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ISTAT: il quadro impietoso dell’istruzione in Italia

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Il 26/05/10 l’ISTAT ha presentato il Rapporto annuale sulle situazione del paese nel 2009. Ne esce un quadro impietoso dell’istruzione e formazione, di cui si dà conto con un commento di N.Bottani

Un commento di Norberto Bottani

Il 26 maggio 2010 è stato presentato a Roma dal presidente dell’ Istat, Istituto nazionale di statistica, il Rapporto annuale  sulle situazione del paese  nel 2009.

Si tratta di un documento corposo di più di trecento pagine che fotografa l’economia e la società italiane in piena crisi mondiale.

L’Istat dedica un capitolo intero, il capitolo quarto, al problema della conoscenza, al livello d’ istruzione della popolazione, al valore dei diplomi, allo sforzo nel settore della ricerca scientifica, alle imprese innovative.


Quali sono le prime considerazioni che si sente di fare di fronte a una fotografia della situazione italiana tutt’altro che incoraggiante?

 
Dalla formazione nessun aiuto alla crisi

Il documento comprende una miniera di informazioni per capire dove sta andando l’Italia e come si comporta la società italiana in un periodo difficile, in primo luogo dal punto di vista economico e quindi da quello sociale e culturale. Questi ambiti sono ovviamente tra loro correlati.

In generale, il livello d’istruzione di una popolazione e l’organizzazione del sistema scolastico e di formazione professionale sono fattori che possono aiutare ad affrontare le situazioni di crisi o al contrario costituire un elemento frenante. Quest’ultimo caso si dà quando i sistemi di formazione e istruzione sono incapaci di tenere il passo con l’evoluzione tecnologica ed economica.

Per quanto riguarda l’Italia, risulta che i sistemi d’istruzione e formazione non riescono ad assumere la sfida della mondializzazione e quindi a preparare generazioni in grado di affrontare con competenze multiple i problemi posti dalla competizione mondiale e dalla crisi economica.


Può fornire alcuni dati presenti nel Rapporto  a conferma di questa pesante
affermazione?


La preoccupante situazione della ricerca

Innanzitutto la situazione della ricerca.
Il confronto internazionale relativo alle percentuali di ricercatori operanti nelle aziende e nelle università è sconfortante. La spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo (R&S), stimata per il 2008 nell’1,2% del Pil, presenta un valore analogo a quello raggiunto alla metà degli anni Ottanta, decisamente lontano dalla media europea (circa 1,9 per cento).

E quando indirizziamo l’attenzione sulla ricerca in educazione il quadro diventa ancor più deprimente. Non mi stanco mai di dire che una delle lacune più gravi dell’istruzione in Italia è l’assenza di ricerca scientifica.

Senza uno sforzo adeguato di ricerca scientifica sulla scuola non si combattono i cattivi risultati degli studenti, non si riduce il disagio di molti insegnanti e dirigenti in un sistema che affonda lentamente nell’indifferenza, né si attenuano le ingiustizie e i macroscopici squilibri esistenti sul territorio nazionale.

E’ evidente che non si può governare un sistema delle dimensioni di quello scolastico con espedienti, scappatoie, invenzioni retoriche, narrazioni discorsive che rappresentano situazioni irreali o che emanano da interessi corporativi e che non possono essere smentiti in assenza di dati certi.

Il problema dell’interazione tra ricerca scientifica sull’istruzione e decisione politica è generale, ma in Italia si presenta in forma cronica accentuata: il dibattito pubblico sull’istruzione e la scuola e le decisioni politiche in materia fanno un uso troppo scarso delle conoscenze scientifiche o peggio non vi ricorrono affatto.

Per essere precisi si deve dire che il problema è duplice: il primo è quello dell’insufficienza o della debolezza della ricerca scientifica sulle questioni scolastiche; il secondo è quello dell’uso delle conoscenze comprovate prodotte dalla ricerca scientifica in questo settore. Conoscenze certe e verificate sulla scuola e sulle modalità d’apprendimento infatti ce ne sono, ma sono poco diffuse e vengono in genere disattese dai dirigenti politici, quando non sono semplicemente ignorate.


Oltre alla ricerca, quali sono a suo avviso gli elementi più preoccupanti messi in evidenza dal Rapporto?


Tre aspetti particolarmente critici

Vorrei sottolineare soprattutto tre aspetti particolarmente critici.

1)     la situazione dei giovani dopo i 15 anni che non studiano e non lavorano;

2)     le competenze lettura della generazione 15-29 anni;

3)     l’uso delle nuove tecnologie dell’informazione della comunicazione

Possiamo cominciare dal primo

I giovani a rischio di esclusione

Nel 2009, il 21,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni non lavorava e non frequentava nessun corso di studi o di formazione. L’Italia ha il primato europeo per quanto riguarda il numero di giovani NEET (acronimo che significa “Not in education, employment or training,” Non nell’istruzione,non nel lavoro, non nella formazione). Orbene, già nel 1995 l’Italia occupava questa poco invidiabile posizione. In  15 anni nulla è cambiato, anzi, a causa della crisi, questa proporzione di giovani a rischio è cresciuta molto: “nel complesso, 126.000 giovani in più (rispetto al 2008), concentrati al Nord (+ 85 000) e al centro (+27.000), ancorché la stragrande maggioranza dei NEET  (oltre 1 milione) sia residente nel Mezzogiorno”.

Si tratta di giovani che o non hanno trovato lavoro per svariati motivi oppure  hanno perso il lavoro e non trovano un nuovo lavoro. Questi giovani ingrossano le file dei NEET  “rendendo questo insieme di persone a forte rischio di esclusione sociale”. Infatti, come dice il rapporto Istat, “più si protrae la permanenza in questo stato tanto più difficile si dimostra il successivo inserimento nel mercato del lavoro e nel sistema formativo”...

Questo dato è allarmante perché una società competitiva ed economicamente sana non può tollerare che più di un milione di giovani e di persone nel pieno dell’età resti al di fuori del mercato del lavoro e non partecipi allo sforzo produttivo della società. È davvero allarmante che lo stato italiano non sia riuscito in questi ultimi 15 anni a sperimentare e adottare programmi che permettano di ridurre sostanzialmente la popolazione a rischio che in maggioranza è composta da uomini ma nella quale il numero delle donne è in costante aumento.


E passiamo alle competenze in lettura, di cui abbiamo già tristi notizie dai risultati PISA.
C’è qualcosa di nuovo nel Rapporto Istat?


Una persona su due tra i 15 e i 29 anni non legge più un libro

L’indagine Pisa ha dimostrato che i quindicenni italiani sono dei pessimi lettori. L’Istat ha approfondito questa informazione mediante il questionario che ha utilizzato per comporre il Rapporto sullo stato della nazione 2009.
Come ci si poteva aspettare, i miracoli avvengono solo a Lourdes: se non si legge né a casa  né a scuola non si impara a leggere, non si acquisisce cioè una delle competenze essenziali per potersi inserire nella società contemporanea.

Il Rapporto rileva che nel 2009 il 13,2% dei giovani di 15-29 anni (oltre 1,2 milioni di persone) dichiara di non aver letto neanche un libro in un anno. La scuola  non è riuscita né ad insegnare a leggere a tutti i membri di una generazione né a infondere il piacere della lettura, la voglia di leggere. E questo l’insuccesso più grave di una scuola che non vuole rendersene conto. Quattro ragazzi su 10 dopo i 15 anni non leggono più. Questo significa che rapidamente disimparano a leggere, dimenticano cioè anche quel poco che hanno imparato a scuola. A trent’anni ridiventano analfabeti. E’ con questa popolazione che occorrerà ricostruire il paese, ma è anche  con questa popolazione che si riempiono gli stadi di gente violenta, che si conquistano maggioranze politiche con strategie demagogiche.

In moltissimi paesi europei è suonato il campanello d’allarme dopo la pubblicazione dei dati Pisa 2000 sulle competenze in lettura dei quindicenni e si sono impostati programmi per intensificare la lettura a scuola e per migliorare l’apprendimento della lettura. Nulla di questo è successo in Italia. Secondo l’Istat, la quota di chi non ha letto nemmeno un libro nel tempo libero nei 12 mesi precedenti l’intervista è pari al 43,6% (32% tra le ragazze e 54,6% tra i ragazzi). Quasi una persona su due nelle giovani generazioni non legge più.

L’indagine Istat non fornisce altre grandi novità su questo versante: conferma che le competenze in letture in Italia sono  connesse all’appartenenza sociale e che quindi la scuola non riesce a neutralizzare le disparità sociali nel campo dell’istruzione. La scuola italiana è al servizio dei ricchi. Lo era quarant’anni fa, lo è ancora oggi. Leggono coloro che crescono nelle famiglie dove ci sono molti libri, leggono coloro che hanno genitori lettori, leggono i figli di diplomati e di laureati, ed infine leggono di più coloro che vivono al Nord rispetto a coloro che risiedono nel Mezzogiorno.

Dulcis in fundo, l’uso delle nuove tecnologie. L’Italia è il Paese europeo più dotato di cellulari, ma la meno fornita di computer domestici secondo l’indagine ALL del 2005.
Siamo sempre a quel punto?


Si arranca anche nell’uso delle nuove tecnologie

Anche in questo settore la scuola italiana arranca. Veniamo però prima ai fatti. Nel 2009, grosso modo un quinto dei giovani tra i 15-29 anni (il 18,4%) ha dichiarato di non aver mai usato il PC nei 12 mesi precedenti l’intervista. Più di 1,7 milioni di giovani ha fatto a  meno delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che sono ormai lo strumento principale per informarsi, per istruirsi, per comunicare, per imparare.

uesta proporzioni di giovani tra i 15-29 anni che sembra vivere fuori dal mondo, estranea alle tendenze dominanti di sviluppo della società contemporanea, è stabile in Italia.  Si tratta di un gruppo che varia, più o meno, tra il milione e mezzo e i 2 milioni di persone, ma quel che è più grave è che questo gruppo comprende le forze vitali del paese, ossia una popolazione che dovrebbe essere creativa, dinamica, entusiasta, pronta a inventare nuovi sbocchi e nuove soluzioni per i problemi economici e sociali.

Siamo dunque di fronte una situazione socialmente drammatica che pone il paese su una china pericolosa non certamente su un binario promettente in grado di rilevare la sfida dello sviluppo sostenibile in un mondo competitivo.

Come ci si poteva aspettare, le differenze sociali per quel che riguarda l’uso dei PC sono considerevoli: soltanto il 4,8% dei figli di dirigenti, imprenditori o liberi professionisti si trova nella categoria delle persone che non hanno mai utilizzato il PC in questi ultimi 12 mesi, mentre questa quota sale al 18,6% per i figli delle famiglie operaie.

Il peggio però arriva quando l’Istat cerca di capire dove si svolge l’alfabetizzazione informatica: questa non avviene nella scuola ma avviene in ambito familiare e nel mondo dei pari. In questo caso i dati riguardano la popolazione tra i 6 e i 17 anni. Nel 2009, l’utilizzo del PC a scuola coinvolge solo quattro su 10 bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni. La scuola è del tutto latitante. Non è con un computer per classe o con un laboratorio di informatica per scuola che si effettua l’ alfabetizzazione informatica.

La maggioranza degli insegnanti è impreparata , e l’uso dell’informatica nella scuola per l’insegnamento e per la preparazione delle lezioni è opera di una minoranza di insegnanti competenti, che ci mettono del loro, non di una strategia politica volta a generalizzare l’adozione delle nuove tecnologie digitali. Del resto, la politica seguita dal ministero in questo settore è caratterizzata da un grande spreco di risorse, spese su una frammentarietà di interventi. Si promuovono iniziative molteplici per nulla collegate tra loro. Si prende quello che offre il mercato e  si distribuiscono a pioggia risorse tra le scuole che non sanno cosa farsene.

Il risultato finale è che talune scuole sono all’avanguardia grazie all’impegno e alle competenze dei loro dirigenti e di alcuni insegnanti, mentre la maggioranza delle scuole primarie e secondarie stanno a guardare o ignorano il mondo che cambia. Il commento dell’Istat è spietato: “anche rispetto all’utilizzo dei nuovi strumenti tecnologici, dunque, la scuola risulta incapace di alfabetizzare i ragazzi che non hanno avuto opportunità in famiglia o con gli amici“.
 

Alla luce di tutto quanto è stato finora detto, qual è la critica più seria che si sente di fare alla riforma in fase di definizione conclusiva da parte del Ministero? Quali sono in breve i problemi irrisolti di questa riforma?

Quelli che denuncio da più di 15 anni e sui quali mi sono personalmente speso per ricercare soluzioni, quelli su cui l’ADi ha impegnato numerosi seminari nazionali: l’istruzione e la formazione tecnica e professionale, l’apprendistato e l’istruzione tecnica superiore, postsecondaria.

Condizione imprescindibile era l’unificazione dei percorsi della formazione professionale e dell’istruzione professionale  senza amputazioni di sorta.

Tale unificazione si raggiunge solo se tutta la gestione della scuola viene decentralizzata alle Regioni.

Per una volta ancora voglio sottolineare due lacune gravissime dell’Italia: 1) l’assenza di un vero moderno apprendistato, 2) l’assenza, di fatto, dell’alta formazione tecnico-professionale non universitaria.

Su quest’ultimo punto il Rapporto dell’ISTAT la dice lunga:

La posizione dell’Italia nell’alta formazione è distante da quella di altri importanti paesi europei: nel 2007 hanno conseguito un titolo terziario (Isced 5 e 6) circa 60 persone (di qualsiasi età) ogni mille giovani in età 20-29 anni, a fronte di un valore pari a 77 in Francia e valori superiori a 80 nel Regno Unito e in Danimarca.