La scuola dell'infanzia serve ad innalzare gli apprendimenti?

Cosa dice il Focus n. 1

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Innanzitutto un'idea sulle dimensioni e la localizzazione del fenomeno. Bisogna ricordare che ci si riferisce in questi approfondimenti alle risposte di un campione quindi non all'universo dei 15enni. Tuttavia, in mancanza di statistiche internazionali complete ed attendibili relative ai fenomeni analizzati, si tratta di indicazioni interessanti.

Il 90% degli studenti campionati dei 27 paesi OCSE riferisce di avere frequentato la scuola dell'infanzia per almeno qualche tempo. Ed i Paesi dell'OCSE sono quelli con il più alto livello degli apprendimenti, rispetto ai Paesi partecipanti a PISA che non appartengono a questa organizzazione.

Si potrebbe dire che, poiché i Paesi OCSE sono più industrializzati ed avanzati economicamente, i risultati degli studenti che l'hanno frequentata siano superiori a quelli degli altri proprio a causa dello status socio-economico e non a causa della frequenza alla scuola dell'infanzia. Un parallelismo dunque, non una relazione causale.

Tuttavia, trasversalmente fra i diversi Paesi, si rileva che, a parità di status economico-sociale, la frequenza di almeno un anno di scuola dell'infanzia determina una differenza di 54 punti nei livelli di apprendimento.

I sistemi con risultati elevati ed equi sono dunque quelli in cui vi è meno disparità nell'accesso alla educazione prescolastica, poiché gli studenti svantaggiati la frequentano meno, soprattutto nei Paesi in cui è meno diffusa.

Viene rilevato inoltre che il rapporto positivo è più forte nei Paesi in cui la formazione nella scuola dell'infanzia è offerta più ampiamente, per un tempo più lungo, con un rapporto docenti-allievi più basso e con un investimento economico più alto.

Perciò l'ampliamento dell'offerta come strumento di policy nei Paesi che volessero usarlo non dovrebbe significare abbassarne la qualità a favore della quantità, pena il rischio di non essere efficaci.

Insieme alla sottolineatura dell'utilità di una formazione unitaria e generalista lunga (tema in questi Focus peraltro non ancora preso in considerazione) l'estensione della scuola dell'infanzia è il consiglio di policy su cui l'Ocse spezza più di una lancia, nella direzione quindi di un ampliamento della scolarizzazione (ampliamento che qualcuno dice indefinito e perciò inutile, se non controproducente).

In Italia

Nel nostro Paese questa ipotesi è abbastanza condivisa e la diffusione della scuola dell'infanzia è particolarmente forte nelle aree più avanzate.

Nei 50 anni del dopoguerra l'ampliamento è andato di pari passo con il superamento della logica assistenziale, per approdare ad una finalità esplicitamente formativa in termini anche di pre-lettura e di pre-scrittura; si ricordi che l'Italia è la patria di Maria Montessori.

Tuttavia le aspre discussioni sul tentativo di generalizzare l'anticipo al tempo del ministero Moratti hanno rivelato che, soprattutto fra gli operatori, oltre che fra i pedagogisti, esiste una diffidenza marcata nei confronti di tentativi troppo - a loro avviso anticipati - di scolarizzazione.
Ne soffrirebbe l'equilibrio complessivo del bambino e lo sviluppo della sua creatività e degli aspetti emozionali. I sostenitori di parte avversa ritengono invece che il livello di maturazione dei bambini moderni consentirebbe sicuramente un più precoce accesso ad attività cognitive strutturate.
Queste peraltro verrebbero ugualmente gestite dalle famiglie attraverso attività formali (gli anticipi) o informali, determinando così differenziazioni sociali già all'inizio della scuola primaria.

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