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Dove va l'autonomia ?

L'autonomia, un evento

L'autonomia è un grande evento politico.  E' lo strumento che deve sbloccare il sistema scuola. Uno strumento non semplicemente per migliorare, ma per operare un vero cambiamento: da una scuola dell’inerzia, che tende all’appiattimento, all’entropia formativa, da una scuola sostanzialmente indifferente ai risultati, che si riproduce stancamente nell'orgoglio ferito degli insegnanti, ad una scuola in cui prenda avvio un processo evolutivo verso risultati formativi di qualità, una scuola ripresa in mano dagli insegnanti, che ritrovano orgoglio professionale.  

Un’inversione, insomma.

L’autonomia è infatti un’inversione di modello: da una scuola regolata dal centro e che risponde al centro, ad una scuola che si autoregola  in rapporto alla propria utenza sul territorio. Una scuola che risponde alla società rappresentata concretamente dall’utenza e non astrattamente dallo Stato. Una scuola la cui preoccupazione fondamentale non è più  quella di rispondere della conformità alle norme,  ma  dei risultati effettivamente ottenuti.

  …ma ci vuole un'idea  di scuola

Ora questa inversione,  che consiste nell'orientare tutta l'azione al risultato formativo,  potrà avvenire solo se la scuola  avrà  una chiara idea del prodotto formativo che intende perseguire e di cui intende rispondere. 

Ma è proprio qui che sorgono gravi, anzi gravissimi, problemi.

L’autonomia non riesce ad essere orientata ad un’idea forte di scuola, perché non c'è oggi un'idea di scuola che abbia capacità di imporsi, che sia fatta propria dagli insegnanti, che sia sostenuta dall'utenza,  di cui i media si facciano portavoce e di cui il potere politico (lo Stato, il governo) sia il garante.

Questa condizione, la convergenza di scuola, società e Stato su un unico obiettivo, su un’idea condivisa di formazione, è difficile a realizzarsi perché richiede che qualcuno, gruppi o singoli, riesca a concentrare l’attenzione della società intera su un obiettivo, un disegno e crei una generale convergenza, una forte condivisione. E’ il compito dei leaders.

E’ l’operazione compiuta con il risanamento e l'ingresso in Europa. Per la scuola non si è saputo fare altrettanto.

La gente ha un'idea di  scuola?

Esiste un'idea di scuola abbastanza condivisa nella società,  è quella che pretende più studio, meno dispersione parolaia, più impegno personale, più formazione del carattere attraverso lo studio.

Questa idea è spesso considerata “di destra”, ma si tratta invero di un atteggiamento trasversale, che attraversa, si può dire, tutta la società, tutti i partiti, tutte le famiglie. Crediamo di poterlo affermare anche se non sono state fatte indagini in questo senso, a differenza di quanto è avvenuto in altri paesi impegnati come noi, più di noi, nel rilancio dell'istruzione.

Basti citare gli Stati Uniti, dove gli obiettivi prioritari del Governo tesi all'innalzamento degli standards formativi sono oggi fortemente sostenuti dalla grande maggioranza dell'opinione pubblica (cfr USA: 7 Priorità)

 …e il Governo la vuole più seria o meno seria?

In Italia non si sa bene quale idea di scuola il Ministero, il Governo, intendano far passare. Se ci si voglia avviare verso una maggiore o una minore serietà degli studi, se si vogliano innalzare o abbassare  gli standards formativi.

Da un lato pare si  voglia affermare una scuola in cui si studia di più. La riforma dell’esame di maturità pareva orientata a pretendere di più sul piano della preparazione, anche se è andato progressivamente scivolando verso derive facilistiche.

Dall’altro lato, però, i documenti  che il ministero emette vanno in senso direttamente opposto a questo messaggio.  Nel documento sui "Saperi essenziali di base" si afferma che deve essere riconosciuta “pari dignità al segno di scrittura, all’immagine, al suono, al colore, all’animazione” e, parimenti, che si debbono “porre su un piano di pari dignità i diversi saperi” in quanto tutti prodotti dalla mente umana”(!) Non si afferma nemmeno, come invece sta avvenendo in  moltissimi paesi, la priorità della padronanza della lingua e della matematica nella formazione di base.

Altri dubbi nei confronti della volontà di migliorare gli attuali standards di preparazione vengono dalla struttura dei cicli che sottrae  un anno di studio all'attuale organizzazione scolastica.

Se queste proposte  sono poi lette alla luce dell'indicazione data di abbandonare lo studio individuale, il timore di un abbassamento generale del livello di formazione sul piano nazionale si tramuta in certezza.

In riferimento a quest'ultima indicazione è opportuno ricordare quanto affermato nella “Sintesi dei lavori” della commissione dei Saggi del Maggio ’97  (che non è mai stata inviata alle scuole, ma che è documento ufficiale, essendo stata espressamente citata nel successivo documento sui “Saperi essenziali di base”).

La parte riservata a ”Le coordinate metodologiche della nuova scuola” (paragrafo 2, punto 1) si apre con questa solenne affermazione: Compito prioritario della nuova scuola è la creazione di ambienti idonei all’apprendimento che a b b a n d o n i n o la sequenza tradizionale le z i o n e - s t u d i o  i n d i v i d u a l e - i n t e r r o g a z i o n e  per dar vita a comunità di discenti e docenti impegnati collettivamente nell’analisi e nell’approfondimento degli oggetti di studio e nella costruzione di saperi condivisi.”  Colpisce, in particolare, il fatto che non si dica di ”integrare” la lezione e lo studio individuale, ma che questi dovranno essere abbandonati ! 

 La pedagogia di stato …..

E’ legittimo a questo punto interrogarsi sul concetto di pedagogia di Stato  e su quello di autonomia didattica delle scuole e degli insegnanti.

Se l’idea di scuola che si vuole far passare è quella rappresentata dalla solenne affermazione sopra riportata sull’abbandono dello studio individuale si rischia di voler fare una riforma contro il 99% degli insegnanti, in definitiva, contro la società.

Ma questo vuol anche dire che, proprio nell’avviare la riforma dei cicli e nell’introdurre l’autonomia che ne è lo strumento, si opera non in direzione dell’autonomia didattica, ma della tutela didattica dei docenti, che vanno evidentemente premuti a fare quello che non hanno mai voluto fare, quello in cui non credono affatto.

Il documento sui “Saperi essenziali di base”, stilato dai sei saggi come sintesi del dibattito dei quaranta (dopo il citato documento del maggio ’97), pur dichiarando di limitarsi a indicazioni relative ai saperi e non ai metodi, dà in realtà moltissime indicazioni di carattere metodologico-didattico. Queste, per di più, sono in gran parte molto lontane dalle impostazioni praticate dagli insegnanti (e ciò vale anche per i più impegnati di essi), così che finiscono per costituire  un generale messaggio di sfiducia e sconfessione  nei confronti della generalità degli insegnanti, non di una minoranza retrograda di essi .

 …produce nuovi conformismi

Una cosa deve essere chiara, se docenti e capi di istituto si sentissero in dovere di assumere le metodologie gradite o “canoniche”, tenderebbero poi a considerarsi comunque assolti rispetto ai risultati, grazie all'adempiuta conformità delle procedure.

La sensibilizzazione della scuola, delle scuole, agli esiti della loro azione, unico possibile innesco evolutivo del sistema scuola, non potrebbe avere luogo. Finirebbero per imporsi vasti e mortali conformismi e, fatalmente, un processo non nuovo di burocratizzazione della didattica. Così è capitato ai tempi della asfissiante pedagogia degli obiettivi e dei sottoobiettivi e della scheda di valutazione (poi soppressa da quelli stessi che l’avevano introdotta - dopo dieci anni di sperimentazione e due di adozione ufficiale).

In realtà pare che una delle maggiori preoccupazioni del ministero sia come far fare agli insegnati cose in cui non credono, quando dovrebbe essere chiaro che il  problema non è come piegare gli insegnanti, ma come far leva su di essi.

 Se l' autonomia  è cieca…

E così, già ora, l’equivoco sull’autonomia  è pressoché totale: l’autonomia  è  la flessibilità, il sistema di incentivi, la differenziazione delle carriere, la modularità nello svolgimento dei programmi, la programmazione di attività extracurricolari, la settimana corta, la stipula di convenzioni, ecc..

In questo contesto, non essendo posta una chiara idea di scuola, forte e condivisa, l’autonomia rimane non finalizzata, sicché, secondo una dinamica assai nota, si finisce inevitabilmente per fare come se il problema da risolvere fosse l’autonomia stessa: “l’autonomia salverà la scuola”!

In realtà è un’autonomia cieca, una forma senza contenuto: si dà per scontato che la scuola sappia in quale direzione formativa deve concentrare il proprio impegno per attuare il grande cambiamento, ma così non è e il grande dinamismo è preso unicamente da se stesso nella speranza di fare dei bei progetti di flessibilità, ecc., riconosciuti da quel che rimane dei provveditorati agli studi, come poi dai nuovi organi dell’autonomia regionale.

….diamo occhi all'autonomia

E invece l’autonomia porterà un processo evolutivo nella scuola solo se si riuscirà a risolvere il problema centrale: sensibilizzare la scuola ai risultati della propria azione. Per quanto si parli anche di responsabilizzazione delle scuole rispetto ai risultati, questo modello - l’inversione di cui sopra - non è affatto presente nel grande battage che accompagna la realizzazione dell’autonomia scolastica.

La condizione prima e più ovvia perché questa sensibilizzazione abbia luogo è che deve essere chiaro  a tutti - alla scuola, agli utenti, alla società, allo Stato che ne è garante- quali sono le dotazioni cognitive e culturali fondamentali su cui tutti convengono, in cui tutti credono e su cui perciò la scuola sia costretta a misurarsi senza nemmeno aspettare per questo sistemi più o meno sofisticati di standard nazionali.

Allora sarà infatti la pressione ambientale a portare ad una selezione e ad una evoluzione delle soluzioni che funzionano rispetto a quelle dispersive e inutili, affrontando anche i rischi connessi con la maggiore responsabilità decisionale. E’ in vista del risultato, cioè dell’apprezzamento sociale, che l’organismo scuola si evolverà con tutta la flessibilità richiesta, articolandosi in modi organizzativi, gestionali e metodologici sempre più fini, capaci, complessi in rapporto alla complessità dei problemi da risolvere per conseguire, appunto, il risultato.  

 Raccogliere e vincere la sfida

Si potrebbe essere tentati di obiettare che, per la verità, lo sappiamo già, in fondo, cosa vogliamo dalla scuola. È vero, ma sapevamo anche - del tutto inutilmente - che ci voleva il risanamento economico, finchè qualcuno non lo ha assunto veramente come scommessa su cui si giocava il futuro di una nazione. E ha saputo farlo in modo convincente.

Così doveva essere per la scuola. Non è stato così: non si è saputo credere alle risorse che sono già la sostanza viva e ricca della scuola e rilanciarla. Non si è saputo - finora... ! -  raccogliere e lanciare un’idea di scuola capace di unire la nazione in un programma effettivo di rilancio, al punto da trasformare una categoria sfiduciata e demotivata come quella degli insegnanti in una forza trainante, facendo sentire loro, agli insegnanti, che si affida loro il futuro di una nazione, poiché la formazione è precisamente questo in un’epoca in cui la globalizzazione seleziona perdenti e vincenti sulla base della qualità nell’uso del bene intelligenza, in un'epoca in cui è il capitale umano a decidere il successo.