci onorari dell’ADi, Carlo Marzuoli, Norberto Bottani e Rosario Drago hanno scritto ciascuno un breve testo, non ritualistico e accattivante, per ricordare la ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, rapportandola alla scuola.

Festeggiamenti per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia

Abbiamo chiesto ai nostri tre prestigiosi soci onorari, Carlo Marzuoli, Norberto Bottani e Rosario Drago, di ricordare con brevi considerazioni questa ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, rapportandola alla scuola.

Ne sono risultati tre testi accattivanti, non ritualistici, estremamente diversi fra loro, che riflettono la formazione, gli interessi e la visione di ciascuno: un giurista, un analista internazionale dei sistemi scolastici, un uomo di scuola.

L’ADi non esaurisce qui il proprio impegno per il 150° anniversario, sarà infatti aperto uno spazio nel sito nel quale, durante tutto il corso del 2011, verranno raccolti e pubblicati  documenti e testimonianze che ci narreranno questi 150 anni di storia della scuola italiana.


Per ricordare: due ragioni in più

di Carlo Marzuoli

Carlo Marzuoli
Carlo Marzuoli

1. La situazione di questi anni  suscita   preoccupazioni,  disillusioni,  rassegnazione.  Peraltro, il presente è solo il capitolo (il più breve, più degli altri transitorio) di una vicenda più ampia. A  questa – credo – occorre guardare.

L’identità di una comunità  non si improvvisa, è un’identità ricevuta;  è fatta dalla storia.  D’altra parte, la  nostra identità in forma statuale, nata nel 1861,  non merita di essere rimessa in discussione. Invero, essa costituisce  anche  il percorso di un’affermazione di libertà,   la cui autenticità e forza  sono ancora attuali in virtù di quelle  persone il cui sacrificio  ha permesso prima di costruire lo stato monarchico – censitario e poi di passare alla Repubblica democratica e sociale garantita dalla Costituzione.  Ed è altresì la storia di uno sviluppo economico-sociale difficilmente immaginabile per un territorio all’epoca in grandissima parte  costretto nelle maglie di un impero, quello austro-ungarico,  comunque senza futuro, o di   uno stato confessionale, o di assetti socialmente arretrati e immobili;  uno sviluppo, si noti, ancor più sorprendente se si ricorda  che il nostro Paese, a differenza di altri,  mai è stato una significativa potenza coloniale.

Tuttavia, l’identità ricevuta di giorno in giorno si rinnova, per effetto del  cambiamento dei tempi e delle situazioni,  specie oggi in cui la dimensione identitaria è  mezzo di  dialogo e non di  chiusura.

2.  Parlare di tutto questo significa parlare anche di scuola e di docenti.   Almeno per due ragioni.

Scuola e identità nazionale. Il legame è stretto;   forse, in parte, si tratta di facce di una medesima medaglia.  Scuola e docenti sono protagonisti indispensabili dell’identità e del suo rinnovamento.    Perché?  Perché scuola e docenti   sono configurati  e regolati (così è secondo la nostra Costituzione) in modo da corrispondere ai bisogni di  sviluppo economico  della società e dei  singoli e,   al tempo stesso, da consentire alle persone  di meglio intendere quali sono i loro “veri” bisogni (quelli più aderenti alla loro “personalità”: il termine è nell’art. 2 Cost.), al di là dei condizionamenti contingenti.  Sono scuola e docenti che, nell’attività di insegnamento, quale che sia il settore disciplinare, umanistico o scientifico, teorico o pratico, costituiscono il raccordo fra la memoria del passato (l’identità ricevuta) e l’acquisizione delle capacità di governare e di provvedere alle esigenze del presente e del futuro (l’identità da rinnovare) e con ciò producono una “ricchezza” individuale e sociale forse difficilmente misurabile, ma certamente  decisiva.

L’identità nazionale attuale e la scuola. E’ difficile immaginare una scuola e dei docenti senza una corrispondente dimensione nazionale. Ma è  impensabile che la scuola e  i docenti possano esercitare il ruolo a cui sono chiamati se nazionale continua a significare  “statale”.  La dimensione nazionale della scuola –  è scritto in Costituzione, oggi a chiare lettere  –  è quella dell’ordinamento pluralista della Repubblica: una  scuola riorganizzata in base alla decentralizzazione, all’autonomia scolastica, a un coerente stato giuridico del personale docente che ne garantisca i diritti e le responsabilità,  a  una nuova disciplina del rapporto di lavoro anch’essa  congrua rispetto al nuovo assetto costituzionale.

  • Si può allora concludere che, in nome (soprattutto) del futuro e di una nuova e migliore condizione della scuola,  la data del 17 marzo 1861 merita di essere ricordata … e (pur a rischio di un po’ di retorica)  perfino “celebrata”.

La scuola italiana attraverso gli occhi di uno svizzero

di Norberto Bottani

Norberto Bottani
Norberto Bottani

La scuola italiana ha rappresentato, per il mio vissuto, un’ ottima esemplificazione delle teorie di Michel Foucault, secondo cui la scuola, istituita con gli stati nazionali, è stata non solo un servizio per istruire la popolazione, ma anche il veicolo fondamentale per  inculcare (qui il termine è appropriato) valori , disciplina, ubbidienza, in breve per adeguare le giovani generazioni ai principi morali, culturali e alle norme che regolano la società.

Scuola elementare:  “La piccola vedetta lombarda”. Io, bambino svizzero, in quella narrazione mi sono immedesimato fino a piangere. Ora so che quel testo, pur ispirato da una patria non nostra, serviva a inculcarci i valori patriottici.

E ancora, riandando alla travagliata storia di questi 150 anni, mi vengono in mente i milioni di emigranti semianalfabeti scappati dall’Italia, vittime predestinate di abusi e violenze di ogni genere, di sofferenze quasi inenarrabili. In quel flusso ci sta anche parte della mia storia personale, discendente da un bergamasco emigrato nel Canton Ticino. Grandi lavoratori, teste calde talora, ma con principi inossidabili. Nonostante la povertà, fedeli fino in fondo  ai valori proclamati dal clero, dai missionari, dai medici, dagli insegnanti e dai notai. Guai a sgarrare. Il sistema di governo della popolazione funzionava sia in patria sia all’estero. La miscela esplosiva di ubbidienza, sottomissione, rassegnazione, fede religiosa governava vallate intere, villaggi, campagne del Canton Ticino, ed era fedelmente insegnata o imposta o curata nelle scuole.

Ho avuto un nonno insegnante che ha  tenuto un diario di scuola per quarant’anni, posso quindi fornire le prove di questo straordinario ed efficace lavoro sul corpo sociale, simile a quello di un pugile  ai fianchi dell’avversario.

Infine non posso non pensare  ai notabili universitari che alla vigilia del secondo conflitto mondiale giurarono nella stragrande maggioranza fedeltà al fascismo. Quegli stessi notabili che hanno poi contribuito a modellare la scuola italiana del dopoguerra, in particolare la scuola secondaria di secondo grado, conservandola perfettamente  nella naftalina.

Per un lungo periodo in Italia l’apparato statale ha realizzato il mandato ricevuto e gli insegnanti sono stati diligenti esecutori di questi obiettivi, hanno profuso impegno nei confronti della coesione sociale, per tenere assieme un paese frazionato e diviso, e lo hanno fatto nonostante condizioni di lavoro precarie e livelli salariali infelici.

L’operazione è però riuscita solo in parte perché è stata gestita male dai detentori del potere e dall’amministrazione statale. La coesione sociale ha avuto uno sviluppo limitato e contraddittorio, le disuguaglianze sociali sono rimaste enormi. La scuola italiana, nata in una società agricola, è sopravvissuta nella fase dell’industrializzazione ma non è mai entrata nella modernità. La modernità, il “made in Italy”, non è nata dalla scuola.

Oggi la scuola è incerta sul da farsi. Qual è il suo mandato? E’ sostenibile pensare che sia ancora quello di preservare le tradizioni, impartire i linguaggi codificati e riconosciuti per affermarsi, selezionare la classe dirigente, impartire valori (quali?) ?

Infine, non emigrano più gli italiani poveracci e semianalfabeti, emigrano i cervelli.

Che cosa celebrare allora?

Personalmente, quando osservo e analizzo la scuola italiana di questi anni, ho sempre qualcosa di nuovo, di sorprendente da imparare: è uno spaccato formidabile di come si possa governare un popolo e usare un servizio statale…..Ma non chiedetemi giudizi.


Il Ministero della conservazione umanistica

di Rosario Drago

Rosario Drago
Rosario Drago

Era il lontano 1991.

Mi trovavo a Roma in un momento difficile per la Nazione (e quale non lo era stato da almeno un secolo?) e per la scuola italiana.

Immobile, regnava Andreotti e il suo governo di attesa.

L’immobile era quasi riuscito a chiudere il contratto della scuola con una puntata  secca di 250 mila lire lorde: “Prendere o lasciare”. Il Banco, cioè le OOSS più unitarie che mai, sdegnosamente avevano deciso di alzare la posta (“Cacciate ancora un po’ di risorse!”) …  ma dovettero aspettare, a digiuno, cinque anni: 150 mila al mese ancora più lordi di prima: “Chi lascia è perduto”.

Ma non ero lì per questo… avevo chiesto ed ottenuto un incontro con il Ministro Misasi, uomo intelligente e coltissimo. Famoso come “il Ministro Bidello”. Dalla sera alla mattina, nel 1970, era riuscito ad assumere, con una Maxi-circolare, 30.000 bidelli e parecchi ATA (in proporzione), quasi tutti della Provincia di Cosenza.   Nelle scuole – qualcuno se lo ricorda ancora – dovettero fare i turni per trovare una sedia dove riposarsi o lavorare: a scelta.

Io ero celebre per imprese meno costose. Nei circoli esclusivi dei sindacalisti di professione ero segnalato – e tenuto a distanza – per la mia fisima, quasi una tosse ostinata, di avere l’inizio REGOLARE dell’anno scolastico.

Una pretesa – per la storia del sistema scolastico italiano – più offensiva che strampalata.

Era una notte buia … ma non tempestosa.

Ore ventitré e trenta. Roma. Ministero dell’istruzione. Viale Trastevere 79/A. Piano nobile.

Misasi – nero per aver ricevuto quel ministero avvelenato con la cicuta – era solito entrare in ufficio alle undici di sera,  ne usciva alle tre di mattina, pronto a precipitarsi nel suo collegio calabrese.

L’appuntamento era alle ventiquattro in punto.

Ero salito speditamente lungo il maestoso scalone di marmo una volta bianchissimo. Nel buio pesto di quella notte romana, alla luce tenue di una lampada elettrica appesa a un filo sottile e insicuro a circa una diecina di metri dal soffitto,  quel monumento appariva al povero postulante come il budello di uno speleologo.

Comunque a tastoni arrivai davanti al portale dell’ufficio  del Ministro.

Mentre attendevo ansioso che Sua Eccellenza mi chiamasse, ripassavo i punti  (neanche fossero quelli del buon Wilson, 1914) delle mie proposte per “Un regolare inizio dell’anno scolastico in Italia”.

Un proclama risorgimentale!

Li commentavo, li replicavo ad alta voce, li mandavo a memoria per declamarli davanti al Sovrano di turno.

Senza accorgermene, mi era avvicinato e poi appoggiato alla grandiosa scrivania dell’usciere. Lì dentro, da secoli, lavoravano  i famosi tarli romani della Tribus Teredinis (la Tribù del Tarlo).

Il bidello faceva da usciere, custode, messo, fattorino e “corridore”: faticosa ma salutare funzione di muovere carte, faldoni e materiale elettorale dall’ufficio  del Ministro agli altri uffici disposti a riceverli.

Quasi alla vigilia della pensione, quel tuttofare e tuttologo,  era immerso nella lettura del XCIII volume dell’enciclopedia Treccani; mancavano pochi tomi all’ultimo, al netto s’intende delle appendici.

Poiché il tempo passava inutilmente e la supplica in 14 punti era stata perfettamente digerita, cercai cautamente di  infrangere il raccoglimento  umanistico dello studiatore per  averne conforto.

E così cominciai a spiegargli le mille ragioni della mia protesta, i motivi umanistici, civili, democratici, costituzionali e antifascisti … insomma alla fine gli urlavo che era un’indecenza che in Italia, un paese ricco e potente, dove da anni tutti mangiavano il companatico non si riuscisse a fare uno straccio di norma per dare a tutti i bambini e ai giovani italiani il conforto di iniziare la scuola con tutti, sì proprio tutti, i loro insegnanti.

Lo studiatore, alzando il capo lentamente, con prudenza e con lievissime rotazioni della scricchiolante  (i tarli! I tarli!) cervice, le spalle curve e immobili, il capo non ancora completamente eretto, incontrò la sguardo d’attesa dell’ospite:

“Ma Dotto’, lei non vuole proprio capire …
Dove crede di essere? Non lo sa?
Noi, qui, c’abbiamo avuto Nerone!


Video del discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano



DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI BARACK OBAMA

A Proclamation 

Barak ObamaOn March 17, Italy celebrates the 150th anniversary of its unification as a single state. On this day, we join with Italians everywhere to honor the courage, sacrifice, and vision of the patriots who gave birth to the Italian nation. At a time when the United States was fighting for the preservation of our own Union, Giuseppe Garibaldi’s campaign for the unification of Italy inspired many around the world in their own struggles, including the 39th New York Infantry, also known as “The Garibaldi Guard.” Today, the legacy of Garibaldi and all those who unified Italy lives on in the millions of American women and men of Italian descent who strengthen and enrich our Nation.

Italy and the United States are bound by friendship and common dedication to civil liberties, democratic principles, and the universal human rights our countries both respect and uphold. As we mark this important milestone in Italian history, we also honor the joint efforts of Americans and Italians to foster freedom, democracy, and our shared values throughout the world.

NOW, THEREFORE, I, BARACK OBAMA, President of the United States of America, by virtue of the authority vested in me by the Constitution and the laws of the United States, do hereby proclaim March 17, 2011, as a day to celebrate the 150th Anniversary of the Unification of Italy. I encourage all Americans to learn more about the history of Italian unification and to honor the enduring friendship between the people of Italy and the people of the United States.

IN WITNESS WHEREOF, I have hereunto set my hand this sixteenth day of March, in the year of our Lord two thousand eleven, and of the Independence of the United States of America the two hundred and thirty-fifth.

BARACK OBAMA

Una Dichiarazione 

Il 17 Marzo l’Italia celebra il 150° anniversario della su unità come Stato. In questo giorno ci uniamo a tutti gli Italiani in tutto il mondo per onorare il coraggio e i sacrifici e la visione dei patrioti che diedero vita alla nazione italiana.

Nell’epoca in cui gli Stati Uniti combattevano per la preservazione della loro Unione, ]a campagna di Giuseppe Garibaldi per unificare l’Italia fu di ispirazione per tante lotte in tutto il mondo, come fu di ispirazione per ii 39 reggimento di fanteria di New York, noto anche come «la guardia garibaldina». Oggi, l’eredità di Garibaldi e di tutti quelli che unirono l’Italia vive in milioni di donne e uomini americani di  origine italiana, che hanno reso più forte e ricca la nostra nazione.

L’Italia e gli Stati Uniti sono legati dal l’amicizia e dalla dedizione, comune alle libertà civili, ai principi democratici e ai di ritti umani universali, che entrambi i nostri Paesi rispettano e promuovono. Mentre ricordiamo questa data cruciale nella storia italiana, rendiamo anche onore agli sforzi congiunti di americani e italiani per la protezione della libertà, della democrazia e dei valori che condividiamo, in tutto il mondo.

Perciò proclamo il 17 marzo 2011 come giorno di celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Propongo a tutti gli americani di studiare la storia dell’unificazione dell’Italia e di onorare la perdurante amicizia tra i nostri due popoli.
(da La Stampa 17/3/11)