CENTROSINISTRA E CENTRODESTRA
DI FRONTE A ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE

LE RESPONSABILITA’ DEL CENTROSINISTRA

Sulla divisione tutta italiana fra “istruzione professionale” e “formazione professionale”, (una “rarità” come qualcuno l’ha definita) su cui si è sviluppata una contrapposizione con forti caratteri ideologici (il canale della “formazione professionale” come percorso ghettizzante), le responsabilità ricadono su entrambi gli schieramenti, ma quelle iniziali sul Centrosinistra. Tale dualismo si ritrova non solo nel nuovo articolo 117 della Costituzione, attuato dal Centrosinistra, ma ancor prima, in termini inequivocabili, nella legge 30/2000, il riordino dei cicli di Berlinguer-De Mauro, abrogato dalla legge 53/03 del centrodestra.

  • La legge 30/2000 articolo 1 recita : <<Comma 1 – Il sistema educativo di istruzione e di formazione è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, […]. Comma 2 – Il sistema educativo di istruzione si articola nella scuola dell’infanzia, nel ciclo primario, che assume la denominazione di scuola di base, e nel ciclo secondario, che assume la denominazione di scuola secondaria. Il sistema educativo di formazione si realizza secondo le modalità previste dalla legge 24 giugno 1997 n. 196 e dalla legge 17 maggio 1999 n. 144>>. La formazione professionale è proposta dunque come canale separato ed è rinviata alle Leggi 196/97 e 144/99, che, esaminate, nulla hanno a che fare con la scuola e i percorsi dell’”istruzione”.
    Esaminiamo queste 2 leggi:
    • La legge n. 196/1997 riguarda le “Norme in materia di promozione dell’occupazione” e stabilisce: <<l’attribuzione al Ministro del lavoro e della previdenza sociale di funzioni propositive ai fini della definizione, da parte del comitato di cui all’articolo 5, comma 5, dei criteri e delle modalità di certificazione delle competenze acquisite con la formazione professionale>>. Si tratta dunque di una legge che assegna alla formazione professionale finalità settoriali diverse da quelle dell’istruzione, nell’ottica esclusiva delle esigenze del sistema produttivo, e che contemporaneamente demanda la competenza sui suoi indirizzi generali al Ministero del Lavoro, che in Italia (al contrario di quanto accade in altri paesi, p.e. l’Inghilterra) è da sempre separato da quello dell’istruzione.
    • La legge n. 144/1999 (“Misure in materia di investimenti, delega al Governo per il riordino degli incentivi all’occupazione e della normativa che disciplina l’INAIL, nonché disposizioni per il riordino degli enti previdenziali”), con l’articolo 68 () istituisce l’obbligo “formativo” fino ai 18 anni, e con l’articolo 69 () l’IFTS (Istruzione e Formazione Tecnica Superiore). Le modalità stesse con cui sono stati istituiti gli IFTS ne fanno un settore marginale e precario , lontanissimo dalle scuole universitarie professionali che si sono sviluppate in Europa da una trentina d'anni e che ormai costituiscono una componente essenziale di quello che si suole chiamare il settore terziario, per differenziarlo da quello delle scuole secondarie. Queste scuole universitarie professionali sono caratterizzate da un indirizzo tecnico molto spinto, imperniato sulla ricerca applicata, e sono diventate il luogo privilegiato di sviluppo delle piccole e medie aziende che non possono fare a meno della ricerca per andare avanti e restare competitive. In Italia manca una strategia ed una politica di sviluppo del settore "terziario", mancano proposte di come questo settore dovrebbe essere configurato e strutturato, e la proposta di riforma del centrosinistra ha completamente sottovalutato questo settore, che darebbe dignità a tutto il percorso professionale.
    • Per quanto concerne l’età per il passaggio alla “formazione professionale”, la legge 30/2000 stabiliva che “L’obbligo scolastico inizia al sesto anno e termina al quindicesimo anno di età”. E stabiliva che “La scuola di base si conclude con un esame di Stato dal quale deve emergere anche una indicazione orientativa non vincolante per la successiva scelta dell’area e dell’indirizzo”. La canalizzazione verso i vari tipi di istruzione era dunque prevista a 13 anni, pur rimanendo all’interno della scuola fino a 15, mentre a 14 anni, cioè nel corso del secondo anno del secondo ciclo si avviava la così detta “integrazione fra istruzione scolastica e formazione professionale” () , rimasta il cavallo di battaglia della sinistra, che non ha mai collegato la riforma della scuola con la riforma costituzionale del Titolo V, pur da essa stessa attuata. In realtà la parte più debole di tutto l’impianto berlingueriano è stata proprio l’istruzione/formazione professionale, semplicemente considerata al di fuori dei percorsi dell’istruzione come questione a sé stante e non immaginata come possibilità di percorsi differenziati rientranti a pieno titolo nell’alveo dell’istruzione secondaria di secondo grado. La così detta “integrazione” è un puro paravento, che non affronta le questioni serie di specifici curricoli che anziché aggiungere e integrare, ponderino, entro orari vivibili (non le attuali 40 ore degli istituti professionali), le materie di cultura generale e quelle professionalizzanti. Queste cose venivano dall’ADi sottolineate nel commento allora inviato alla Commissione della Camera ()

LE RESPONSABILITA’ DEL CENTRODESTRA

E’ in questa situazione complessiva e con la modifica dell’art. 117 della Costituzione già in atto, che il documento di sintesi del “Gruppo ristretto di lavoro” insediato dal ministro Moratti ha tentato una ricomposizione fra istruzione e formazione professionale, delineando una prospettiva di rilancio complessivo di questo canale, all’interno di un percorso quadriennale di “obbligo formativo”, che prescindesse dall’innalzamento dell’“obbligo scolastico” a 16 anni. Nelle “Raccomandazioni” che concludono la “Sintesi del Rapporto” del “Gruppo ristretto di lavoro” si legge: <<Proponiamo che il quadro di riferimento per la costruzione del sistema scolastico sia l’obbligo formativo dai 6 ai 18 anni ( o almeno fino all’ottenimento di una qualifica). Questo principio deve avere la precedenza sul concetto di obbligo scolastico e pertanto lo vanifica>>. E ancora: <<Raccomandiamo fermamente l’istituzione di un sistema di formazione superiore accanto al sistema universitario costituito da una serie di istituti di specializzazione professionale ad alto livello, paragonabili a scuole universitarie professionali>>.

Dopo i 14 anni, dunque, tutti i percorsi secondari avrebbero dovuto avere pari dignità e simmetricità fino a 18 anni, ed essere tutti proiettati verso la formazione superiore non più solo universitaria. Questa impostazione, che apriva prospettive nuove, è stata soppiantata dalla legge delega 53/03, che non ha accolto le indicazioni più avanzate della “Sintesi del Rapporto” del “Gruppo ristretto di lavoro”. Rispetto all’ipotesi originaria la legge delega ha collocato il percorso professionale in posizione subalterna nei confronti del restante settore dell’istruzione secondaria di secondo grado.
Al posto del percorso quadriennale per tutti è stata infatti ripristinata la durata quinquennale per i soli licei, con una riproposizione dell’arcaica gerarchizzazione e distinzione fra cultura “disinteressata” e preparazione al lavoro, e contemporaneamente non è stata data nessuna chiara indicazione per la formazione professionale superiore, lasciando come unica ipotesi quella degli attuali asfittici IFTS.
E’ un errore grave che Norberto Bottani non si è mai stancato di denunciare. In un convegno a Brescia il 7 giugno 2002 affermava: <<L’organizzazione ed il funzionamento dell’istruzione e formazione professionale in Italia sono certamente il punto più debole del sistema scolastico italiano. L’assetto del percorso formativo previsto nel sistema italiano è obsoleto(….). Questo settore richiede interventi urgenti che non sono solo di restauro.(…). L’impianto va ripensato anche e soprattutto per ragioni di fondo, di natura educativa, pedagogica ed economica che rendono impossibile l’accettazione e la preservazione dello status quo. Ciò che manca è quanto il gruppo ristretto di lavoro costituito dal ministro Moratti ha indicato e proposto, ossia un sistema di formazione professionale completo, di pari prestigio e dignità rispetto alla filiera scolastica, attraente, competitivo, con sbocchi professionali convincenti a livello d’insegnamento terziario, diversi da quelli universitari>>.
Siamo ancora ben lontani, purtroppo, da questa impostazione. La speranza è che alcune Regioni riescano a guidare questi percorsi uscendo dalle secche attuali. Purtroppo le sperimentazioni in atto stentano a delineare il nuovo.

UNA FINESTRA SUL FUTURO

Per affrontare seriamente questi temi occorre andare innanzitutto al cuore del problema: un ripensamento profondo dei modi di apprendere. E’ questa la condizione indispensabile per impostare in modo credibile nuovi percorsi formativi. Nell’accingerci a disegnare il nuovo dovremmo in primo luogo analizzare e comprendere le ragioni della crescente insofferenza dei ragazzi verso lo “stare in classe”, verso quei modi di imparare che ci hanno accompagnato senza soluzione di continuità negli ultimi cinque secoli.

E’ proprio negli istituti e nei corsi professionali che questa crisi si manifesta da tempo in maniera esplicita ed eclatante. Si tratta infatti di una realtà border-line, frequentata da una tipologia di studenti che di norma non acquisisce in famiglia nessun rispetto per le regole formali, tipiche delle organizzazioni burocratiche, e che quindi in anticipo rispetto agli altri riesce ad esprimere la propria insoddisfazione e rivolta verso lo status quo.

In un bell’articolo dal titolo “The crisis in the classroom” (La crisi dentro l’aula) l’australiana Anne Henderson, vice direttrice del Sydney Institute, sostiene: <<L’educazione non è mai stata tanto collegata al lavoro come ora. Lo slogan non è più “Apprendere per la vita”, ma “Una vita di apprendimento” […] L’apprendimento interattivo, nel quale la scuola si combina con esperienze di lavoro e attività extrascolastiche, diventerà la norma. I mondi oggi separati di lavoro e scuola si sovrapporranno […] Nell’”Era della creatività”( Demos, 1999) Tom Bentley ha raccomandato di ridurre il curricolo del 50% per “creare spazi per una più ampia gamma di esperienze di apprendimento […] La sfida è il passaggio da quello che le persone conoscono a quello che fanno con le loro conoscenze>>.
Si può concludere, affermando che oggi si tratta di intraprendere e governare un processo inverso rispetto a quello compiuto nella seconda metà degli anni Ottanta con la così detta “sperimentazione Brocca”. Allora si deprofessionalizzarono gli Istituti Tecnici e si indusse un analogo processo entro gli stessi Istituti Professionali, aumentando a dismisura il numero delle discipline e sopprimendo molte attività pratiche di laboratorio e di officina. Oggi occorre “professionalizzare” l’istruzione secondaria, nel senso di potenziare i collegamenti con il mondo del lavoro, e valorizzare l’apprendimento esperienziale, non per esiti utilitaristici, non cioè come fine, ma come mezzo per motivare all’apprendere, come ha ben illustrato Francesco Antinucci in “La scuola si è rotta” (Laterza , 2001).