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INDIVIDUARE E PREMIARE LE BUONE SCUOLE

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Un contributo di Andrea Gavosto direttore della Fondazione Agnelli, alla quale è stato assegnato il compito di monitorare la sperimentazione ministeriale per l’individuazione e premiazione delle buone scuole

Andrea Gavosto è Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli ed è membro del Comitato Tecnico Scientifico che ha predisposto i due progetti di sperimentazione per valorizzare il merito degli insegnanti e delle scuole. Alla Fondazione Agnelli è stato inoltre assegnato il compito di monitorare il progetto relativo alla valutazione delle scuole. Volentieri pubblichiamo questo contributo con in calce una breve nota ADI per meglio esplicitare la posizione dell’Associazione, richiamata da Gavosto.

La posizione di Andrea Gavosto
Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli

Punti di forza delle due  sperimentazioni

I progetti di sperimentazione del Miur sono innovativi nei contenuti e nel metodo. Nei contenuti, perché si propongono rompere l’uniformità retributiva dei docenti burocraticamente legata all’anzianità, introducendo incentivi alla qualità del loro lavoro.

Nel metodo, perché si propongono di valutare in modo rigoroso gli esiti di due modelli diversi di premialità, prima di adottare soluzioni da generalizzare all’intero sistema di istruzione.

La valutazione delle scuole per premiare il “lavoro di squadra” del personale

La Fondazione Agnelli ha accettato di seguire come istituzione di ricerca esterna e indipendente l’andamento e gli esiti di una delle due sperimentazioni attuate dal Ministero: quella che si svolgerà nelle scuole medie delle province di Pisa e Siracusa e si propone di valutare la qualità delle scuole nel loro complesso per premiare il “lavoro di squadra” degli insegnanti e in generale di tutto il personale dell’istituto. La sperimentazione avrà due pilastri.

  1. Il primo pilastro è quello della valutazione del miglioramento degli apprendimenti dei ragazzi nell’arco dei tre anni, da verificarsi attraverso le prove Invalsi di quinta elementare (base di partenza), prima media (passaggio intermedio) e terza media (esito finale). Guardando all’entità del miglioramento, grazie a metodologie ormai consolidate a livello internazionale e fatte proprie anche dall’Invalsi, si cercherà di definire quale “valore aggiunto” deriva in modo specifico dal lavoro di ciascuna scuola, tenendo al tempo stesso conto dei fattori che possono avere un’influenza, primo fra tutti il background socio-culturale dei ragazzi, ma anche altre peculiarità dell’ambiente scolastico, come ad esempio la presenza di ragazzi stranieri o disabili. Sarà – come dicono gli esperti – un valore aggiunto “contestualizzato”. Sbaglia, dunque, chi crede che in questo modo saranno favoriti i licei delle zone bene, perché quel che la sperimentazione vuole valutare non sono i livelli assoluti dei risultati scolastici, ma appunto gli incrementi.
  2. Il secondo pilastro sono le visite alle scuole da parte di osservatori qualificati: gli incontri che nel corso delle visite gli osservatori faranno con tutte le componenti scolastiche, incluse le famiglie, serviranno a comprendere quale sia la qualità della scuola per quanto attiene alle dimensioni che non sono riducibili agli apprendimenti in senso stretto: benessere dei ragazzi, integrazione dei soggetti più deboli, educazione alla cittadinanza, e altre ancora.

Ciò che uscirà dai due percorsi (prove Invalsi e visite) confluirà in un risultato sintetico ponderato, che a sua volta darà luogo a una graduatoria, la cui formulazione spetta a una commissione del Miur esterna alla provincia, che delibererà comunque sulla base di parametri largamente oggettivi, trasparenti e confrontabili. Il premio verrà, come annunciato, assegnato in base alla posizione in graduatoria.

Il modello si avvale, dunque, di strumenti e criteri di valutazione oggettivi, che permettono giudizi non episodici, ma consolidati sull’arco di un intero ciclo scolastico, e pubblicamente confrontabili con quelli ottenuti in tutte le scuole oggetto della sperimentazione.

Appare, inoltre, coerente con il proposito di servire alla costruzione del sistema nazionale di valutazione della scuola: infatti, dovrebbe permettere non solo di dare un premio agli insegnanti e al personale delle scuole che fanno meglio, ma anche fare capire dove le cose vanno meno bene e da quale punto di vista, così da cominciare a porvi rimedio. Perché affrontare le debolezze è altrettanto importante di premiare la qualità

Due precisazioni

L’ospitalità del sito ADI mi consente di fare due precisazioni, anche per rispondere a osservazioni critiche che la stessa associazione ha mosso alla sperimentazione sulle scuole.

  1. La prima: è vero che la procedura prevista dal Miur per questo modello assegna il premio alla scuola, lasciando alla scuola stessa la decisione di come distribuirlo, sempre comunque come integrazione retributiva. Dunque, c’è la possibilità di una distribuzione a pioggia, di cui potrebbero beneficiare coloro – e sicuramente ve ne sono anche nelle scuole migliori – che s’impegnano meno e vanno al traino di un buon corpo docente. Tuttavia, mentre la qualità complessiva di una scuola può essere valutata con fondamento dall’esterno attraverso gli strumenti di cui abbiamo parlato, credo sia molto più difficile dall’esterno distinguere i meriti e demeriti dei singoli. Ciò, invece, risulta più agevole a chi in quella scuola opera, in primo luogo – ma non esclusivamente – il dirigente scolastico. In particolare, all’interno di una scuola che complessivamente dà buoni risultati, le poche ‘pecore nere’ dovrebbero essere ben note. Così, peraltro, avviene di solito nelle aziende: la produttività generale è misurabile dall’esterno, quella dei singoli è valutabile efficacemente solo dal management. Un certo grado di discrezionalità è comunque inevitabile, ma non diventa arbitrio se le procedure di valutazione esterne e interne sono trasparenti. Nel caso, infine, la decisione fosse per una distribuzione a pioggia, credo comunque ciò afferisca a una dimensione dell’autonomia scolastica, che va rispettata.
  2. La seconda e ultima precisazione: questo modello di sperimentazione sulle scuole si affida in modo decisivo alle prove Invalsi, ma per i suoi fini non ne richiede la moltiplicazione al di là di quelle già esistenti. Basta dare un’occhiata alle domande delle prove di comprensione dei testi come di quelle logico-matematiche per convincersi che le conoscenze che si richiedono ai ragazzi non sono strettamente disciplinari, ma trasversali: in altre parole, non sono farina solo del sacco del professore di lettere o di matematica, ma nuovamente il frutto del lavoro dell’intera squadra degli insegnanti. Il contributo dell’Invalsi sarà fondamentale per questa sperimentazione, ma bisogna dare modo all’istituto di continuare a fare sempre meglio le tante altre cose che è chiamato a fare – e che sta facendo già bene –  possibilmente rafforzandone ulteriormente le risorse.

In conclusione

Il modello sperimentale di valutazione delle scuole ha obiettivi chiari e coerenti con le finalità più ampie di costruire nella scuola italiana una buona cultura della valutazione. Tutto ciò, peraltro, andrà verificato sul campo. Esperienze internazionali di successo e buon senso possono fare presumere che i risultati confermino le aspettative. Ma questo per il momento è wishful thinking: nello spirito di un’autentica sperimentazione, soltanto alla fine e dopo rigorose verifiche empiriche e metodologiche si potrà dire se le cose sono andate nel senso sperato. Ed è questo il compito che, come Fondazione Agnelli, ci vedrà impegnati con la curiosità e le domande di ricerca di chi ritiene di potere fare, nei limiti delle proprie competenze scientifiche, qualcosa di utile in vista di un progresso importante per la scuola italiana.


NOTA ADi

Il contributo di Andrea Gavosto  ci dà  lo spunto per meglio precisare una delle nostre osservazioni, che sono, è bene ricordare, finalizzate a portare qualche ulteriore tassello nei ragionamenti che si vanno sviluppando e non certo a creare ostacoli ai progetti.

La sperimentazione per individuare e premiare le buone scuole, a noi pare contenga alcuni elementi di confusione nelle finalità perseguite. Vogliamo spiegarci meglio:

  1. I fattori che determinano una “buona scuola” sono molteplici, come Andrea Gavosto stesso  precisa e come si ricava dalle migliori pratiche internazionali (si vedano ad esempio il Framework for school inspection e The evaluation schedule for schools dell’Ofsted). Tra questi fattori ha assoluta rilevanza, ad esempio, la dirigenza scolastica.
    Pertanto appare poco comprensibile il collegamento fra individuazione di una buona scuola  e l’assegnazione del premio unicamente al personale insegnante e ATA, se non come variante impropria dell’altra sperimentazione.

  2. In realtà i 70.000 euro diventeranno, nè più nè meno, un incremento del Fondo d’istituto, una modalità di retribuzione aggiuntiva che finora ha lasciato insolute tutte le vere questioni. E non serve invocare l’autonomia. All’interno della scuola si sa molto bene come potrà avvenire la distribuzione. Eliminata quella a pioggia, che qui  viene ancora considerata possibile, ma che nella scuola, ben prima del decreto Brunetta (dlgs 150/2009), è sempre stata normativamente esclusa (d’altra parte sarebbe in rotta di collisione con le  dichiarate intenzioni del ministro), rimangono solo 3 possibilità :
    1)  decisione discrezionale del dirigente,
    2) deliberazione rispettivamente del Collegio docenti e dell’assemblea ATA,
    3) contrattazione con la RSU.
    Conoscendo come si svolgono nella scuola queste tre modalità, non ci pare che questo premio parta con il piede giusto e rischi piuttosto di inquinare la restante parte di questa sperimentazione.

Per tutto questo l’individuazione delle buone scuole andrebbe scissa, noi riteniamo, da questa tipologia di premio e collegata a qualcosa di molto più innovativo.